Favole in Tavola. Il cibo raccontato ai bambini
Favole in Tavola. Il cibo raccontato ai bambini

OGNUNO di noi sicuramente ricorda con nostalgia la ‘dolce’ casetta della strega in Hänsel e Gretel, invitante miraggio nel bosco di delizie gastronomiche; molti senz’altro rammentano con piacere il tè dei Matti in Alice nel Paese delle Meraviglie, rito che riunisce attorno a un tavolo apparecchiato per molti e semivuoto, anomali personaggi che intrattengono discorsi senza senso; e proprio tutti hanno presente il cestino di vivande di Cappuccetto Rosso che sta alla base di tutta la fiaba (anche se la nonna, destinataria delle leccornie, non toccherà mai quel cibo in quanto sarà mangiata prima dal lupo, anche lui nella necessità di nutrirsi).
Ci sembra opportuno dare spazio a questa tematica data la ovvia e costante necessità di analisi dei prodotti destinati all’infanzia, e il forte ruolo da sempre giocato dagli alimenti nella nostra vita, non solo in termini di nutrizione ma anche di emozioni e significati simbolici.
A una prima rapida ricognizione del mercato editoriale attuale, si riscontra una grande distinzione tra le ‘storie sul cibo’: ‘narrazioni’ che hanno gli alimenti per protagonisti o in cui essi costituiscono una significativa presenza lungo lo svolgimento della trama, e libri sul cibo con fini divulgativi o pratici.
Gli intenti di questi ultimi stanno nel trasmettere principi di educazione alimentare ai più piccoli; nello spiegare le origini di alimenti essenziali come pane e latte o come sono fatti i piatti tipici di terre lontane, e nell’insegnare i primissimi rudimenti della cucina. (Cfr. il catalogo “Progetti Speciali” della casa editrice , Carthusia la collana “Come nasce” della casa editrice Franco Panini Ragazzi e il ricettarioCuoco me del critico gastronomico e autore di libri per ragazzi Allan Bay, che tra l’altro, abbiamo intervistato ai fini della nostra indagine).
Nonostante qualche critica a questo tipo di produzione editoriale (a risentirne sono fondamentalmente alcuni ricettari, giudicati a volte approssimativi e troppo incentrati sulla forma degli alimenti piuttosto che sul contenuto di essi), sono in molti a sostenere che si tratta di libri necessari dato il preoccupante aumento, in età pediatrica, di errori alimentari, disagi e malattie legati alla nutrizione. I bambini, infatti, diventano obesi perché mangiano troppo e male e conducono una vita sedentaria, e più avanti, nell’adolescenza, sviluppano disturbi alimentari anche perché mancano di una vera cultura del cibo, ignorano le origini ed il valore delle tradizioni alimentari, e inoltre non partecipano mai alla preparazione dei pasti e mangiano spesso da soli, davanti alla Tv.
Anche le cosiddette ‘storie sul cibo’ sembrano poter svolgere un ruolo determinante in questo senso. È a tutti nota, infatti, la capacità delle trame narrative (intese in senso generale come narrazioni anche per adulti e sui più svariati argomenti) di favorire i processi di crescita personale dati gli infiniti spunti situazionali offerti al lettore, le occasioni di riflessione e dialogo e la possibilità di identificazione con i personaggi, con cui, magari, poter ‘condividere’ problematiche e sperimentare soluzioni.
L’educatrice professionale Simonetta Fraccaro ci fornisce una prova del fatto che certi messaggi contenuti nelle ‘storie’ possano essere effettivamente recepiti e assimilati dai più piccoli.
Il suo progetto di educazione alimentare per la scuola dell’infanzia e primaria contenuto ne Il mangiastorie,http://www.erickson.it/erickson_scuole/scheda.php?offset=0&cod=9&cod_sc=1234 infatti, si avvale proprio di fiabe classiche, filastrocche e racconti moderni concepiti ad hoc, in quanto strumenti molto vicini alla realtà dei bambini. Ad essi si vogliono trasmettere importanti insegnamenti come l’attenersi a una sana e corretta alimentazione, il gusto per la scoperta di sapori nuovi e il rifuggire dagli eccessi dettati dall’ingordigia (messaggio, ad esempio, veicolato dai celebri fratellini Hänsel e Gretel che rischiano di essere mangiati dalla strega dopo averne assaggiato la casetta fatta di dolciumi).
Sembra, inoltre, che le ‘storie’ – se ben fatte e proprio perché lette per il puro piacere di leggerle – possano insegnare meglio e con facilità ai bambini, anche quelle informazioni scientifiche sul cibo che generalmente sono oggetto di libri ‘tecnici’ di cui sopra. Non è un caso, infatti, se assistiamo con sempre maggior frequenza alla produzione di libri di divulgazione e ricettari che ‘affiancano’ ad informazioni specifiche, alcune storie in tema per comunicare meglio il messaggio ai bambini. (Cfr. Un libro buono un mondo sui piatti tipici e sulle feste tradizionali di diverse nazioni; Il pentolino magico che propone brevi saggi sull’origine e la storia di alcuni alimenti e aneddoti legati al cibo realmente accaduti nel corso della storia; e Favolgustando che raccoglie storie e ricette provenienti da cinque diversi Paesi e legate a momenti importanti della vita).
Molti esperti e numerosi esperimenti effettuati nelle scuole testimoniano che tra i principali ‘valori alimentari’ riscontrati nelle ‘storie sul cibo’ effettivamente trasmessi all’infanzia vi siano innnanzitutto il piacere dello stare insieme e il gusto per la scoperta del nuovo.
Si tratta di concetti evidenti soprattutto nei romanzi di , Pinin Carpi caratterizzati dalla massima presenza di merende, colazioni, deliziosi intingoli e pranzetti, e, in generale, dal cibo come sinonimo di festa e tripudio di sapori e colori (Cfr. La minestra di cioccolata, Il papà mangione, Il paese dei maghi, Cion Cion Blu e altri).
Una certa ‘positività alimentare’ è presente anche in tutte quelle rime che enfatizzano l’allegria e i profumi della tavola imbandita e che sono in grado di mostrare i cibi sotto una luce nuova, diversa e giocosa (Cfr. Polpettine di parole ), oppure di insegnare i principi di quella ‘buona educazione’ che va sempre seguita in occasioni di convivio. Ad esempio Lo sgalateo, vera e propria ‘guida al contrario’ per i bambini a tavola – sapientemente ironica e apparentemente diseducativa – farà loro ricordare con più facilità di sedersi composti e di non parlare con la bocca piena, presentando le peggiori abitudini come dei veri e propri precetti:
«[…]Stropiccia il tovagliolo che trovi accanto al piatto / E gettalo per terra che serva pure al gatto, / tu non ne avrai bisogno, è saggio e non si sbaglia / chi usa la sua manica o meglio la tovaglia…».
Altri valori veicolati dalle ‘storie sul cibo’, e forse anche più importanti, sono l’amore per se stessi, il rispetto, la cura e l’accettazione del proprio corpo seppur imperfetto, e il concetto di imparare a rapportarsi con il cibo come con un ‘alleato’ grazie al quale poter crescere e fortificarsi.
Si tratta di insegnamenti contenuti in quel fortunato e intelligente filone di romanzi dedicato ai disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Destinate per lo più alle ragazzine, alcune storie di giovani adolescenti, possono costituire un valido stimolo al superamento di queste malattie o, per lo meno, al semplice riconoscimento di esse come tali: primo indispensabile passo per un cammino di guarigione (Cfr. Debbora in lov di Chiara Rapaccini eCioccolatina, la bambina che mangiava sempredi Vivian Lamarque ).
Esemplare, a questo proposito, èCuore di ciccia di Susanna Tamaro, l’unico romanzo per ragazzi dell’affermata scrittrice, che narra la storia di Michele, un bambino bulimico che trangugia smodate quantità di cibo per riempire momenti di tremenda noia e sfogare le preoccupazioni per non sentirsi un figlio apprezzato e che, solo alla fine del romanzo, risolverà i suoi problemi recuperando il difficile rapporto con la madre.
Alla luce di quanto detto possiamo affermare che l’attuale produzione editoriale sia davvero in grado di giocare un ruolo fondamentale nella vita del bambino, e che può effettivamente trasmettergli – anche se con qualche eccezione, ovviamente – importanti valori, insegnamenti e semplici conoscenze in fatto di cibo.
Di una certa rilevanza sono anche quelle iniziative volte alla promozione del cibo nella letteratura per l’infanzia.
Oltre a concorsi di narrativa come Trova la ricetta, usa la bacchetta (organizzato dal comune di Biella nel 2005) e di poesia come La filastroccola evviva l’oliva (promosso dal periodico di letteratura per l’infanzia Andersen), fioriscono continuamente progetti organizzati da scuole ed enti di varia natura in grado di attirare a un più ampio spettro l’attenzione dei bambini su tale elemento, magari proprio a partire da quei libri che, ai più svariati livelli, parlano di esso.
È il caso de Il pentolino magico, organizzato nel 1994 dalla Biblioteca Casa Piani di Imola: un evento articolato in mostre bibliografiche tematiche, spettacoli e laboratori pratici di cucina, per il cui approfondimento abbiamo contattato Gabriele Rossi, archivista e bibliotecario che vi collaborò attivamente. Ed è il caso, inoltre, di tutti quegli incontri ‘più umili’ in librerie e biblioteche, in cui si legge a voce alta e si offrono dolci o brioche ai bambini (come quelli di Roberto Denti nella sua Libreria dei Ragazzi), iniziative che, in virtù del ‘buon rapporto’ tra cibo e libri (non dimentichiamoci che possono entrambi essere, infatti, forti momenti di crescita e di piacere) offrono importanti occasioni di convivialità e nutrimento per la mente, oltre che per il corpo.
Per concludere ci sembra doveroso compiere anche un velocissimo balzo indietro perchè di ‘valori alimentari’ è pregno anche il celeberrimo Le avventure di Pinocchio
per via dei numerosi piatti e delle antiche usanze alimentari che esso racchiude. Gli insegnamenti da esso veicolati, in linea con i tempi in cui il romanzo uscì (fu scritto nel 1881 e pubblicato per la prima volta nel 1883 dalla Libreria Editrice Paggi di Firenze) sono collocati sul piano del risparmio e della moderazione. Nonostante in Pinocchio il cibo sia più assente che presente per la povertà che ne permea la narrazione, i riferimenti ad esso riescono a dare spessore alle storie e creano particolari effetti narrativi. Chi ben conosce l’opera può pensare alla famosa cena consumata all’Osteria del Gambero Rosso e all’enorme differenza tra lo striminzito pasto di Pinocchio – fatto di noci e pane in quantità ridottissima – e quello pantagruelico del Gatto e della Volpe – composto da carne, frutta e formaggi a volontà, con numerosi ingredienti assolutamente improbabili e su cui molti critici si sono espressi.