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L’immagine precaria. Sul dispositivo fotografico

L’immagine precaria. Sul dispositivo fotografico

di GERARDO REGNANI (13 09 2008)

La fotografia come “segno selvaggio”, ovvero “l’arte di tutti i pericoli”

Dopo circa vent’anni dalla sua originaria pubblicazione in Francia, è stato tradotto in italiano da Marco Andreani e Roberto Signorini il saggio di Jean-Marie Schaeffer “L’immagine precaria. Sul dispositivo fotografico”. Si tratta di un testo imprescindibile dedicato alla natura “selvatica” e “intermittente” del segno fotografico. La sua indeterminatezza, infatti, gli consente di presentarsi in maniera sempre differente in relazione ai diversi statuti e alle concrete pratiche di fruizione delle immagini, favorendo così l’emergere e il coesistere di “letture” anche diametralmente opposte tra di loro.

La fotografia è «un segno selvaggio». Così la immagina Jean-Marie Schaeffer nel suo saggio tradotto in italiano da Marco Andreani e Roberto Signorini circa vent’anni dopo la sua originaria pubblicazione in Francia (1997). Questo ritardo, si potrebbe far notare, è esso stesso un segno dell’ambito “selvatico” in cui, manifestamente, si trova almeno parte della produzione culturale nostrana. In Italia, come sottolinea Signorini nella sua nota introduttiva, è infatti circoscritta, ma più di ogni altra cosa è solitaria e sparpagliata, la realizzazione di testi dedicati alla riflessione teorica inerente questo medium.

Ma questo, per quanto importante, è un altro discorso.

Riprendendo nuovamente quello relativo al suddetto carattere «selvaggio» della fotografia, Schaeffer aggiunge che si tratta di un segno «intermittente» che è (semmai) tale per l’autore, in fase di realizzazione dell’immagine, ma diviene qualcos’altro, un segno sempre nuovo, per chi poi concretamente lo riceve. Relativamente a quest’ultimo aspetto, l’idea di fondo di Schaeffer è che la fotografia sia sostanzialmente «un segno di ricezione». Nei differenti contesti di ricezione in cui giunge l’immagine fotografica - traccia visuale di un eventuale (s)oggetto originario - è in effetti un segno sempre molto incerto che veicola una «sostanza semiotica» che può condurre, secondo i casi, a letture anche diametralmente opposte tra loro. Questa indeterminatezza, di fatto, si traduce quindi in un vero e proprio pericolo cui possono essere correlati i possibili rischi connessi con un’eventuale errata interpretazione dei segni contenuti nell’immagine. Rischi propri della «flessibilità pragmatica» della fotografia che la porta ad essere utilizzata al servizio delle più svariate strategie comunicative. Per pragmatico, hanno precisato i traduttori, deve intendersi un orientamento all’agire che, dal punto di vista dell’analisi semiotica, è posto in relazione con chi usa poi i segni «come forme d’azione».

Da questi primi elementi di riflessione emerge già il rilievo e l’interesse che un simile testo può suscitare in chi si occupa di media, oltre che in una prospettiva semiotica (come poi si tratteggerà), anche mediologica, ove il medium assuma la connotazione di uno strategico strumento di interazione simbolica, o sul fronte dell’analisi sociologica, dove il mezzo divenga un potente strumento di ridefinizione delle relazioni sociali.

Tornando ancora al testo di Schaeffer, l’autore è inoltre interessato al medium anche nella prospettiva di una teoria dell’informazione e, più specificatamente, agli aspetti inerenti alle figure dell’emittente e del ricevente dei flussi fotonici prodotti dagli apparati fotografici e alla natura di canali di informazione degli stessi.

Anche l’eventuale dimensione artistica dell’immagine ha destato l’interesse dell’autore. Questo ambito, di cui si riaccennerà brevemente in conclusione, è stato analizzato attraverso gli strumenti della semiotica. Più nello specifico, ricollegando l’analisi estetica a quella dell’estetico (inteso come visibile), è a Charles S. Peirce, e alla sua celebre tripartizione simbolo, icona e indice, piuttosto che a Ferdinand de Saussure che l’autore fa riferimento. Il legame della fotografia con il proprio referente è, in effetti, molto particolare richiamando comunque alla memoria qualcosa che, secondo una celebre definizione di Roland Barthes citata nel libro, da qualche parte un tempo «è stato».

Da qui all’indicalità il passo sembra essere molto breve.

Riprendendo, infatti, le nozioni peirceane, è la relazione indicale, afferma Schaeffer nel primo dei quattro capitoli del suo denso saggio, il principio di provenienza, il vero e proprio arché dell’immagine fotografica. Seguono, quindi, le riflessioni relative alle connessioni tra l’aspetto indicale, vale a dire la stretta connessione tra la rappresentazione e il suo referente, e la dimensione iconica della fotografia ove si delineerebbe una similitudine tra lo “sguardo” del medium e la visione umana. La dialettica di questa «icona indicale», con il perenne portato di ambiguità dei suoi segni e la conseguente varietà di interpretazioni possibili trasforma il mezzo in una «entità dinamica» che si colloca, in relazione alle diverse situazioni di fruizione, lungo un teorico continuum teso fra l’indice e l’icona. Su quest’asse ideale, l’automaticità dell’immagine fotografica risente comunque delle forme culturali della rappresentazione che, costantemente, ne regolamentano sia culturalmente che socialmente la relativa ricezione. Dinamiche di ricezione di questo strano segno che, analiticamente, sono l’oggetto della riflessione contenuta nel terzo capitolo del testo. Nel quarto ed ultimo capitolo del libro, della fotografia, «arte precaria», l’autore analizza la difficoltà a dare luogo ad un oggetto estetico per lo meno fintanto che questo è definito, in una prospettiva romantica, un messaggio simbolico.

La fotografia, per quanto sembri un oggetto semplice all’apparenza, si presenta dunque caratterizzata da uno statuto semiotico articolato e difficile da analizzare. L’immagine fotografica, secondo Schaeffer, può essere quindi definita «un segno non convenzionale», ma non per questo, aggiunge l’autore, si è obbligati ad affermare che questo segno risulti perfettamente «trasparente». Analogamente ai segni codificati, anche la valutazione di quelli “naturali”, precisa ancora Schaeffer, è possibile soltanto nell’ambito di una certa sfera di sapere.

In conclusione, come anticipato, si riaccenna alle riflessioni di Schaeffer riguardanti due aspetti emblematici dell’utilizzo della fotografia nel campo dell’arte. Il primo è inerente alla constatazione del fatto che l’immagine fotografica è ormai divenuta uno degli elementi fondamentali, un’autentica quintessenza in certi casi, di tanta arte contemporanea. Il secondo, contrapposto, riguarda il parallelo delinearsi di una sorta di paura del mezzo ad essere proprio se stesso, teso piuttosto ad un apparente e continuo rifarsi ai modelli espressivi della pittura che lo portano, in tal modo, a colmarsi di «stereotipi visivi e culturali». Ragioni, queste, per cui Schaeffer definisce la fotografia come «l’arte di tutti i pericoli».

 


 

Jean-Marie Schaeffer (1952), già noto in Italia per alcuni suoi saggi, è uno studioso francese specializzato in estetica e teoria letteraria. Directeur de recherche al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e direttore del CRAL (Centre de recherches sur les arts et le langage). Ha scritto: L’art de l’âge moderne. L’esthétique et la philosophie de l’art du XVIIIe siècle à nos jours, Paris, Gallimard, 1992; tr. it., L’arte dell’età moderna. Estetica e filosofia dell’arte dal XVIII secolo ad oggi, Bologna, Il Mulino, 1996; Les Célibataires de l’art. Pour une esthétique sans mythes, Paris, Gallimard, 1996; Adieu à l’esthétique, Paris, Presse Universitaires de France, 2000; tr. it., Addio all’estetica, Palermo, Sellerio, 2002.

Marco Andreani si è laureato con una tesi su Mario Giacomelli alla luce della teoria ed ermeneutica della fotografia, svolge una ricerca di dottorato presso l’Università di Parma.

Roberto Signorini, studioso indipendente di teoria della fotografia, è autore di Arte del fotografico. I confini della fotografia e la riflessione teorica degli ultimi vent’anni (Pistoia).