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Giornalismo, quante facce

Professione reporter

Giornalismo, quante facce

di PASQUALE MALLOZZI (08 05 2009)
http://www.flickr.com/photos/edcrowle

“I bravi giornalisti non hanno amici, ma solo fonti”.  Pronti a scommettere che l'imperioso invito di Cameron Lynne, direttrice di The Washington Globe, a Cal McAffrey (sono personaggi reali o di un film? che importa) entrerà nell'olimpo delle citazioni giornalistiche. Almeno subito dopo "E' la stampa, bellezza". State of play, ebbene sì il Washington Globe esiste solo a Hollywood, non è un grandissimo film ma offre molti spunti sulla coabitazione forzosa tra le tante facce dei giornalismi. Niente amici? Solo fonti? e come la mettiamo con il libro delle facce? Quali, più che quanti, giornalismi sono possibili al tempo di Facebook?
Se siete interessati a dialogare su questi temi proseguite tranquillamente, si fa per dire, la lettura.
Se invece volete rimanare ancorati alla dura realtà quotidiana ecco qualche storia sul difficile rapporto tra i giovani e la professione giornalistica. Speranze, illusioni, sogni, coronati e infranti di studenti di Scienze della Comunicazione alle prese con ordini e disordini. Nel disperato tentativo di capire perché i giornalisti non debbano avere amici.

► "Accendere il pc con lo svedese" di Pietro Desiato

► "Luci in the Sky. Con umiltà" di Diletta Giuffrida

► "150 articoli per 150 testate" di Wi

► "Roba da uomini" di Lucia Laudando

E a proposito di lezioni sul giornalismo non poteva mancare Indro Montanelli

Lo scoop, scorciatoia dei somari

 

Niente amici, solo fonti
Sono passati quasi quindici anni da quando negli Stati Uniti sono stati venduti più computer che televisori e sono stati scambiati più messaggi e-mail che tramite le poste. Era il 1995. Oggi la presenza di un computer in ogni ufficio e in ogni casa, e in quasi in tutte le scuole ha agevolato, almeno nel mondo occidentale, un atteggiamento completamente nuovo verso le categorie del tempo e dello spazio, rimodellando il senso stesso della parola comunità. Le utopie di interazione a distanza e in tempo reale, per anni sospese nell’etere, sono diventate concrete e hanno cominciato ad esigere una sempre più rapida soddisfazione.



In Italia, fra luglio del 2008 e marzo 2009, i navigatori Internet sono passati da 19.689.000 a 21.174.000. Una crescita pari all’ 11%, contro l'1% negli Usa, il 2% in Canada, il 4% in Gran Bretagna. Secondo i dati forniti da Netcraft la crescita degli utenti di internet è stata del 15% a livello del pianeta, con punte del 19% in Cina e del 17% in Russia. Per quanto riguarda invece i siti web abbiamo raggiunto quota 231,5 milioni. 

Sono numeri che ci fanno sentire sempre più “integrati” all’interno del paradigma digitale: è facile ritrovare un atteggiamento ottimistico verso la vita e verso il destino umano, e tanta tecnologica fiducia nei confronti delle sorti che attendono il pianeta. Utopia? Probabile. Per i “digitali” le sorti progressive del “disegno unitario” si tengono insieme in una forma “emergenziale”: i vari spezzoni di attività e tempo libero in cui la vita quotidiana si frammenta, si coagulano attorno a forme tanto complesse quanto casuali. C’è una grande diversificazione di gusti, desideri, comportamenti individuali e si tende sempre più a fare, o a cercare di fare, ciò di cui si ha passione e in quei settori dove c’è una forte motivazione.
Da qui nasce la crisi della cultura, anche popolare, nel “formato” broadcasting. E’ difficile ritrovare il senso di un centro che diffonda interessi. Il percorso è inverso: interessi e passioni sono alla disperata ricerca di un centro, tanto puntuale quanto puntiforme.

Secondo il report di fine anno 2008 del Pew Research Center , il 40 % del pubblico Usa preferisce la Rete per informarsi, mentre solo il 35% resta ancorato al vecchio giornale di carta. La televisione, con il suo 70%, regna incontrastata, seppure in leggera flessione rispetto agli anni scorsi. Solo la Rete fa registrare una crescita poderosa, in termini di scelta e fiducia degli utenti, con un più 24% rispetto al settembre 2007.

L’utente è il messaggio
Il senso dell’identità privata. I ragazzi di oggi non affidano più i propri segreti al diario ma li condividono con gli altri attraverso la pubblicazione di se stessi. Prendi Facebook:  si pubblica tutto, gusti, amici, paure, speranze. I giovani perdono in qualche modo il loro senso d’identità e riservatezza, il loro io personale e unico. I giovani di oggi, i bambini di oggi, appartengono ad una moltitudine di tribù e si muovono tra una moltitudine di mondi, hanno spostato le loro identità in un se stessi al plurale. Si sentono a casa in molti posti e non vivono in un luogo in particolare; esplorano diverse sfaccettature di queste identità multiple. Si fa un gran parlare di contenuti generati dal basso, ma la grande differenza tra il passato della televisione ed il presente di Internet è che in quest’ultimo caso è l’utente ad essere il messaggio.
L’identità al tempo della Rete è un bricolage di citazioni, di riferimenti, di links. La nuova identità somiglia molto al profilo di Facebook, una fotina che cambia continuamente, una personalità costruita attorno ad una serie di appartenenze.
Amicizie e adesioni a gruppi definiscono un io poliedrico che consente di essere fan contemporaneamente di Obama e Gatto Silvestro. L’originalità e l’ironia tentano un’impervia coesistenza con la consistenza numerica. Proprio il boom di Facebook  ci mostra la gran voglia di un presente condiviso, il trionfo dell’etica dell’effimero, la disciplina dell’individuo quale universo privatamente pubblico.  Il “libro delle facce” è un diario quotidiano delle attività e dei pensieri volatili, degli attimi fuggenti, è una collezione di sms per i nostri amici o, forse più verosimilmente, per un io un po’ vanitoso, fatto di immagini, tante, e di parole, poche, ma immaginifiche. E’ un io che si costituisce attorno a una condivisioni di attimi: “Che fai in questo momento?”

Clic sull'io
Icone, tags e link: il nuovo dna dell’io è tutto digitale ed ipertestuale. E’ un io cliccabile, è informazione condivisa. E’ un io fatto di rimandi, un io consultabile, un io che diventa contenuto multimediale.
La bit-generation non è una grande produttrice di informazione: tranne qualche caso rilanciato con eccessiva enfasi dai media, non sono poi moltissimi i contributi “generati dal basso”. Sono tantissimi invece i link: gli utenti si configurano come degli straordinari aggregatori di notizie e di informazioni utili. E’ il ritorno del passaparola: non c’è un reale bisogno di costruzione di senso, di fiducia in un disegno e in una cornice interpretativa. C’è la ricerca di un’informazione puntuale, di una risposta, di una soluzione a un problema.
E’ una generazione figlia della comunicazione mobile, del telefonino, dell’sms, della bolla comunicazionale di Flichy. E anche l’uso dei social-networks risente di un’informazione da 140 caratteri. Saltellando tra i profili di Facebook, è evidente la colonizzazione dello spazio comunitario attraverso frammenti del sé. Nessuna comunicazione sul passato o sul futuro, ma una geografia del presente, fatta di attestazioni di stati d’animo. Dalle nostre parti si usa poco Twitter, si ha scarso interesse a far conoscere dove siamo: vogliamo comunicare al mondo, al nostro mondo “semplicemente” chi siamo. In quel momento. Tra un po’, chissà.

Un io errante e sfaccettato che ogni tanto ha bisogno di informazione. D’accordo Google, va benissimo Wikipedia, ma la via maestra è il consiglio, il suggerimento, la ricetta proveniente dalla comunità. Senza mediazioni e opinion-leader: semmai con molti google-leader in grado di postarci con la massima efficacia la citazione/soluzione più pertinente. E’ il trionfo del “leggi qui”. Con il qui sottolineato e ancorato.

I “digitali nati” hanno un rapporto con Internet che è decisamente “uno a uno” piuttosto che uno a molti. E a differenza degli over 40, gelosi dei loro contenuti e delle loro rivelazioni, hanno un istintivo bisogno di condivisione del sapere.
La generazione che va dai 3 ai 19 anni è nata con la tecnologia digitale: sono sempre connessi ed interconnessi, ma soprattutto pensano e processano le informazioni in maniera radicalmente diversa rispetto ai loro predecessori, cresciuti in un mondo analogico. Scrivere vuol dire usare la messaggistica istantanea (Skype, Msn ecc…): il foglio di carta e la penna sono ormai metodi obsoleti e superati. Si con-dividono canzoni, film, siti. Le applicazioni peer-to-peer usate per la messa in comune di file rimangono i programmi più utilizzati e Internet è la prima e pressoché esclusiva fonte di informazione: l’enciclopedia è Google. Non esistono istruzioni, non ci sono manuali, non c’è alcun “read-me”: l’informazione deve contenere in maniera trasparente anche le istruzioni per l’uso.

Qui, e ora?
Quando si parla di Internet, inevitabilmente si affrontano questioni di rivoluzione culturale, di cambio di paradigma, di nuove dimensioni spazio-temporali che modificano alla radice le prospettive di qualunque fenomeno sociale.
E allora, che succede quando, come nel nostro caso tra le onde del web dobbiamo far navigare qualcosa di “naturalmente apocalittico”? Come si concilia l’informazione professionale, così intrinsecamente cartacea, con la web-philosophy?  Aldilà di quando verrà appallottolata l’ultima copia cartacea del New York Times,  riuscirà il giornalismo a sposare una volta tanto la tecnologia e riuscire a capire che la vera rivoluzione è mettersi dalla parte del lettore, del nuovo lettore, riuscirà un professionista dell’analogico ad affidarsi agli occhi e alle dita del “nato digitale”?
Per il momento abbiamo di fronte una sorta di matrimonio di interesse. Molte diffidenze, molta voglia di conservare i propri recinti e orizzonti culturali. Ma c’è ben poco da difendere. Non è un problema di numeri o di un due tre web: con la Rete, grazie alla Rete si sceglie, si saltella, si naviga si entra e si esce. E allora il problema è capire cosa vogliono i nuovi utenti (?), che tanto per cominciare non sono più “nostri”. Un minimo di senso di appartenenza deve essere conquistato giorno per giorno, mettendo in campo tutte le strategie possibili per le correzioni d’errore. E, possibilmente, senza dimenticare le peculiarità della professione giornalistica: riuscire a tenere insieme gli interessi individuali con quelli collettivi. Se per i media tradizionali esisteva la vecchia scusa dei problemi di spazio e tempo, ora nel web tutto, o quasi, è possibile. Posso finalmente modulare l’informazione a seconda delle necessità di ricerca. Insomma: stabilito che, senza esagerare con deliri di onnipotenza, il web non pone molti limiti alla provvidenza, si tratta a questo punto di capire come intercettare le richieste, come educare le curiosità, come dialogare nel mare tempestoso dell’informazione con un lettore-autore quanto mai irrequieto.

I-paper

La cosa più complicata è riuscire a tenere insieme due filosofie apparentemente inconciliabili: da una parte l’idea del progetto e del progresso, il controllo del futuro attraverso l’analisi del presente, la costruzione di una cornice interpretativa che trova nella pagina del giornale il suo esempio più concreto. Dall’altra parte abbiamo come riferimento l’i-pod: ovvero la generazione casuale di una serie di brani memorizzati e richiamati randomicamente, qui ed ora. Non c’è un progetto ma un’emergenza. Nessun riferimento al futuro e tantomeno al passato: vale solo il presente. E’ il mondo della serialità statunitense, del dr. House, di CSI, ma anche dei Simpson: un eterno presente, un collage di pezzi di realtà (?) casualmente e confusamente (ma ha senso parlare di con-fusione?) messi uno accanto all’altro. Il buon vecchio Walter Benjamin non starebbe più nella pelle…

Il giornalismo tradizionale ha sempre inseguito il caso esemplare, emblematico, il frammento in grado di raccontare il tutto. Il lettore digitale, invece, cerca un frammento con il valore del frammento. Il particolare non serve più da trampolino per un immersione nell’approfondimento continuo: il particolare ci invia ad un altro particolare. E’ tutto un viaggio in superficie, dove esperienze, fatti, notizie, sono auto consistenti. Nessuna punta dell’iceberg, ma tante punte sulle quali saltellare liberamente.
Inevitabile, quindi, pensare a una rivoluzione per il giornalismo ed il newsmaking. E paradossalmente la via maestra potrebbe essere proprio quella del ritorno ai classici della stampa: la notizia dura e pura, assolutamente separata dal commento, dall’interpretazione. Commenti e interpretazioni saranno lasciati ai lettori, non più in uno spazio privato, ma in una cornice e funzione pubblica.   

Com-unità
Un’altra strada possibile per il giornalismo professionale potrebbe essere quella del ritorno alla comunità, al localismo degli interessi più che del territorio. Ma costruire una comunità facendo giornalismo non è facile, bisogna costruire un rapporto di fiducia, coltivarlo, e poi stupire ogni giorno con storie interessanti, più che emblematiche. Internet offre la possibilità di farlo non solo attraverso la partecipazione, ma soprattutto attraverso l’organizzazione, la definizione delle priorità e forse anche la tematizzazione. I meccanismi tipici del newsmaking devono cedere il passo alla “lettura condivisa”.
C’è da introdurre il “giornalismo come dialogo”. Persone informate dei fatti, direttamente o indirettamente che intervengono in una conversazione.
Nel nostro mondo quotidiano nascono sempre più domande cui bisogna rispondere e saper rispondere. E’ ormai venuta meno l’idea di articolo giornalistico come testo chiuso, come “prodotto finito” sotto la piena responsabilità del giornalista, da prendere o lasciare. “le domande le fa il giornalista!”. Macché! Il giornalismo deve aprirsi ad una conversazione senz’altro capace di arricchire la conoscenza e il dibattito sugli eventi, ma potenzialmente senza fine. Il giornalismo non può affidarsi alla fiducia incondizionata nella firma o sul semplice disvelamento del retroscena, della macchina produttiva: i produttori non controllano più né il messaggio né la notizia, al massimo la condividono.

Lo spirito del tempo
L’impressione è netta: c’è un disallineamento tra domanda e offerta nel rutilante mondo dell’informazione dell’online. Anche, o soprattutto, in quella professionale, in quella doc, in quella proveniente dai colossi dell’informazione di casa nostra. E’ come se continuassimo a scrivere in un formato analogico per lettori interamente digitali. Questo può comportare qualche errore di prospettiva: l’analisi dei consumi è molto condizionata dalla disponibilità di contenuti. E’ una situazione che andrebbe analizzata a fondo, Per cercare di avere qualche risposta alle richieste culturali degli utenti Internet, e per una sorta di proprietà transitiva, delle fasce più giovani degli utenti italiani, proviamo a spulciare le graduatorie di quello che un po’ troppo pomposamente Google definisce Zeitgeist. Lo scopo di queste graduatorie è sondare “spirito del tempo” ovvero  “riflettere sui principali temi di interesse degli italiani”. Allo Zeitgeist non appartiene alcun contenuto controverso o che possa offendere la sensibilità delle persone (quindi niente sesso, siamo Google) e non vi sono parole apparentemente molto cercate, ma non indicative di alcun trend o moda. Certo dal punto di vista scientifico non è un granché, ma lo spirito del tempo non può lasciare indifferente anche le questioni metodologiche.
Ebbene, secondo lo Zeitgeist 2007 i cinque nomi più cliccati dell’anno sul motore di ricerca Google.it, erano: “Beppe Grillo”, “Youtube”, “Badoo”, “Inps”, “Myspace” e “Agenzia delle entrate”. Subito dopo “Inter”, “Alitalia”, “Milan” e “Superenalotto”.
Alla lista  non appartengono solo le parole più cercate, ma anche quelle che, nel corso dell'anno, hanno dimostrato una crescita interessante rispetto al 2006. E’ sintomatico trovare in cima alla classifica Beppe Grillo: attenzione siamo all’interno di un motore di ricerca, quindi, si sta cercando verosimilmente il blog per soddisfare una richiesta, una curiosità, nata all’esterno della Rete. Ed è questo un primo dato piuttosto importante: il Web, nonostante tutto, vive una naturale sinergia con il territorio, le iniziative, il fare, la vita reale. Nessuna Second Life: le iniziative di maggior successo a cominciare dall’informazione online risentono di prodotti e produttori che abbiano un corrispettivo nella “First Life”.

Panorama diverso per il 2008:  le ricerche hanno riguardato soprattutto Olimpiadi, Saviano, Fiat 500. E ovviamente Obama. L’Italia sembra un paese che ama l’intrattenimento ma si preoccupa di cose molto serie, come il modo di risparmiare un po’ di soldi sul bilancio mensile. La classifica:   1. Pechino 2008  2. Facebook 3. Obama  4. Ecopass  5. La talpa 6. Finanziaria 2008  7. Saviano 8. Wiki  9. Mutui 10. Cinquecento

E nei quotidiani online cosa si legge? Il sito del Corriere della Sera ci dà una parziale risposta a questa nostra curiosità. Possiamo infatti controllare la classifica degli articoli più letti (o visti). Ebbene nel periodo 7 dicembre 2007/7 gennaio 2008 quando i quotidiani si riempivano di notizie su legge elettorale e apertura di dialogo tra i poli, emergenza criminalità, emergenza rifiuti in Campania e cento altre emergenze più emergenti la classifica del Corriere.it recitava:

1.    Cocaina, indagato comico di Zelig.    
2.    Gli autotrasportatori: «Protesta sospesa»Il governo: «Ha vinto il confronto».
3.    Vanessa Incontrada pornostar .
4.    Finisce il blocco, l'Italia riparte.
5.    Marin-Manaudou, finisce in lite.
6.    Michael Jackson, «faccia a pezzi»
7.    Di giorno in ateneo, di notte webcam girl
8.    Blocco Tir, faccia a faccia a Palazzo Chigi.
9.    Blocco dei Tir, distributori a secco.
10.    Le maestre facevano orge sullo scuolabus


E un anno dopo? Mese 16 novembre/16 dicembre 2008, sempre Corriere.it
1.    Terrore a Mumbai: oltre 100 vittime Morto un italiano. Riuscito il blitz al Taj
2.    Zenga-Varriale, stretta di mano dopo la rissa in diretta tv
3.    La Mondaini dice addio alla tv «Sono stanca e malata»
4.    Ragazze disponibili e spalmate di sedativi per derubare ricchi e ignari stranieri
5.    Corriere della Sera - Aniston nuda su GQ
6.    Uccide la moglie e i tre figli, poi si spara
7.    Berlusconi fa «cucù» alla Merkel
8.    Allevi: «Che disastro con Jovanotti»
9.    Ucciso 15enne per una lettera d'amore
10.    Lazio, Di Carlo rimette delega sui rifiuti dopo il fuorionda su «Report»


E  nell’ultimo mese 7 aprile/7 maggio, il mese del dramma d’Abruzzo del terremoto a L’Aquila?

1.    Noemi, la diciottenne che dice «papi» al premier
2.    Un'altra violenta scossa in Abruzzo
3.    Terremoto in Abruzzo: video, audio e foto
4.    «Veline in lista? No, sono laureate Ecco la verità sulla festa di Noemi»
5.    Veronica Lario: «L'uso delle donne per le Europee? Ciarpame senza pudore»
6.    La mamma di Noemi irritata «Squallore sulla mia bimba»
7.    Berlusconi e il caso Veronica «Ecco le mie candidate»
8.    Berlusconi: «Tre mie case per gli sfollati»
9.    Terremoto in Abruzzo: oltre 150 morti I feriti sono 1.500, 70 mila gli sfollati
10.    Le foto di "papi" e il tormentone web. Chi: scatti autentici, pronti a mostarli


A leggere questi dati sembrerebbe che l’informazione online sia una sorta di boschetto del voyeurismo. Urgono due considerazioni: è sempre più complicato distinguere i consumi culturali e o di informazione come se fossero appagati da un solo mezzo, queste sono le notizie che molti giornali online danno “in esclusiva” sui loro siti. Insomma la Rete è diventata una sorta di “discarica”: pochi contenuti originali e molti avanzi. Un po’ poco e un po’ triste per le tante speranze di redenzione e rivoluzione che il mondo dell’informazione riversava nella Rete. C’è ancora tanta strada da fare nel ripensare linguaggi e contenuti per l’online. Anche nel campo dell’informazione. La garanzia del “giornalista-inside” non basta più: è indispensabile tenere insieme giornalismo verticale e orizzontale, offerta e domanda, ma soprattutto è indispensabile pensare e costruire contenuti secondo i nuovi linguaggi della Rete. Bisogna ridare un po’ di linfa a parole chiave come ipertesto e multimedialità che sembrano ormai termini da antiquariato mediale. In questo campo non ci sono soluzioni e formule valide sempre e comunque: occorre sperimentare, occorre mettere in campo (a partire dalle Università) laboratori di “scrittura”. I giovani devono trovare tempi, modi e volontà per proporre qualcosa di nuovo e di interessante innanzitutto per loro stessi.