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La Scelta

Leggere e narrare la città/3

La Scelta

di PAOLO ORABONA (12 06 2009)
http://www.flickr.com/photos/jody_art/

Come al solito sapeva di piscio acido. Ma amavo tracannare quella merda perché saliva subito e mi rendeva le cose più sopportabili. E poi costava 1000 lire. Mi sentivo pesante come un macigno. La mia vecchia schiena dolorante non mi reggeva più. L’unica colonna che mi teneva in piedi era quella dell’entrata di un negozio di alimentari. Il maiale sorridente dipinto all’entrata mi piaceva e aveva qualcosa di familiare. Ogni maledetta mattina, la vecchia Via Talli mi dava ai nervi. Era sempre in agitazione. Dovevo scaricarmi. Urlai.

Davanti il fioraio, orde rumorose di marmocchi aspettavano il bus: <<è inutile che andate a scuola tanto non combinerete mai un cazzo di buono!>> Attorno al giornalaio già si era formata la quotidiana calca:  <<che cazzo devono comprare con quella foga! Tanto sui giornali scrivono sempre le stesse stronzate!>> Per strada le automobili schizzavano come schegge impazzite: <<Dove cazzo andate così di fretta?! Finirete per ammazzare qualcuno! Stronzi!>> Le persone erano come ratti. Squittivano e correvano in questa fogna di cemento in cerca della loro immondizia, in cerca del loro cibo. Davano senso alla loro esistenza compiacendosi della solita merda. Grazie a dio me ne stavo in disparte. Ero solo uno spettatore. Avevo l’alcool. L’alcool sceglieva per me. Mi teneva fuori da questo schifo. <<Ma cosa ca..?!>>  Un rombo di motore mi fece quasi cadere a terra per lo spavento. Una utilitaria assettata come una macchina da corsa si era parcheggiata davanti al negozio. Emanava un rumore così assordante da smuovere lo stomaco. Dentro due minchioni cazzeggiavano con lo stereo. Mi stava venendo da vomitare. Basta non ne potevo più. Una cascata di vino rosso imbrattò il parabrezza. Quel frastuono infernale finì, ma cominciarono i guai. I due cazzoni mi fissavano con odio. Feci un sorriso ebete. Uscirono fuori. Uno era smilzo e alto, ed esibiva una faccia da ritardato di prim’ordine, mentre l’altro era basso e tarchiato. Un cinghiale. Indossavano tute da ginnastica: avevano colori accesi e un grosso leone al centro della maglia. Calzavano delle scarpe sportive dorate.  Quei colori mi nauseavano. Mi uscì spontaneo: <<stronzetti come cazzo siete vestiti e soprattutto cosa cazzo avete da guardare? Non avete mai visto un barbone?!>>  Amavo il mio alcolismo. Potevo dire tutto ciò che volevo e non avevo nessun rimorso. In un attimo mi circondarono e a giudicare dalle facce non avevano buone intenzioni.  Lo smilzo bofonchiò qualcosa: <<ripetilo,  se hai coraggio, barbone di merda!>>  Non volevo deluderlo: <<ho detto che mi sembrate 2 coglioni del cazzo con quei vestiti e aggiungo che i vostri genitori quella sera potevano fare altro, visto che gli sono venuti fuori due begli stronzi fumanti come voi!>>. Il cinghiale sbavò rabbioso e mi vibrò un fortissimo cazzotto in faccia. Crollai a terra e il colpo quasi mi fece perdere i sensi. Dopo toccò allo smilzo che mi scaricò un calcio ben assestato sull’addome. Mi rannicchiai per il dolore. Vomitai una mistura di sangue e vino rosso. Buio. Poi quella voce: <<Ehi! Stai bene? Oh pronto? Sei vivo?>> Era una voce stridula, forse un ragazzino. Aprii gli occhi. Un marmocchietto mi fissava incuriosito e preoccupato. Mi venne spontaneo <<E tu chi cazzo sei? E cosa vuoi?>>  Rispose in modo innocente  <<mi chiamo P****, e ti serve una mano vecchio? Sei tutto sporco di sangue …>> Ma cosa voleva questo ragazzino? <<Senti ragazzino mi prendi per il culo? Come mai vuoi fare il buon samaritano del cazzo?!>> mi guardò perplesso. Stava quasi per mettersi a piangere. <<Ed ora che c’è? Vuoi pure frignare?!>> Mi sa che avevo esagerato. L’alcool me la faceva prendere pure con chi non centrava nulla. Anche con quel povero cristo. Successe una cosa che non accadeva da tempo: mi scusai. <<Ehi marmocchio … scusami! Ma sai è difficile che a qualcuno importi di un rifiuto alcolizzato come il sottoscritto.>> Il volto del ragazzino si tranquillizzò e disse con gentilezza <<lascia che ti aiuti a rialzarti?>> Ne aveva di forza il moccioso. Mi tirò su con un colpo secco di gambe. Mi trascinò fino al “nasone” davanti il fioraio. Perché faceva tutto ciò? In quel breve tragitto sentii tutti gli effetti dei colpi di quei balordi. La mia mascella si muoveva a scatto. Avevo la vista appannata. Mi sentivo le guance indolenzite e una forte fitta allo zigomo mi apriva in due la testa. Ero conciato peggio del solito. Schiaffai la testa sotto l’acqua della fontana. Quella doccia gelida mi fece riprendere. Riuscivo a mettere a fuoco:  ero sporco ovunque di sangue e vomito. Vidi meglio anche il ragazzino: era tarchiato e indossava una tuta sportiva blu. Dei capelli castani gli coprivano gran parte del volto: aveva delle guance in carne e piene di brufoli.  Mi fissava con una faccia piena di interrogativi. << Cosa c’è moccioso? Perché mi fissi così?>> Disse con timidezza << Perché vivi per strada?>>  Che diavolo di domanda mi aveva fatto il marmocchio? Però era una bella domanda. Come cazzo ero finito in questo inferno di cemento? << Marmocchio seguimi e forse riuscirò a darti una risposta.>> Dovevo trovarmi degli “stracci nuovi”. Il sangue e il vomito avevano reso quelli vecchi buoni solo per scacciare i ratti. Il vecchio raccoglitore di vestiti usati della Caritas faceva al caso mio. Quel cubo arrugginito davanti il mercato generale della Serpentara era la mia boutique di fiducia. Il ragazzo mi guardava perplesso << Perché siamo qui? Devi comprare qualcosa? Ma il mercato è chiuso oggi.>>  << Marmocchio non è per il mercato che siamo venuti qui!  Ricorda che quando vivi per strada bisogna tenere il culo sempre al caldo! E con questi vestiti bagnati che odorano peggio della merda, non puoi passarci la notte!>>  L’apertura del raccoglitore si muoveva in verticale. Mi serviva qualcosa per bloccarla. Il mercato si affacciava su un tratto di Via Talli dove crescevano delle betulle; le loro radici rigonfiavano l’asfalto. Era un vero tormento camminarci. Forse sotto a quegli alberi avrei trovato qualcosa di utile. Un ramo secco poggiato ai piedi di una betulla era l’ideale. La incastrai per bene. Ora potevo calarmi dentro senza rischiare di rimanerci dentro. Mancava solo una cosa: il palo. La stazione di polizia municipale non era troppo lontana e il rischio di essere beccati era alto alle 10 del mattino. <<Moccioso sai fare la guardia?>> <<Si, Perché?>> <<Sai che quello che stò per fare è illegale vero?>> timido rispose <<..Si.. lo so..>> <<Ora devi darmi prova che hai le palle. Devi avvertirmi se vedi una volante della polizia senza cagarti in mano. Sai non gradirebbero troppo il furto con scasso di un cassonetto Caritas. Credi di riuscirci?>>  Fu fermo nella risposta << Si vecchio!>> <<Bene!>> Ero immerso per metà dentro il secchione. L’interno era arrugginito e c’era quasi poco o niente. Giusto un vecchio golf marrone e un paio di jeans rossi. Li presi. Fu allora che sentii urlare il marmocchio <<Vecchio c’è la polizia, muoviti ad uscire!!>>  Appena riemersi da quel cubo di ruggine, una volante si era parcheggiata a pochi passi. Un poliziotto con l’aria poco raccomandabile era sceso. Mi disse con tono autoritario << Che cosa succede qui? Che cosa stavate facendo con quel raccoglitore Caritas?>>  lo accolsi con un sorriso ebete <<Vede agente avevo perso qualcosa e il mio piccolo amico mi stava aiutando a cercarlo. Non stavamo facendo niente di male.>>  Non era convinto <<Ah davvero!? Pensi che mi beva questa stronzata? E se ti portassi in questura con l’accusa di adescamento minorile, che ne dici barbone di merda?!>> Voleva giocare sporco. Avevo ancora un cartone intero di vino nella mia sacca. Lo sbattei con tutta la forza sulla sua testa. Una cascata di vino rosso gli imbrattò la divisa. <<Maledetto barbone! Ti ammazzo!>> Tirai un calcio diretto sulle palle. Lo sbirro cadde a terra. <<Ragazzino vedi di mettere i razzi al culo! Qui si mette male! Seguimi se ti vuoi evitare un tour gratis in questura!>> Era il momento giusto per squagliarsela. Io e il marmocchio corremmo a più non posso. Cazzo che corsa! Per poco non sbrattai di nuovo. Sgattaiolammo per il parco di fronte al mercato. Il muretto e l’erbacce ci avrebbero nascosto bene. Un vecchio pino secco ci fece da copertura per riprendere fiato e spiare il questurino: si era ripreso dal calcio sui coglioni e si guardava intorno per capire dove eravamo finiti. Era incazzato come una faina. Il ragazzino mi guardava spaventato. Da un momento all’altro se la sarebbe fatta nei pantaloni per la paura. Lo guardai fisso negli occhi <<Moccioso calmati, non è riuscito a vedere dove siamo scappati! Vedrai che adesso demorderà e se ne andrà sulla sua bella volante a rompere le palle a qualcun altro>> Passò qualche minuto e non riuscendo a capire dove diavolo fossimo andati, risalì in macchina e riprese il suo giro di pattuglia. Il ragazzino tirò un sospiro di sollievo. Era meglio cercarsi un posto tranquillo dove stare, almeno fino alla fine del giro di pattuglia di quello stronzo. Il parco era abbastanza vicino all’immenso condominio di Colli della Serpentara. Mi venne un lampo di genio, un evento molto raro nel mio alcolismo perenne. La vecchia torre popolare di Colli era il rifugio perfetto dai guai di quella mattinata turbolenta. Era l’edificio più alto di un complesso residenziale popolare formato da 4 palazzi. Avrà avuto più di una dozzina di piani. Il marrone delle sue pareti la rendeva minacciosa: una immensa prigione per famiglie.  Aveva un terrazzo da cui si poteva vedere tutta Via Talli e il cui accesso lo conoscevo solo io. Era la mia fortezza: il luogo dove potevo bere senza essere giudicato dai topi che abitavano quella fogna di periferia. Il mio passaggio segreto era una scala nascosta sul retro del palazzo usata dai tecnici ascensoristi. Guardai se la strada era libera: c’era solo un vecchio che portava il suo cane a pisciare. Era il momento. <<Marmocchio vieni con me, so io dove andare per far calmare le acque.>> L’ingresso della scala era segnato da una porta metallica arrugginita. Aveva la maniglia difettosa, ma con un robusta spallata l’aprii. Appena dentro una lunga schiera di scale ci attendeva << Marmocchio ci toccherà camminare parecchio, prometti di non frignare e lamentarti? Se non te la senti puoi sempre andartene e magari fatti beccare dal poliziotto di prima.>> Il ragazzino mi guardò con una aria seria <<Si me la sento, io non ho paura di quattro scalini.>>  <<Ottima risposta marmocchio! Andiamo altrimenti qui ci rimaniamo fino al prossimo Natale.>> Quelle 20 rampe di scale sembrarono infinite. Ero esausto.  Avevo i polmoni in fiamme e sentivo il mio fegato spappolato. Maledetto alcool. Anche il marmocchio aveva accusato la salita. Era tutto sudato e respirava affannosamente per riprendere fiato. Ma lo sforzo ne era valso la pena. Da lassù la vecchia via Talli era un fiume di asfalto che tagliava in due il colle della Serpentara. Quella vista mi fece tornare alla mente la domanda del ragazzo: perché vivi per strada? Come ero diventato quel fottuto barbone che sono?  Lo guardai  <<Moccioso cosa vedi?>> Rispose <<vedo Via Talli e i suoi palazzi, cosa dovrei vedere?>>  <<Io ci vedo una scelta>> Il ragazzino mi guardò stupito <<Come una scelta? Che vuoi dire vecchio? Hai forse bevuto troppo?>> <<No ragazzo, non sono mai stato così lucido… vedi l’unica cosa che ho fatto fino ad oggi è stato lamentarmi di questa fogna. E cosa ho fatto per migliorare la mia condizione? Nulla. Non ho fatto nessuna scelta. O meglio ho lasciato che gli eventi scegliessero per me. Sono rimasto senza lavoro e ho lasciato che l’alcool decidesse per me. Troppo Facile. Non ho mai avuto le palle di decidere io. Lo vedi il bivio tra via Talli e via Cocco Ortu: ho preferito tirare dritto per quella fogna di cemento piuttosto che cambiare strada. Ho rinunciato a vivere in una residenza più decente come quelle bellissime case a schiera di Via Ortu. Ho preferito delle merdose case popolari come sfondo della mia esistenza. La mia vita è diventata tale: spenta e senza scopo. Io sono a poco a poco morto dentro. Divorato dalla tristezza e dalla frustrazione che impera in questa via. Sono condannato ragazzo. Aspetto solo che il mio fegato esploda. Questa strada è stata la mia vita ed ora sarà la mia tomba. Tu puoi ancora salvarti Moccioso!>>  Era impaurito << Vecchio non dire così mi metti paura!>> <<Non voglio metterti paura ragazzino. E la sola verità. Se non vivi da protagonista le tue scelte finisci come me: vittima degli eventi. Ti sentirai frustrato a vita e l’unica cosa che farai sarà lamentarsi e bere. Ma tu mi hai dimostrato che hai palle. Sei riuscito a starmi dietro. A prendere la decisione giusta nel momento opportuno. E non hai avuto paura del diverso, del diverso come me. Forse hai ancora una speranza. Il tutto stà in quello che farai. Hai capito moccioso!?>> Il ragazzino mi fissò con uno sguardo preoccupato << Secondo ce la potrò fare?>> Mi venne da sorridere <<Credo di si ragazzo.>> Anche il moccioso fece un sorriso e si tranquillizzò. <<Ora vai si è fatto tardi. Ho voglia di rimanere da solo.>> <<Ci incontreremo ancora?>> <<Non te lo so dire>> <<Ok, vado ciaooo!>> Il marmocchiò sparì per le rampe di scale. Sentivo di aver fatto qualcosa di utile dopo tanti anni. Un peso dalla stomaco me l’ero levato. Ora ne rimaneva un altro ben più grande: IO! Mi affacciai. Come era bella quella vista. Si vedeva tutto: il parco verde, il mercato generale della Serpentara, la vecchia corte dei conti ed infine il condominio al 170 della via dove avevo abitato prima di ridurmi in questo stato. Non potevo tornare indietro. Da lassù quella strada aveva qualcosa di affascinante. Mi sarebbe piaciuto toccarla, ma non avevo più le forze per scendere. Forse si. Potevo fare ancora qualcosa. Mi appoggiai sul davanzale. Mi lasciai andare. Vidi l’asfalto sempre più vicino. Sentii un rumore di ossa rotte e carne spappolata. E poi il buio.