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Le tesi di John August

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di REDAZIONE COMUNICLAB (28 05 2009)
http://www.flickr.com/photos/alaskayoung17

Qual è il senso del professionismo al tempo del web con i suoi diversi suffissi numerici? La Rete deve essere comunque sinonimo di dilettantismo e magari palcoscenico di sciatteria e superficialità? Per rispondere a queste domande l'Unità ha pubblicato la conferenza che John August ha tenuto all'Università di Sant'Antonio. John August è uno sceneggiatore e regista statunitense e la conferenza è datata 2006. Ma le sue tesi sono estremamente attuali: per questo ve le riproponiamo. Il dibattito è aperto.

È un piacere parlarvi, stanotte. Negli ultimi due giorni ho visitato molte classi, ho parlato di sceneggiatura e film, ho parlato di me stesso. E lo so fare bene. Ma quando ho accettato di partecipare a questa conferenza, uno dei requisiti richiedeva che la presentazione avesse un titolo. Quindi un argomento, una tesi, un senso.

E’ tutto molto accademico, e mi piace. Mi mancava. Non mi crederete, ma un giorno ripenserete alla vostra carriera universitaria e sarete presi dalla nostalgia. Perché c’è qualcosa di rassicurante nel dover scrivere un saggio di quindici pagine sull’uso delle immagini floreali in “Orgoglio e Pregiudizio”.


La cosa più bella è che se sbagliate non succede nulla. Per il resto della vostra vita, vi diranno che state cazzeggiando. Quando siete in università, vi danno un voto. Ma andando avanti.

Ho deciso di non concentrare questa conferenza sulla sceneggiatura in senso stretto, ma sulla scrittura in generale. Perché tutti in questa sala sono scrittori. Che scriviate sceneggiature, o saggi di ricerca. Come minimo scrivete e-mail. Tutti voi siete, e sarete, scrittori professionisti in qualche ambito. Voglio parlare di cosa questo significhi.

Ma prima parliamo di me.
Il 21 marzo del 2004, più o meno alle nove del mattino, ho ricevuto un’e-mail dal mio amico James, con scritto: “Congratulazioni per l’ottima recensione di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato su Ain’t it Cool News”!  Questo mi ha inquietato per più di una ragione.

Prima di tutto, il film non era stato ancora girato. Non avevamo neanche cominciato con la produzione. Di conseguenza, la recensione doveva essere basata sulla sceneggiatura. Gli studio e i cineasti non sono per nulla contenti quando le sceneggiature vengono diffuse e recensite su internet, perché fanno partire un meccanismo di congetture e speculazioni su cose che potrebbero o meno essere girate. Sapevo che avrei ricevuto telefonate di panico dalla Warner Bros.

Ma prima dovevo leggere il pezzo su Aint’ It Cool News. Immagino che tutti qui conosciate Aint’ It Cool News. E’ un sito internet gestito dal ciccione con i capelli rossi dove parlano dei film in arrivo e su come tutti facciano schifo. Dopo ogni articolo i lettori scrivono i loro commenti, che di solito sono deliri incomprensibili su Hulk Hogan. Questo è Aint’ It Cool News. Quindi ho aperto il sito e ho cominciato a leggere. Leggerò solo qualche passaggio del pezzo, è molto lungo. E non è stato scritto da uno dei redattori del sito, ma da un tizio che si fa chiamare Michael Marker.

Cari lettori, non sono parte della produzione, sono solo un ragazzo fortunato con un genitore che lavora nel mondo del cinema. Con il quasi-pemesso di mio padre, un amore assoluto per Roald Dahl, e un rispetto ancora maggiore di prima per John August, scrivo qualche pensiero sul suo adattamento di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato di Dahl. Già adesso sono nervoso. Ma “rispetto ancora maggiore” suona bene, chissà come va a finire?
Vi avverto che rivelerò aspetti importanti della trama. La sceneggiatura è tutta lì. Tantissimi dettagli sono intrecciati alla trama e ai temi della storia come il rosso in un bastoncino di zucchero - è energizzante e vitalizzante.
Ok, lo stile è un po’ troppo arzigogolato, ma andiamo avanti.

Come l’adattamento di Peter Pan curato da P.J. Hogan, August non perde mai di vista gli aspetti più importanti del testo di Dahl, non solo sottolineando le parti fondamentali della trama e dei personaggi, ma riproducendo la visione di Dahl con straordinaria inventività. Sono un grande. August ha scelto di cambiare lo sfondo della storia: da una cittadina in stile inglese a la Oliver Twist mischiato con uno show a premi degli anni ’60, è passato ad con un misto tra Hershey in Pennsylvania, Detroit/Pittsburgh/Chicago/Periferia. Negozi in stile Wallgreen vedono le barrette Wonka, e la madre di Charlie lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. August rischia di essere accusato di americanizzare troppo la storia per scioccare il pubblico. Dahl ne sarebbe fiero. A questo punto comincio ad essere perplesso. “Perplesso” è probabilmente il termine sbagliato, perché si riferisce ad una reazione intellettuale, mentre quello che provavo era fisico. Il tipo di nausea che si prova quando si cade. Perché il problema è che non ho ambientato la storia ad Hershey, PA. La mamma di Charlie non lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. Per nulla. Ma continuo a leggere.

L’entrata di Wonka: la classica caduta con bastone, naturalmente. Fino a che un vecchio nella folla non rovina il divertimento. “Impostore!” urla. L’uomo tira fuori un telecomando e immobilizza Wonka con un click. L’uomo si toglie la sua stessa faccia e VIOLA!
C’è scritto proprio “viola!” Ma son sicuro che lo scrittore intendesse “Voila!” Il vero Wonka si rivela. Arrotola la faccia di plastica dentro una palla e ne morde un pezzo come se fosse carne secca. Preme un bottone sul telecomando e il Wonkarobot si inchina.
Questo non è neanche lontanamente quello che succede nella sceneggiatura. La nostra versione ha una parodia/omaggio di “E’ Un Mondo Piccolo” dove i burattini prendono fuoco e si sciolgono. Quindi mi fermo e penso: “che diavolo sto leggendo?” Che questo tizio abbia trovato una copia di una vecchia sceneggiatura di Charlie senza il nome dell’autore, e ha dato per scontato che fosse la mia? O sta mentendo deliberatamente? In ogni caso, la nausea sta lasciando posto a tremori.
Ma continuo a leggere.

Un tocco di classe: le porte nella casa dei Bucket e nella Fabbrica di Cioccolato non si chiudono mai del tutto. Nella casa è un’abitudine degli abitanti, nella fabbrica è un soffio meccanico che blocca le porte al 99% della chiusura. Non ho idea di quello di cui parla. Non so neanche cosa significhi. Per quanto sia parsimonioso con le descrizioni visuali, ogni frase di August si scorre come l’olio: “mostra le tue mani e le tua braccia figliolo, non voglio segreti in questa casa”, “un altro cane abbaia nella distanza, un cane scuro, seducente”.
Se riesco a descrivere un cane seducente, devo essere uno scrittore straordinario.

E arriviamo agli Oompa Loompa.

Wonka spiega la loro storia con un tono inquietante, come la lettera di Thomas Jefferson a Tom Hart, un altro proprietario di schiavi, nel 1806. “Il negro è stato trapiantato dalla Giungla Mortale dei Conflitti Tribali e dai demoni della Malattia e la Fame, ma è successo contro la sua volontà. Qualcuno potrebbe dire che sia un’opera di benevolenza da parte dell’uomo bianco. Io credo che sia il modo in cui vanno le cose”.
Thomas Jefferson? La benevolenza dell’uomo bianco? Per mettere le cose in chiaro, questo è un film su un biglietto d’oro e una magica fabbrica di cioccolato. Abbiamo cercato di evitare le ramificazioni socio politiche dell’imperialismo occidentale. L’articolo è firmato: “un affettuoso lavoro di finzione di Michael Marker”. Questo tizio sta dicendo che ha inventato tutto di sana pianta, ma è tutto online, presentato come se fosse vero. Questa recensione è largamente positiva, ma completamente sbagliata.

Quindi, che faccio?

Fortunatamente conosco una persona che lavora ad Aint’ It Cool News. Il suo nome è Jeremy, ma nel sito si firma “Mr. Beaks”. Ho pranzato con lui un paio di volte per parlare di Big Fish e Tarzan. Quindi gli mando una mail e scrivo che, hey, la recensione di Charlie è una bufala. Per essere precisi, gli scrivo “questo tizio vi ha propinato una bufala”. Non è che mi sia offeso. E’ che quel tizio, Michael Marker, sta infangando il nome di Aint’ It Cool News cercando di far passare I suoi deliri per verità. Come si permette! E funziona. Mr. Beaks parla con Harry, e Harry pubblica un nuovo articolo che dice che la recensione è un falso. Non tolgono l’articolo originale, ma abbiamo praticamente risolto.

Ma non posso fare a meno che pensare… il suo articolo era sbagliato, ma era molto, molto positivo. Cosa sarebbe successo se fosse stato negativo? Mr. Beaks e Harry Knowles mi avrebbero creduto lo stesso? Probabilmente no. Avrebbero detto “oh, sta rosicando”. Lamentarmi avrebbe dato ancora più credibilità alla falsa recensione. Vedete, il problema è che se provate ad andare contro ad Aint’ It Cool News, o un altro dei siti che si occupano di film, e li criticate per aver pubblicato qualcosa come una recensione di una proiezione di prova o di inventarsi qualcosa di sana pianta, riceverete sempre la stessa risposta: Hey, non siamo giornalisti professionisti. Siamo solo un gruppo di appassionati di film.
E torniamo all’argomento di questa conferenza: professionisti contro dilettanti.

Che significato hanno queste parole, oggi?

La distinzione classica e facile è che il professionista viene pagato per quello che fa, l’appassionato no. In molti campi, questa discriminante funziona. Ci sono i pugili professionisti e quelli dilettanti. C’è un astronomo professionista e l’appassionato di astronomia, un tizio con un telescopio nel cortile. Un mio amico ha provato a distinguere usando il criterio per cui “l’appassionato fa qualcosa per passione”. Che è un po’ deprimente se ci pensate. Come se dal momento in cui qualcuno comincia a pagarti per quello che fai smettessi di esserne appassionato. Magari ha senso per la prostituzione, ma non credo sia un criterio universale. Ad esempio, oggi io ho lo stesso rapporto con la sceneggiatura che avevo quando ho cominciato, quando dormivo sul pavimento e mangiavo linguine di ramen. In pratica: odio abbastanza scrivere, ma adoro aver scritto. Farei praticamente qualunque cosa piuttosto che sedermi a scrivere una scena. Ma una volta che l’ho scritta, rileggerla è puro piacere. E sinceramente la teoria del “venire pagato per farlo” non regge molto una volta analizzata. Un appassionato di fotografia può scattare una foto e venire pubblicato su Newsweek. Non per questo è un professionista. Un blogger può vendere Google Ad sul suo sito per qualche penny a click. Ma non è questo che lo fa diventare un professionista, almeno nel senso in cui credo dovremmo usare questo termine.

Fin qui l'introduzione di John August alla sua conferenza e queste sono le sue tesi:

John August è uno sceneggiatore e regista americano. Ha firmato Big Fish e Go, ed ha diretto The Nines. La conferenza che pubblichiamo è stata fatta tre anni fa per gli studenti dell’Università di San Antonio, disponibile in originale sul blog dell’autore, johnaugust.com. August demolisce il diffuso luogo comune secondo il quale la scrittura online non andrebbe affrontata con lo stesso rigore che si riserva a quella su carta.