Registrati | Login

Gran parte dei media “professionali” è straordinariamente poco professionale.

Gran parte dei media “professionali” è straordinariamente poco professionale.

di REDAZIONE COMUNICLAB (28 05 2009)

Questo può sembrare piuttosto ovvio, ma non per questo è meno deprimente. Ho qui due riviste che ho comprato in aeroporto mentre venivo qui.Il primo è Us Weekly. Il secondo è OK Weekly. Potete notare che in entrambi c’è un articolo su una certa coppia di celebrità.

Chiaramente spendo le notti senza dormire, preoccupato per il matrimonio di Tom e Katie. Per tornare a me, così sto a più agio, conosco Katie Holmes dai tempi di Go. La adoravo. Per un bel po’ di tempo la chiamavo per il suo compleanno. Ma poi mi son reso contro che una diciannovenne e un omosessuale piuttosto più vecchio non possono avere granché in comune.
Ma dio li benedica. Loro lo stan facendo funzionare.


O almeno, speriamo. E’ difficile da prevedere. Se ripensate a Nick e Jessica (lo so, il cuore si spezza), una settimana era colpa di lui, quella dopo era colpa di lei. E sembrava che i giornalisti scrivessero i pezzi in entrambi i modi per poter pubblicare la versione più adatta alle foto di quella settimana.

Responsabilità: Come facciamo a sapere che ci sono problemi in paradiso?

“Secondo le nostre fonti”. Ok. Le Fonti. Perché faccio fatica a credere queste fonti? Magari è perché le fonti che loro citano per nome non hanno nulla a che vedere con Tom e Katie, e stanno chiaramente congetturando.
Questo è un trend pericoloso, perché è facile trovare qualcuno che ti dica più o meno qualunque cosa. Bisogna stare particolarmente attenti a termini come “cane da guardia dei media” o “osservatore di celebrità”. Non siamo tutti osservatori di celebrità? Ho comprato queste riviste. Sono un osservatore delle celebrità.

Standard professionali: mi sto concentrando su due riviste. Tutte le riviste sono uguali? Sinceramente, no. Mi pare che Time Magazine e Newsweek abbiano generalmente standard più alti, specialmente quando si occupano di “notizie che contano” piuttosto che di intrattenimento.

Giornalismo sull’intrattenimento” è uno di quei termini che diventa più inquietante più ci si pensa. Per me è come quell’illusione ottica dove la stessa immagine si può interpretare come un vaso o due donne che si guardano. E’ giornalismo sull’intrattenimento, o giornalismo che intrattiene?

Questo è un argomento per un altro seminario. Ma credo sia ovvio che non ha senso mettere Entertainment Tonight o Access Hollywood sullo stesso piano di 60 Minutes. Una volta che vediamo che “questo è uno show sulle celebrità” diamo per scontato che molto di quello che stiamo per vedere sarà costruito. Piuttosto diventa goffo e strano quando una giornalista seria come Diane Sawyer segue Brad Pitt in Africa per parlare della fame nel mondo. Non è una storia da telegiornale; non è una notizia. E credo che renda più complesso prendere sul serio Diane Sawyer quando presenta notizie reali.

Una delle cose che non è chiara a chi vive e lavora al di fuori dell’industria dell’intrattenimento è che Hollywood è una città molto piccola. Tutti si chiamano per nome, anche se non si conoscono. E abbiamo due giornali locali: Variety e l’Hollywood Reporter. Se lavorate nell’industria vi abbonate ad entrambi, e li ricevete ogni mattina. Variety è famoso per il suo liguaggio da addetti ai lavori, che lo rende quasi illeggibile. Lo chiamano Slanguage (Slang + Language, ndt). Le premiere sono chiamate preems. I presidenti prexys. E nessuno lascia un lavoro, ma “caviglia” (ankle, ndt). La loro testata più celebre è del 1935: “Sticks Nix Hicks Pix”. Il che voleva dire che la gente del Midwest non stava andando a vedere I film sui contadini. L’Hollywood Reporter, d’altro canto, è scritto in Inglese. Entrambi I giornali hanno un sito internet, dove potete leggere la maggior parte degli stessi articoli che trovate sul giornale. L’Hollywood Reporter ha anche un blog, scritto dal suo vice direttore, Anne Thompson. Il blog non ha pezzi veri e propri, ma piuttosto piccoli commenti, paragrafi. Insomma, è un blog.

Più o meno una settimana fa, ho letto sul blog una cosa che mi ha messo piuttosto a disagio.  Grazie a Stax, l’esperto ufficiale di tutte le cose Bond su IGN FilmForce, per questo link a una descrizione della sceneggiatura del nuovo Bond. Se non volete leggere anticipazione, non andateci! Allegato c’era un link alla sceneggiatura del nuovo film di James Bond. Ora, se avete prestato attenzione all’inizio della mia conferenza-monologo, vi ricorderete che ho qualche problema con le recensioni delle sceneggiature. Non credo siano una buona cosa. Per me, è come decidere che è un bambino è brutto guardando un’ecografia. Ero sciocciato per la recensione della sceneggiatura di Charlie su Aint’ It Cool News, e quella era una recensione falsa. Adesso il vice direttore dell’Hollywood Reporter mette un link alla una recensione di una sceneggiatura. Pensavo non fosse corretto. Per cui l’ho chiamata. La sua prima domanda: “Il link è rotto? Non funziona?” Si Anne, funziona. Ma non credo sarebbe dovuto essere pubblicato. Le ho chiesto se avrebbe pubblicato lo stesso pezzo nella versione cartacea dell’Hollywood Reporter. Ha detto che non l’avrebbe mai fatto. Ma questo è un blog, e I blog sono un’altra cosa.

E qui siamo entrati nel cuore del problema: lei invidiava i blog. Da un certo punto di vista invidiava Aint’ It Cool News, perché era in grado di scrivere voci di corridoio e speculazioni senza porsi gli stessi problemi dell’Hollywood Reporter. I giornali da edicola hanno un contatto non scritto con i loro lettori per cui devono solo pubblicare fatti verificabili. I blog in giro per il mondo non ce l’hanno, e per questo motivo possono permettersi molto di più. Abbiamo avuto una bella discussione sulla sua decisione di pubblicare il link, e sulla difficile distinzione tra il giornalismo con la G maiuscola e quello che succede sulla rete. Alla fine ha deciso di rimuovere il link. Ma quello che non le ho detto, e che vi dico ora, è che credo che l’atto di pubblicare il link in sé sia stato incredibilmente poco professionale da parte sua. E’ ridicolo che abbia dovuto chiamarla perché accettasse di toglierlo.

Tornando al problema della professionalità: non c’è dubbio che lei sia una giornalista professionista a tutti gli effetti. E’ un direttore pagato in uno dei giornali più rispettati nel giro dell’industria cinematografica. Non può decidere di dire tutto ad un tratto che in questo contesto è “solo una blogger, non mi puoi giudicare con gli stessi standard”.