TransAzioni. Ci siamo abituati ormai alle stravaganze della nostra lingua. Tra slang, criptazioni da sms e termini nuovi possiamo dirci abbastanza parte di un rodaggio per cui il linguaggio che adottano oggi i media non ci stupisce più di tanto. Da tempo si allontana dai canoni eterei dell’italiano puro per avvicinarsi al linguaggio comune. Ma con gli ultimi fatti di cronaca non possiamo fare a meno di notare la confusione, la difficoltà e – infondo – la superficialità che impera nelle sbandate redazioni italiane.
Web e carta stampata si riempiono di costruzioni linguistiche scoordinate, in cui mettere in fila soggetto-verbo-complemento in articoli di cronaca sui trans diventa una impresa più ardua del parlare dell’economia mondiale. Il motivo? Le transAzioni, come direbbe la psicologa Mary Nicotra, l’emergere dei transgender ha reso talvolta i giornali come l’espressione di un napoletano verace che cerca di parlare italiano buttando a caso le finali delle parole.
VariAzioni. Negli Usa sono stati più furbi: la trovata è semantica. L’uomo diventato donna si dice shemale (lei-maschio) e la donna diventata uomo si dice hemale (lui-femmina). In Italia la fantasia linguistica va in direzioni decisamente meno rispettosi delle sensibilità altrui: rubiamo i termini brasiliani (cosa non si prova pur di distinguersi!) e così i giornali italiani si affacciano al “viado”(unico termine che riesce a provocare un qualche fastidio alla categoria perché deriva dal portoghese “deviato”). Esattamente come si vede su
Corriere.it.
Dislessia giornalistica. Passiamo ad alcuni esempi pratici:
“ROMA - L'autopsia compiuta sul cadavere di Brenda, il transessuale coinvolto nella vicenda del video-ricatto all'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, trovata morta venerdì nel suo appartamento a Roma, ha confermato che il decesso è avvenuto per asfissia da ossido di carbonio sprigionatosi nell'incendio divampato nella sua abitazione.” Corriere.it, 20 novembre 2009
“ROMA - Il corpo del transessuale Brenda, coinvolta nella vicenda di Piero Marrazzo, e' stato trovato carbonizzato a Roma. La trans era all'interno di un appartamento in via Due Ponti. Sul posto gli agenti della polizia scientifica della questura di Roma.” (Ansa, 20 novembre 2009)
“ROMA - (…) Ma agli investigatori risulta sparito un secondo dei tre mazzi di chiavi dell'appartamento della trans. Intanto gli inquirenti attendono l'esito delle consulenze tecniche e biologiche disposte dopo la morte del trans.” (Ansa, 24 novembre 2009)
Libertà di confusione. Ma in realtà per il Devoto Oli “transessuale”, come aggettivo o sostantivo, maschile e femminile è da declinare secondo il più libero (e confusionale) arbitrio. Free stile, praticamente. Non c’è dubbio sul fatto che le nostre penne, in questo senso, sono libere… Ma perché a nessuno verrebbe in mente di usare il femminile per indicare il trans del Grande Fratello che ogni mattina si sistema il pizzetto?
Stereotipi & Politicamente corretto. Retaggi di quel increscioso problema in bilico tra sessismo e politically correct? In effetti siamo stati abituati in modo più che magistrale a considerare l’immagine femminile come una costante presenza con delle determinate funzioni. È praticamente impossibile uscire di casa senza essere sommersi da pubblicità, cartelloni, giornali e quant’altro fatto di women appeal… in meno di 30 secondi. E in tv, dai programmi di intrattenimento alla pubblicità dei detersivi, i secondi si riducono notevolmente. Gli stereotipi aumentano. E i giornali non possono non cadere nella rete e arenarsi in tutte le vicende “femministe” di questi ultimi tempi (D’Addario, Natalie, Mussolini…).
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Teoria & Pratica. Qualcuno avrà tentato una soluzione, no? La tv pubblica? Negativo. La Chiesa, sempre vigile e sovrana sulla morale comune? Nemmeno. L’università e le varie commissioni interne per le pari opportunità? Sì, ci provano, ma concretamente non possono nulla se non riempire aule e congressi di parole che si fermano lì o che, al massimo, continuano su siti e blog.
Chi c’ha provato con un certo esito – almeno in teoria – è il Parlamento Europeo. Nel 2008 è stata approvata la Relazione sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini che, approvata con 504 voti (110 contrari e 22 astensioni), ha tentato di porre dei paletti all’uso smodato dell’immaginario femminile per evitare discriminazioni di genere, ma soprattutto per preservare bambini e adolescenti dagli stereotipi che alla lunga riescono a creare giornali e pubblicità. Ci si è visti bene, però, dall’andare all’atto pratico istituendo organi nazionali predisposti al
monitoraggio dei media (l’invito è stato soppresso dopo l’accoglienza di un emendamento del PPE-DE). Di questi organi una sezione per la parità di genere dotata di competenze specifiche avrebbe avuto il compito di ricevere i reclami del pubblico, di aggiudicare premi per la parità ai professionisti dei media e della pubblicità e di effettuare studi e di svolgere, quindi, un monitoraggio regolare dei contenuti mediatici.
Ma c’è un regalo che il giornalismo ha fatto alla causa della parità o, quanto meno, a quella del politicamente corretto: sostituire “prostitute” con “escort”. Se questo è journalistically correct…