Il New York Times ai tempi della crisi
Il New York Times ai tempi della crisi

La crisi economica globale ha inflitto un duro colpo ad un settore già in forte difficoltà come quello dei quotidiani. La crisi di vendite dei giornali afflige il settore già una ventina d’anni, e non risparmia nemmeno uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo, il New York Times. Secondo i calcoli di Philip Meyer, studioso dell’editoria americana, l’ultima sgualcita copia del Nyt sarà venduta nel 2043. Ma cosa sta facendo il giornale per fronteggiare la crisi? Qual è il suo rapporto con internet e come si sta evolvendo?
Con quasi 160 anni di onorata attività alle spalle, il New York Times è uno dei quotidiani più prestigiosi a livello mondiale. Il primato d'eccellenza non è bastato però a tenerlo al riparo dalle oscure nubi della crisi che si stanno abbattendo nel settore dell'editoria e dell'economia globale, per non parlare dell'incalzante concorrenza di internet e della free press. Secondo le cifre comunicate dal gruppo - che edita anche altre 18 testate americane, tra cui il Boston Globe e l'International Heral Tribune - gli utili sono diminuiti del 47%, passando da 52,9 a 27,6 milioni di dollari.
La chiusura in rosso è stata provocata soprattuto dal crollo verticale dei profitti che provengono dalle inserzioni pubblicitarie (-21,2% nel solo mese di novembre 2008) e la società sta tentando in tutti i modi di correre ai ripari.
Nel gennaio 2009 la The Times Co. ha venduto il nuovo grattacielo realizzato da Renzo Piano nel 2007, sede del giornale. Il New York Times terrà in affitto per 24 milioni di dollari all'anno i 19 piani su 52, dove lavorano i giornalisti e l'amministrazione, con il diritto di riacquistare gli spazi entro 10 anni. Il grattacielo era stato concepito come un monumento alla trasparenza dell'informazione e al potere dei media americani.

Più recentemente il quotidiano ha anche annunciato l'aumento del prezzo di vendita al pubblico. Seguendo la strategia adottata dal suo rivale, il Wall Street Journal, il giornale sarà venduto a due dollari, 50 centesimi in più del prezzo attuale, mentre l'edizione domenicale passerà da cinque a sei dollari. Secondo i dati di vendita l'innalzamento del prezzo, il secondo in un anno, potrebbe portare un aumento delle entrate per 40 milioni di dollari.
Tra le altre tristi novità annunciate dal direttore della testata, Bill Keller, sono compresi tagli nei settori della moda, dei viaggi e approfondimenti locali. La sezione del venerdì "Escapes", dedicata alle vacanze all'interno degli Stati Uniti, sparirà e non verranno più pubblicati nemmeno i fascicoli locali della domenica, che erano una sorta di settimanale delle storie più vicine ai lettori. Nella capitale globale della moda si vedrà anche la scomparsa delle pagine dedicate alla moda pubblicate ogni domenica, mentre per i fashion-addicted resterà in vita la rivista "T", che appare ogni due o tre settimane. La prima pagina del giornale ha dovuto anche accogliere una striscia pubblicitaria, contaminando quello che storicamente è sempre stato considerato lo spazio sacro dell'informazione.
Tutte queste misure non sono bastate a tutelare il posto e lo stipendio dei giornalisti. Il giornale ha chiesto ai cronisti sindacalizzati, iscritti alla Newspaper Guild, di accettare riduzioni di stipendio, mentre i fondi destinati ai freelance scenderanno del 10%, o forse addirittura del 15%.
Sacrifici ancora maggiori sono stati chiesti al Boston Globe, sull'orlo della chiusura. Un sotanziale tagli degli stipendi, aspettative non pagate, un aumento delle ore lavorative settimanali e modifiche della clausola che garantiva a 200 dipendenti il posto a vita. Questi sono i termini dell'accordo a cui sono giunti la The Times Co. e i sindacati per salvare la storica testata del New England, che era stata acquistata dalla società nel 1993.
E sempre per quel che riguarda Boston, l'azienda dovrebbe vendere anche la sua quota nella squadra di baseball dei Red Socks.
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I forti venti di crisi non sono riusciti ad intaccare sostanzialmente la qualità del giornale, che ha ottunuto cinque premi Pulitzer, il massimo riconoscimento della categoria, dominando in vari settori; arriva quindi a quota 101 premi vinti dal 1917 a oggi. Nel 2009 il quotidiano ha battuto tutti nella categoria "breaking news", quella degli scoop - rivelando lo scandalo a luci rosse costato la poltrona al governatore dello Stato, Eliot Spitzer - la categoria della critica, della fotografia, del giornalismo investigativo e dei reportage internazionali con i servizi su Afganistan e Pakistan. La novità di quest'anno è che per la prima volta la competizione è stata aperta anche alle testate solo on-line; anche se nessun sito web è stato premiato, la particolarità è che le storie premiate sono state pubblicate sui siti web delle testate cartacee.

A premiare il web non ci pensa soltanto il Pulitzer. Secondo Google Ad Planner, a marzo 2009, i visitatori unici del sito web nytimes.com sono stati 31 milioni, 250 milioni di visiste e 1,1 miliardi di pagewies, di cui 3,8 milioni proveniente dall'Italia. Questo è il grande paradosso dell'editoria: mentre le entrate mai sono state così basse, la popolarità dei giornali, come punto di riferimento preferenziale, come fonte di informazione, è alle stelle.
" E' in crisi il formato dei quotidiani, non la sostanza", avverte Timothy Egar, esperto dei media dell'Herald Tribune (l'edizione internazionale del New York Times); "occorre solo aspettare che emerga un modello nuovo". Da parte loro le testate hanno bisogno di trovare un paradigma che permetta di sopravvivere e generare introiti anche nella versione on-line, tendenza che si va a scontrare con le aspettative dei cittadini/lettori abituati a leggere i quotidiani sullo schermo del proprio computer o del telefonino gratuitamente, senza sborsare un centesimo.
Nel grande mare di internet dove ognuno ha la possibilità di esprimere un proprio parere, di raccontare fatti di cui è stato testimone, in cui l'informazione anche non ufficiale è a portata di click, si ha pur sempre bisogno di un porto sicuro, del proprio giornale che si sia preso il compito di verificare fatti e fonti.
In un momento di transizione così delicato l'apporto e le opinioni della gente sono di cruciale importanza, tanto che il direttore Bill Keller ha risposto a domande poste direttamente dai lettori preoccupati dalle difficoltà finanziare del quotidiano. "Quanto a lungo possono realmente sopravvivere i quotidiani?", "Avete considerato di eliminare completamente la versione la versione cartacea?", " Vorrei essere un cronista del Times tra 20 anni. Ci sarà ancora lavoro per me?". Le domande più interessanti riguardano proprio i contenuti fruibili gratuitamente sul web con i lettori che si chiedono "come potete non far pagare per questo servizio? Tutte le volte che lo uso non posso credere che sia gratis."
La risposta di Bill Keller è stata: " Come molti sanno, qualche hanno fa il Times aveva introdotto un servizio in abbonamento chiamato Times Select, che ha generato qualcosa come 10 milioni di dollari all'anno. Ma alla fine la compagnia ha calcolato che rendere tutto gratuito avrebbe portato ad una grande crescita di numero di visitatori attraendo maggiori investimenti dalla pubblicità. La lezione di questo esperimento, comunque, non è che i lettori non vogliono pagare per i contenuti. Un'ottima informazione, spesso tratta da fonti riluttanti, di cui si sia testata la verità, organizzata e spiegata - sono tutte cose per cui bisogna pagare. All'interno del Times continua una vivace e serrata discussione riguardo ai modi per far pagare in nostro lavoro".
Allo studio vi sarebbero almeno tre ipotesi. La prima prevede l'introduzione di tariffe forfettarie da far pagare (in maniera esclusiva) ai lettori che sottoscrivono un abbonamento full-access. La seconda si basa su un modello di micro-pagamenti simile a quello impiegato da servizi come iTunes, dove gli utenti versano pochi centesimi per l'accesso a ciascuno degli elementi di contenuto. Nel terzo scenario, infine, le entrate vengono realizzate chiedendo un corrispettivo per la lettura delle notizie su device di nuova generazione.
Nel mese di maggio 2009 il New York Times e Adobe Systems Incorporated hanno annunciato Times Reader 2.0, la nuova versione del lettore digitale del quotidiano che offre il meglio delle edizioni cartacee e on-line. Il software è utilizzabile da qualsiasi personal computer con sistema operativo Windows, Mac Os o Linux, assicurando una navigazione più semplice e una serie di nuove funzionalità. Times Reader 2.0 è disponibile ad un costo settimanale di 3,45 dollari, mentre è gratuito per gli abbonati al Nyt.
Sarà dunque questo il futuro dei nostri giornali?