Quando si parla di Internet si dà spesso per scontata la sua diffusione, ovvero il suo carattere globale. Tuttavia non occorre volare lontano con la fantasia per scoprire luoghi, nemmeno troppo remoti, dove
l’approccio alle nuove tecnologie rappresenta un problema quasi insormontabile. Non tanto per l’impossibilità di dotarsi di un computer quanto per il timore di trasgredire i precetti religiosi del proprio credo: si tratta di uno dei principali motivi per cui milioni di persone rinunciano a utilizzare questa grande finestra del mondo.
Il riferimento è a paesi come il Nord Africa e il Medio Oriente, a maggioranza musulmana, in cui da una parte si assiste alla rapida e costante crescita dell’utilizzo di internet nel corso degli anni, mentre dall’altra si osserva il distacco di molti potenziali utenti di religione islamica, preoccupati per il contenuto delle pagine.
La soluzione a questo problema si chiama
“ImHalal”, è online da martedì 1 settembre 2009 e rappresenta il primo motore di ricerca realizzato secondo i dettami della legge islamica. Il portale, ideato da
Reza Sardeha, amministratore delegato della compagnia olandese
AZS Media Group, consente, attraverso l’applicazione di alcuni filtri, di navigare sul web in tutta tranquillità senza imbattersi in siti con contenuti giudicati illeciti dalla
Sharia.
La creazione di ImHalal risponde alla necessità di proteggere il fedele, che sfrutta le enormi potenzialità della Rete, dai rischi che il web nasconde per la sua perfetta condotta islamica. Lo stesso fondatore rivela che: “L’idea è maturata dalla mia esperienza e da quella di una coppia di amici: tutti utilizziamo i motori di ricerca di Yahoo! e Google e ci confrontiamo continuamente con siti che aprono pop-up o finestre con espliciti contenuti sessuali. Da qui – spiega Sardeha – l’intento di lanciare un motore specificamente progettato per i musulmani, dove sia possibile effettuare ricerche di siti web senza inavvertitamente aprire contenuti che siano illeciti”.
L’idea di partenza è di grande impatto mediatico. La homepage presenta l’immagine di una costruzione di architettura islamica sullo sfondo. Al di sotto del nome del portale “ImHalal” compare lo slogan “I search Halal, I am Halal!” (io cerco Halal, io sono Halal) ed è possibile compiere ricerche in ben 18 lingue, tra le quali arabo, turco, farsi, spagnolo, tedesco, francese, russo e cinese.
Le
parole vietate e messe al bando sono numerose. Termini come “gay”, “porno” o “sexy” sono classificati dal motore come “molto haram”, mentre “birra” e “maiale” sono più tollerati.
Il lavoro di perfezionamento del motore non termina qui. L’Azs è veramente impegnata in questa iniziativa e si è già mossa per consultare alcuni
imam allo scopo di individuare ulteriori contenuti offensivi per gli utenti osservanti. Tuttavia, tende a precisare Reza Sardeha:
“ImHalal non è una dittatura o il sito web della censura, vogliamo che la gente possa continuare la propria ricerca online”. Infatti il filtro è costituito da
3 livelli di haram. Se si digita un termine che risulta haram livello 1 o livello 2 , l’utente ha ancora la possibilità di continuare se è certo che la ricerca darà un risultato
halal. Ma se la parola è di livello 3 (su 3) nessun risultato verrà offerto da Imhalal.com e quindi la ricerca risulterà infruttuosa per l’utente.
Il lancio di ImHalal non è l’unica iniziativa su questa direzione e l
’idea di adattare il web ai precetti religiosi non è nuova. Ad esempio, nel giugno 2009 l’israeliano Yossi Altman, ha lanciato
“Koogle”, un portale per ebrei ortodossi. Il sito è settato in modo da non mostrare risultati o immagini che possano urtare la sensibilità degli individui molto religiosi (come donne in abiti succinti). Perfino i link a media israeliani e a siti per lo shopping online possiedono filtri digitali per oggetti che gli ultraortodossi non possono tenere nelle loro case, come i televisori.
Inoltre nel gennaio 2009 è stato attivato in Turchia
“muslumangoogle.com”, versione islamica di Google, molto più censurata rispetto a ImHalal.
Infine un gruppo di giovani sauditi ha invece creato
Naqatube, alternativa islamica a YouTube, per impedire ai giovani di visionare contenuti ‘‘profani’’.
ImHalal, stando alle ottimistiche parole di Reza Sardeha, si pone l’obiettivo di divenire
“il sito numero uno in ogni casa musulmana”, sebbene gli
interrogativi che muove siano molti. Primo fra tutti emerge il problema della
secolarizzazione. La creazione di un sito internet come ImHalal appare come un tentativo di introdurre la religione su internet e soprattutto un modo di frenare la libera conoscenza. Ciò cozza contro l’eliminazione della sacralità dalla società, spostando il focus dalla singola nazione alla globalità virtuale.
La speranza è che tale motore possa avvicinare il maggior numero musulmani al mondo di Internet, aumentando l’alfabetizzazione digitale, per un futuro più fiducioso e tecnologicamente avanzato.