Maestro videogioco
Maestro videogioco

I videogiochi fanno male? Storia vecchia! Una ricerca promossa da Strasburgo rivela che 8 professori su 10 credono nella Playstation e nell'Xbox. E' l'alba di una nuova istruzione più divertente?
Chi l’ha detto che i videogiochi fanno male? Sicuramente non il Consiglio d’Europa che lo scorso maggio ha presentato il rapporto conclusivo della ricerca “Games in School”, realizzata da European Schoolnet (un network di 31 ministeri dell’Educazione europei).
Il progetto, che è stato svolto in otto paesi europei (Austria, Danimarca, Francia, Lituania, Olanda, Spagna, Gran Bretagna e la nostra Italia), ha preso in considerazione non soltanto i videogiochi educativi in senso stretto, ma anche quei titoli d’intrattenimento e commerciali che ormai invadono il mercato continentale.
Il risultato è presto detto: l’80% degli insegnanti europei è interessato al potenziale educativo dei videogames. In più, le prime esperienze di utilizzo dei videogiochi nelle scuole di tutta Europa confermano un aumento della motivazione degli studenti, un miglioramento delle competenze e la personalizzazione dell’apprendimento.
La ricerca è stata composta da 3 step: inizialmente è stata fatta un’analisi della letteratura scientifica esistente sul rapporto tra videogames ed educazione. Successivamente si è passati ad uno studio di laboratorio con l’osservazione diretta delle pratiche in uso nelle scuole dei diversi paesi europei. Infine gli oltre 500 insegnanti che hanno partecipato si sono riuniti in una vera e propria community virtuale. Qui è stato posto loro un questionario da dove sono emersi i seguenti risultati:
Ma non basta. Secondo la ricerca promossa dal Consiglio Europeo, gli insegnanti si starebbero attrezzando per inserire i videogames come materiale didattico. Un esempio? Uno “strategico storico" , integrato ad una noiosa lezione di storia antica, motiverebbe il giovane studente nell’aumentare il processo di educazione e la creatività.
Insomma la tesi promossa da tutti i principali media nostrani, sempre attenti a puntare il dito contro l’industria videoludica, rea di incitare alla violenza e di creare modelli negativi, cadrebbe clamorosamente (ogni riferimento alla celeberrima saga di “Grand theft Auto” è del tutto volontaria).