Ad occhi chiusi
Ad occhi chiusi

La cronaca ci ha sempre raccontato di omicidi efferati e di violenze talvolta narrate come se fossero un lungo romanzo a puntate. Poi, un giorno, una famiglia disperata decide di pubblicare le foto del figlio ridotto ormai cadavere. Una cronaca che non eravamo abituati a vedere: un richiamo alle coscienze, ma soprattutto una trasversale richiesta di verità.
Alle volte è più facile chiudere gli occhi che guardare.
Le fotografie di Stefano Cucchi, il giovane morto dopo alcuni giorni di carcere hanno suscitato non pochi turbamenti. Non è stata la prima persona a perdere la vita in carcere, ma la decisione della sua famiglia di mostrare le fotografie che lo ritraggono cadavere, hanno sollevato un caso del tutto particolare.
Un gesto disperato, a caccia della verità. Una verità nascosta da lividi atroci su un volto scarno, su un corpo martoriato.
Non spetta a noi scoprire com’è morto Stefano, né di chi sia la colpa. Noi possiamo solo riflettere sull’importanza di quelle immagini.
La cronaca da tempo ci ha abituati al racconto di omicidi efferati e violenze inaudite, narrate tra polemiche, sospetti, e quell’aura di mistero che ci tiene incollati alla Tv in attesa del prossimo episodio, tanto che non eravamo abituati a “vedere” la verità. Per anni abbiamo ascoltato testimonianze e ricostruzioni di accadimenti che hanno mischiato la cronaca al romanzo.
Il caso di Stefano in questo senso è emblematico. Se in un primo momento, come sempre, ci siamo interrogati sulla verità affidandoci alle numerose fonti di notizie, tutto è cambiato con la pubblicazione delle foto.
La foto non ci dice nulla, siamo noi a farla parlare. L’impatto visivo vale più di mille parole.
E’ bastata una sequenza di questa lunga storia per renderci tutti testimoni, attraverso queste foto ognuno di noi ha tratto una singolare opinione.
Cronaca e fotografia, sono sempre state vicine. L’una accanto all’altra hanno sempre testimoniato la verità dei fatti. In questo caso, la fotografia non testimonia nessuna verità, la cerca.
Informazione e giustizia si ritrovano a percorrere la stessa strada, portando con sé elementi comuni.
Allontanandoci dalla fattispecie sopraindicata, una delle discussioni principali nasce dall’interrogativo: è giusto pubblicare le foto di un cadavere?
La giurisprudenza punisce “la pubblicazione di fotografie o immagini che descrivano o illustrino con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale (…).
In merito al caso Cucchi, l’ex Garante della Privacy, Stefano Rodotà ha affermato:
“La pubblicazione di queste foto, sulle quali c’è il consenso della famiglia, ha funzione di prima informazione su un caso di interesse pubblico sul quale la magistratura ha aperto un’indagine. Non c’è morbosità o spettacolarizzazione fine a se stessa e non dovrebbero esserci problemi sulla privacy (…). La pubblicazione è necessaria perché per il funzionamento delle istituzioni è utile un ruolo informato dell’opinione pubblica, che qui può avvenire solo vedendo queste foto”.
Il fotografo Ferdinando Scianna prosegue: "Nel caso del cadavere di Cucchi la pubblicazione non è solo legittima, ma necessaria: è un documento che rende nota una verità, lo stato del ragazzo. Senza immagini qui non c’è informazione, saremmo di fronte a un occultamento della verità".
Un’ affermazione sostenuta anche dal semiologo Ugo Volli: “Se l’immagine ha rilevanza informativa, come in questo caso, va pubblicata, ma entro i limiti della sensibilità collettiva”.
Riportiamo infine le riflessioni di una redazione avvolta dal dilemma “Pubblicazione si, pubblicazione no”.
Dalla redazione de Il Fatto - “Guardiamo questa foto e ci chiediamo se debba essere pubblicata e perché. Ne discutiamo molto in redazione, tutti quanti. Sappiamo che molti saranno turbati. Siamo turbati anche noi. Ma alla fine decidiamo che vada pubblicata. Per tanti motivi: in primo luogo perché siamo convinti che i lettori non siano dei bambini sprovveduti : se le abbiamo viste noi (e abbiamo pensato delle cose) devono poterle vedere pure loro (e pensare delle cose). E poi un motivo ancora più semplice: quella foto sono una domanda crudele, non solo per i Carabinieri o per i ministri, ma per tutti noi. Se una madre decide di mostrare suo figlio ridotto a uno scheletro, martoriato, è perché quelle domande devono avere una risposta. Solo così quella marionetta scomposta potrà ritornare ad essere il corpo di un ragazzo".
In una vicenda avvolta da mille dubbi, l’unica cosa certa è che il caso Cucchi ha aperto un grande dibattito sull’importanza delle fotografie nel mondo dell’informazione. A noi non spetta altro che trovare il coraggio di guardare, perchè spesso ascoltare non basta.
La cronaca che si "vede"
Leggendo il suo interessante articolo ho ripensato nuovamente a quanto ha scritto Roland Barthes ne “La camera chiara”, ovvero che: “ La Fotografia [è] un medium bizzarro, una nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo: un’allucinazione in un certo senso temperata, modesta, divisa (da una parte “non è qui”, dall’altra “però ciò è effettivamente stato”): immagine folle, velata di reale”. E (in linea con lei, credo) riallacciando queste riflessioni al caso Cucchi, ma anche a quello non ancora del tutto "spento" della Englaro (così come di molti altri), immagino che sia stato anche ristimolato l'annoso dibattito sulle relazioni tra la fotografia e i "discorsi" terzi rispetto all'immagine veicolati altrove, in altri media (quali parola parlata o scritta o altre immagini che a loro volta rinviano a discorsi "altri" e cosi via) e, dunque, anche a quel mondo che comunemente intendiamo come mondo dell’informazione. Questo perché, come ho più volte affermato, l'immagine "parla", eccome, ma solitamente grazie al senso che è veicolato attraverso di essa sebbene proveniente da un'altra fonte, di norma esterna all'immagine stessa. L'immagine, senza questo "aiuto" esterno, potrebbe infatti continuare a risultarci praticamente muta. Un caro saluto, G. Regnani