“Il mio intento non è stato quello di massaggiare le convinzioni dei razzisti, ma quello di farli dubitare”.
Con queste parole, il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella è intervenuto presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione “La Sapienza” dove si è aperto un dialogo attorno al suo ultimo libro “Negri, froci, Giudei & Co. L’eterna guerra contro l’altro”.
Purtroppo, negli ultimi tempi, il razzismo è dilagato nella nostra società in tutte le sue forme. Ricordiamo i cori negli stadi contro i giocatori di colore, l’antisemitismo ispiratore di alcuni writer metropolitani, i pestaggi di disabili e le rivolte contro gli zingari.
Eppure, esiste ancora qualcuno che non vede il razzismo nella società contemporanea - ma lo ricorda come un fenomeno legato ai tempi del Fascismo e del Nazismo. Questo perché come ha affermato lo stesso Gian Antonio Stella, il razzismo può essere paragonato ad un virus mutante, di cui in un certo senso si perdono le tracce, pronte a rinascere sotto una nuova veste.
Oggi, l’odio e il pregiudizio riescono a far circolare delle storie allucinanti che hanno davvero dell’incredibile. In merito, un esempio sconcertante riguarda la credenza che se una donna ha avuto rapporti sessuali con una persona di colore, vi è la possibilità che col tempo pur concependo un bambino con un partner bianco, questo possa nascere di colore.
Tali credenze spesso suscitano ilarità, ma in realtà il confine tra il ridicolo e lo spavento è sottilissimo.
Gian Antonio Stella riprendendo la citazione di un suo amico, ricorda: “Devono ancora inventare un lievito che lieviti come lievita l’odio”.
Prendendo spunto dal libro “Negri, froci, Giudei & Co. L’eterna guerra contro l’altro”, molti ospiti hanno espresso le loro valutazioni, di fronte a un numeroso pubblico di studenti ed esponenti del mondo accademico.
Jean Leonard Touadì (Giornalista e deputato Pd) – “Trovo molto interessante questa disamina diacronica sul razzismo, ricca di riferimenti storici, ben documentati. Purtroppo, ancora oggi sentiamo frasi quali: “Io non sono razzista, MA…”, e altrettanto frequentemente accade che la colonizzazione Italiana venga rappresentata come un intervento di aiuto per migliorare la condizione degli altri Paesi. Tutte concezioni poco condivisibili.
A partire dai primi sbarchi degli albanesi sulle coste Italiane, nel nostro Paese si è diffusa una vera e propria sindrome da invasione , che col tempo si è sviluppata in un’ossessione alla sicurezza, la quale si compone di tre caratteristiche fondamentali:
- Lavora sulla paura (si parla anche di un Ministro della Paura);
- Confonde i problemi sociali con gli interventi di ordine pubblico (è il caso dei clandestini);
- Si basa su un principio della separatezza, distinguendo persone con diritti/senza diritti.
Moni Ovadia (attore teatrale, compositore e cantante) – “Bisogna cercare di comprendere il razzismo, lo so bene io che l’ho vissuto sulle mie carni”. Oggi, il razzismo e l’antirazzismo vengono usati come strumenti per guadagnare punti in campo politico. E’ strano vedere alcuni politici che ogni tanto si radunano in visite commemorative nei campi di concentramento, dichiarando di fronte alle telecamere: “Mi sento Israeliano”. Peccato che queste dichiarazioni poi non coincidano a sufficienza con il loro impegno politico.
Come ha detto Primo Levi ne il suo “I sommersi e i salvati”, il vero problema del razzismo è la logica del privilegio, ovvero il fatto di pensare che a noi spetta sempre qualcosa in più rispetto agli altri. Noi stiamo andando verso forme “inedite” di razzismo, in cui ci si aggrega per isolare l’altro. Mentre il Fascismo e il Nazismo si dichiaravano orgogliosamente razzisti - oggi ci si nasconde dietro il “Non sono razzista” e nessuno accetta di essere definito tale.
Nicola Tranfaglia (Professore emerito di Storia dell’Europa e del giornalismo) – “Sono preoccupato dalle tendenze del giornalismo Italiano che si occupa troppo del killeraggio politico anziché far capire come cambia la società. L’importanza di questo libro sta nel fatto che non è “provinciale” ma ingloba tutte le arre geografiche possibili, ricordando la permanenza della discriminazione nella società contemporanea”.
Nel corso del dibattito è più volte intervenuto Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, il quale ha sottolineato l’importanza di questo testo nel mondo accademico, utile soprattutto ai ricercatori. Lo stesso Morcellini ha inoltre ricordato che oggi il giornalismo di inchiesta non è sparito, semplicemente è divenuto meno redditizio, per questo i giornalisti dovrebbero avere una maggiore consapevolezza nel maneggiare le informazioni - mettendo in campo la “forza delle parole”.
Nel concludere questo incontro gli ospiti hanno ricordato gli “Italiani brava gente”, ma dalle stesse parole di Moni Ovadia: “Ogni famiglia Italiana dice di aver salvato un ebreo. Ma non c’erano tutti questi ebrei da salvare, considerato il fatto che 8.000 sono stati sterminati”- pensiamo che ognuno di noi debba prendere atto che il razzismo è cambiato e adesso bisogna portare avanti una battaglia sulla cittadinanza basata sulla speranza, non sulla paura.