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Tv di qualità e il potere del linguaggio

La sentenza della Cassazione: l’insulto non è reato se espresso in un reality show

Tv di qualità e il potere del linguaggio

di FRANCESCA FIORE (23 09 2009)
 

 Il linguaggio è potere. Dato acquisito della post-modernità, dare nome alle cose equivale a definirne la natura. E ammettere l’uso di un certo linguaggio contribuisce a definire le caratteristiche specifiche delle cose. Ma cosa vuol dire “tv di qualità”? Oltre a contenuti e stili di comunicazione, è proprio il peso delle parole a dover essere analizzato.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Offendere qualcuno in un reality non è reato. Lo ha stabilito la corte di cassazione, nella sentenza 37105/2009, respingendo la richiesta di Franco Mancini, concorrente dell’unica edizione di reality “Survivor”, andato in onda nel 2001. Corte d’appello e Tribunale di Rieti avevano già respinto le precedenti richieste. L’ex concorrente era stato definito “pedofilo” da un altro, per il suo corteggiamento ad una concorrente più giovane.

Al di là dell’accertamento del danno subito nel singolo episodio, le motivazioni della sentenza dovrebbero far discutere. Si afferma infatti che l’insulto non costituisce reato dal momento che il contesto reality ha la caratteristica di incitare al contrasto verbale. In due parole, il reality per sua natura favorisce la lite e gli insulti.

Linguisti e studiosi di vario tipo considerano da tempo il reality- show come un genere a se stante, con caratteri propri sia linguistici che di contenuto. Ma questo non equivale ad ammettere che in qualche modo l’uso del linguaggio per offendere sia connaturato a questo genere.  Se si volesse lavorare per una tv “di qualità” in primis si dovrebbe evitare che formule del genere scadano in una norma stabilita implicitamente.

La Cassazione ha convalidato il respingimento del ricorso, spiegando che non è stata commessa alcuna diffamazione. Per la Corte, infatti, bisogna "avere riguardo del contesto in cui l'espressione è inserita". Avere riguardo del contesto vuol dire adattarsi ad esso e renderlo anche attraverso le mille sfumature del linguaggio. Questo equivale, ad esempio in letteratura, a rendere il linguaggio di un personaggio per quello che è, a calarsi nell’ambiente sociale in cui vive. Gli esempi cinematografici su ambienti di emarginazione, in cui il linguaggio è parte fondamentale della costruzione dell’identità, sono molti. Un esempio su tutti il cinema che ritrae le Banlieus francesi e il “Verlain”, il linguaggio parlato dai giovani che le abitano. Niente di più importante se si vuole condurre un’analisi approfondita su un segmento di società. Ma questo è distante anni luce dall’ammettere l’insulto gratuito e “rituale”, senza alcuna funzione comunicativa.

Mancini lamenta inoltre la scelta di non aver tagliato la scena, dato che la trasmissione andava in onda in differita. La Corte risponde che non era necessario tagliare la scena, perché non si commette nessun reato, dato che i partecipanti sono consapevoli del carattere peculiare dei reality, che stimolano la lite per natura.

Altra cosa allarmante è la considerazione, in risposta alle dichiarazioni di Mancini sui pesanti sfottò che riceve a causa di quell’episodio, che "Si tratta di una conseguenza della notorietà volontariamente acquisita con la partecipazione a quella trasmissione, nonché della naturale tendenza del pubblico all'imitazione di quanto apparso in televisione".

Due i punti critici. Innanzitutto l’ammettere che la notorietà giustifichi l’insulto, questa volta multipla, o la diffamazione, è come ammettere che si può essere perseguitabili per il solo fatto di esporsi alla pubblica vista. E questo può valere anche per altre categorie che acquistano notorietà per motivi diversi dal successo televisivo. Inoltre ammette l’idea di un pubblico passivo, che reagisce solo imitando e conformandosi a ciò che vede nello schermo. Che la tv possa provocare un senso di straniamento dalla percezione reale della vita è stato spesso attestato da ricerche su temi come la paura e la sicurezza. Ma molte teorie di sociologi e massmediologi hanno smentito, negli ultimi cinquant’anni, la presunta passività del pubblico, incapace di guardare criticamente.

Che si consideri il caso specifico un danno all’immagine o meno, una cosa è certa: il danno viene sicuramente fatto alla tv. Chi studia il linguaggio ogni giorno sa bene che la costruzione delle cose parte dalla capacità di darne forma linguistica, dal potere di “avere la parola” sue esse. Scadere nell’ammissione della volgarità come cosa connaturata alla tv o a uno specifico formato della tv, certo non permette di pensare a progettare “un’altra tv”, equivale anzi a relegare questo medium nella sfera dell’abbrutimento, senza alcuna funzione comunicativa se non la vendita visi e prodotti.

Est modus in rebus; sunt

Est modus in rebus; sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum. Così scriveva il poeta latino Orazio (Satire). Questa misura oggi viene superata quotidianamente e non solo negli spettacoli spazzatura quali sono i reality ma persino nel Parlamento (e ancor più davanti ad una telecamera) da deputati e senatori; ossia da persone che si fregiano del titolo di "onorevole", honorabilis, degno d'onore, che porta onore.Se questo é l'esempio che si dà alla nazione, non ci si può eravigliare neppure della sentenza de quo. E' una logica conseguenza della deriva relativista e nichilista della società moderna.

Sono d'accordo con gli

Sono d'accordo con gli effetti della derviva...ma la sentenza della corte sancisce la forma ufficiale o, se vuoi, "normativa" della cosa. per questo mi meraviglio. se poi consideriamo che il 90% degli italiani guarda la tv dovremmo preoccuparci- e molto- di analizzarla e criticarla. e criticare gli interventi esterni che anzicchè porre limiti alle storture, le ufficializzano.