Il pregio del saggio di Pierpaolo Donati sta nella chiarezza espositiva delle tesi interpretative proposte e nel coraggio di analizzare criticamente il fenomeno del multiculturalismo, aldilà delle mode culturale o politiche, proponendo generose alternative confortate da una solida base scientifica.
Secondo l’autore, infatti, il limite principale del multiculturalismo è stato il non tener conto della cultura come fatto relazionale. La realtà sociale contemporanea pone inevitabilmente la questione del rispetto delle differenze culturali, al fine di favorire la costruzione di persone e “ambienti mentali” capaci di tener conto dei particolarismi e dell’integrazione razionale della vita sociale. A fronte di questa istanza generosa, oggi, quando i movimenti culturali si caricano di dimensioni sociali, di appelli all’eguaglianza e alla giustizia, sono percepiti come pericolosi.
A partire dagli anni settanta, l’entrata del capitalismo nell’era della flessibilità e della precarietà ha trasformato anche lo sguardo rivolto alle differenze culturali. Diseguaglianze, precarizzazione, disoccupazione, coscienza dei danni del progresso, hanno indebolito la spinta delle identità culturali. Nella opposizione tra winner/loser, il culturale e il sociale si ritrovano mescolati, tra glocalismo, omogeneizzazione e eterogeneizzazione, vari tipi di diaspore, ethnic business e metissaggio. E’ evidentemente necessario aprire la vertenza – e il libro lo fa con esplicito coraggio- sulle dimensioni culturali e simboliche degli obiettivi sociali dell’azione politica; così come è chiaro che il soggetto per costruirsi ha bisogno di mettersi in relazione con le identità collettive, e al tempo stesso di autonomizzarsi. Perché la ricerca identitaria passa per la memoria, e la memoria e l’azione non sono solo riproduzione ma anche produzione, creatività e cambiamento.
Certo i media sembrano aver sottoposto gli individui, più velocemente che in passato, ad una specie di interiorizzazione immaginaria del cambiamento sociale. Non c’è bisogno di ricordare che gli esseri umani sono strutturati sulla permanenza mentre, nel tempo moderno, l’adozione di nuove idee, sotto la spinta dei media, è diventata uno degli elementi decisivi per comprendere il cambiamento. Un ulteriore elemento interessante proviene da tutti gli studi sulla comunicazione (non soltanto di matrice sociologica) che sottolineano come i soggetti sociali tendano a cambiare comportamento solo dopo essersi ripetutamente adagiati e misurati con cambiamenti nella sfera delle idee, delle percezioni, delle condizioni. Il meccanismo che sembra sinteticamente emergere è che la comunicazione sia funzionale ad abituare gli individui a frequentare e poi adottare idee nuove. Attualmente giornalismo e politica sono accomunati dall’aver mascherato una qualche incapacità di capire il cambiamento e di leggere le tendenze in atto facendo leva su poche idee semplici (quelle che hanno coltivato lo sguardo dei cittadini nelle elezioni dell’ultimo anno): immigrazione e cronaca nera. Le coscienze dei cittadini, infatti, sono particolarmente eccitate su questi temi, attraverso una narrazione di trasgressioni individuali che puntualmente rifuggono qualunque spiegazione sistemica, collettiva e sociale dell’insicurezza. Come se il nostro tempo fosse quello in cui aumentano i cattivi. Rigorosamente al “singolare” (il riferimento
è al mio Il nero della cronaca nera Il crimine efferato nella lente dei media, in: “Psicologia contemporanea”, n. 212, marzo-aprile).
È da sottolineare il fatto che, mentre è in atto un processo sinteticamente definibile come
proletarizzazione dei ceti medi, gli argomenti preferiti di discussione degli italiani sembrino continuare a ruotare attorno a delitti efferati preferibilmente compiuti da immigrati. Un meccanismo di risoluzione della dissonanza cognitiva che ha drasticamente modificato i sentimenti profondi degli italiani in materia di accoglienza e tolleranza verso l’
altro, ormai visto unicamente come un pericolo e non come un elemento rilevante per la propria vita.
A partire da queste coordinate interpretative di sfondo, la tesi centrale di Donati è che la
sociologia relazionale, ovvero una interpretazione sociologica fondata sull’analisi delle relazioni, e una prassi di azioni guidate dalla
ragione relazionale, possano essere un’alternativa al termine “multiculturalismo”, diffusosi in Occidente dagli anni sessanta per indicare rispetto, tolleranza, difesa delle minoranze culturali, e approdato ad un’ideologia e soprattutto ad una prassi che ha provocato evidenti effetti negativi. Multiculturalismo è diventato dunque sinonimo di un immaginario collettivo (“tutti differenti, tutti uguali”) che produce paradossi e paralisi quando le diverse culture devono confrontarsi e deliberare intorno alla sfera comune. Esso appare, sottolinea Donati, come l’ultima versione di un concetto piuttosto vago di laicità in senso modernizzante, che mette ogni cultura sullo stesso piano e, per tale motivo, evita di parlare di “verità” pubblica, perché si suppone che ogni individuo sia portatore di una sua verità e che le diverse affermazioni di verità non siano confrontabili fra loro. Si è trasformato, in definitiva, in una dottrina politica che, mentre afferma di propugnare una cittadinanza “inclusiva” nei confronti delle culture “diverse”, di fatto si limita ad accostarle l’una all’altra senza produrre alcuna reale
relazionalità, che potrebbe generare un
autentico riconoscimento.
Nel multiculturalismo
le relazioni vengono “neutralizzate” attraverso il principio liberale della tolleranza e quello socialista dell’inclusione politica, che poiché accentra l’attenzione sulla libertà e l’uguaglianza, dimentica i rapporti
di solidarietà, reciprocità e fraternità.
Quindi il multiculturalismo
male applicato, soprattutto nei Paesi europei, con tradizioni culturali, religiose e civili omogenee e stabili, può generare frammentazione sociale, separatezza delle minoranze e un relativismo culturale acritico e asettico che disorienta l’opinione pubblica.
Oggi si parla sempre più spesso di
interculturalità, ossia di una relazione
interculturale, che incoraggi la mediazione e la negoziazione delle differenze culturali nel rispetto della dignità umana e dei diritti delle donne, dei bambini e delle minoranze. Probabilmente siamo in presenza di una svolta più nominalistica e politicamente corretta che sostanziale. Del resto essa appare a Donati come un’espressione vaga e incerta: se ha il vantaggio di mettere l’accento sull’
inter, ossia fra ciò che sta
fra le culture, non
possiede ancora gli strumenti concettuali e operativi per comprendere e gestire i problemi della sfera pubblica quando le diverse culture esprimono valori conflittuali.
Le difficoltà dell’interculturalità derivano da due carenze: (1) un’insufficiente
riflessività interna alle singole culture (esse sono costrette a mettersi in discussione, ma reagiscono il più delle volte senza un’adeguata capacità auto-riflessiva); (2) la mancanza di
un’interfaccia relazionale fra culture (fra i soggetti che ne sono portatori), tale da renderle capaci di gestire le differenze in modo da evitare la guerra reciproca o la separazione senza dialogo. La
ragione occidentale di origine illuministica ha creato un assetto societario (dall’autore ripetutamente definito, con qualche generosità,
lib-lab,) che non promuove né l’una né l’altra. Anzi le neutralizza, perché affronta i dilemmi di valore inerenti alle differenze culturali mediante criteri di indifferenza etica.
Occorre dunque andare oltre i limiti della ragione strumentale, con un approccio al problema della convivenza fra le culture che dia vigore alla ragione attraverso una nuova
semantica della differenza interumana. Ed è qui che l’autore propone la soluzione della
ragione relazionale, per realizzare una sfera pubblica laica “religiosamente qualificata”, in grado di umanizzare i processi di globalizzazione e le crescenti migrazioni. La
differenza nell’identità occidentale è uno scarto che fa problema perché è dovuto a una
dissonanza cognitiva che chiede di essere risolta. La percezione della differenza mette in moto una reazione di origine simbolica che influenza i sensi fisici che sono collegati a stati d’animo, emozioni, sentimenti. Secondo la Griswold la cultura designa l’aspetto espressivo dell’esistenza umana, mentre la società indica l’aspetto relazionale. Nell’approccio di Donati cultura e società sono intrecciate, e la
dimensione simbolico-espressiva è parte della relazione sociale. La capacità di riconoscimento avviene attraverso l’articolazione di comunanza e differenza, identità e identificazione; e, aldilà del
determinismo culturale del costruzionismo sociologico e del
nominalismo individualistico del costruzionismo filosofico, va sottolineato che le identità si sviluppano in interazioni complesse e sempre razionalmente aperte dentro
contesti socio-culturali.
La modernità utilizza due generi di semantiche che tracciano le differenze culturali: quelle
dialettiche (dialogiche) e quelle
binarie (si/no). Per un pieno riconoscimento occorre introdurre una terza semantica, secondo l’autore, quella appunto
relazionale. Essa concepisce la differenza/distruzione come relazione sociale che non è un mero discorso (dialogico) né un meccanismo funzionale (ciascuno rimane con la sua identità autoreferenziale e autopoietica). La relazione (rel-azione= azione reciproca) indica un processo di reciprocità nel confrontare le differenti identità. Trattare le differenze culturali come relazioni sociali significa quindi anche affrontare il problema del riconoscimento in termini di circolazione di beni.
Le due semantiche tipiche della modernità occidentale, dunque, quella dialettica e quella binaria, hanno una visione limitata della ragione umana: a) razionalità rispetto la valore; b) razionalità rispetto allo scopo. La proposta dell’autore è di rivedere la teoria sociologica della razionalità (Max Weber), introducendo il concetto di
ragione relazionale. Per capire l’
altro e il suo comportamento bisogna arrivare a una certa
riflessività, in se stessi e nella relazione con l’
altro. E’ necessaria, dunque, l’attivazione di una facoltà propriamente umana che è la
riflessività della ragione applicata all’agire sociale. La riflessività è un ritornare su se stessi per esaminare come il proprio Io abbia elaborato la conoscenza (rappresentazione delle emozioni) di un oggetto o di una qualità dell’
altro. La riflessività moderna è quella di uno specchio e porta ad una autoreferenziale individualizzazione degli individui. Se vogliamo relazionarci agli altri, abbiamo bisogno di una
riflessività dopomoderna, che superi la ragione autonoma e l’altro come alter ego, per arrivare ad un dialogo-confronto fra le culture sia sul piano degli interessi che delle identità, andando oltre i fondamentalismi dogmatici e la semplificazione del multiculturalismo.
In conclusione, la tesi del saggio è che la dottrina del multiculturalismo sia un sintomo della crisi culturale dell’
umanesimo occidentale. In mancanza di una riflessività adeguata, prende il sopravvento una pervasiva razionalità funzionalista, la ragione della globalizzazione, che si delinea come “una matrice anonima di comunicazione” (Teubner, 2006-in riferimento al diritto). Si avverte la mancanza di un
neoumanesimo all’altezza della sfida globale. Sono infatti le relazioni sociali che umanizzano o disumanizzano le persone. Le relazioni tra le culture sono neutralizzate dal combinato disposto di due principi: il principio liberale di tolleranza (lib) e il principio socialista di inclusione politica (lab). Ci si dimentica così di solidarietà, reciprocità e fraternità. Si esclude l’apporto sociologico secondo cui il riconoscimento può avvenire nei termini di un
circuito di doni reciproci razionalmente motivato.
Per andare oltre i fallimenti del multiculturalismo e le fragilità del discorso interculturale, occorre un approccio laico al problema della convivenza fra culture che sia capace di ridare vigore alla
ragione attraverso una nuova semantica della differenza inter-umana. La società dopomoderna deve distinguere tra un concetto di laicità in senso negativo, che è una forma di tolleranza come semplice ‘lasciar fare’, ossia come libertà negativa, e un
concetto di laicità in senso positivo, cioè in quanto affermazione di principi di reciprocità, solidarietà e fraternità. Questa mentalità laicale nelle relazioni culturali è l’opposto della laicità intesa come neutralità etica, perchè se quest’ultima è basata sulla separazione fra
ragione e
fede religiosa, è proprio da questa rottura che bisogna guardare per passare ad una laicità in senso positivo. E in quest’ottica le relazioni sociali fanno la differenza perché permettono di superare le dicotomie (razionalità strumentale vs. razionalità al valore/ concetti e simboli), infatti con esse e attraverso di esse l’esperienza simbolica delle diverse identità culturali può essere modificata attraverso processi di morfogenesi che possono portare ad un
sentire comune. La ragione relazionale è dunque la facoltà umana che opera con le relazioni, per le relazioni, nelle relazioni. La società dopo moderna sarà più o meno umana a seconda del modo e del grado in cui riuscirà ad espandere la
ragione articolandola all’interno di una nuova ”unità relazionale”, positivamente laica e fraterna.
Difficile essere critici di fronte a tali proposte scientifiche e, in senso più ampio, culturali. C’è solo da chiedersi quanto la cultura politica e la società civile siano pronte per realizzare concretamente, nelle prassi quotidiane, questi innovativi e
generosi obiettivi.
La sfida del paradigma relazionale
Il libro di Donati, anche alla luce delle sue precedenti pubblicazioni, e soprattutto al dibattito internazionale rappresenta una sfida scientifica ed intellettuale a cui, per tradizione e per vocazione non possiamo sottrarci. Il paradigma relazionale con i suoi strumenti concettuali e metodologici rappresenta forse la più concreta promessa delle scienze sociali contemporanee.