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Letture del mobbing

Letture del mobbing

di DIEGO ALTOMONTE (18 02 2008)

Da Philip Dick al mondo dell'istruzione, tra sabotatori smart e chi si cura con la filosofia

Nel Prometeo incatenato, l’unica tragedia della trilogia su questo personaggio pervenutaci da Eschilo, partecipiamo alla vicenda dell’eroe ostaggio di divinità avverse su una montagna del Caucaso. L’aquila gli divora il fegato, ma quello ricresce perché possa perpetrarsi all’infinito la condanna a colui che ha impedito lo sterminio degli umani per aver donato loro il fuoco e la civiltà. Ma chi può giurargli una vendetta così spietata?

In primo luogo Zeus, ingannato spesso dall’astuzia del Titano, colpevole di avere un debole per i mortali; poi Efesto, il fabbro degli dei, geloso del fuoco e delle arti dei metalli, creatura dalle brutte fattezze (e per questo abbandonato dalla madre Hera e tradito dalla moglie Venere) e avvilito nell’anima. Efesto, che escogita la bellezza vanesia di Pandora per offrirla ad Epimeteo, fratello di Prometeo, si avvale di due ottusi aiutanti: Potere e Violenza. Ed ecco nel dramma, noi e Prometeo, a condividere la sorte di avere il fegato a brandelli per la velleità di immaginare un mondo senza molestie e soprusi, nel quale invece tutti i mali racchiusi nel vaso infranto di Pandora ormai imperversano e dove persino la speranza sembra arrendersi, almeno quella di assistere ad un deus ex machina, ad una nuova teofania che tutto risolva, riconcili e consoli, come in molte tragedie greche, quasi nella certezza di trovarsi in un copione nel quale non si dà alcun nobile compimento.

inizio a colori

Nell’accogliente saletta della Fondazione Cesar - SicurPuglia, sede dell’ Osservatorio per la legalità della Puglia, mi è stato chiesto di svolgere le ultime ore  di formazione di un percorso organizzato dalla psicologa Lorita Tinelli per conto del Ce.S.A.P - Centro Studi Abusi Psicologici (R). Nelle strade di Bari la gente si affrettava a comprare gli ultimi regali e una brezza natalizia sembrava circolare anche nella nostra aula, insieme ad un po’ di stanchezza e alla voglia di casa dei pendolari. Allora ho distribuito grandi fogli da disegno insieme a colori, matite e pennarelli, chiedendo a questi giovani laureati ed impegnati nel sociale, reduci di lunghe maratone di studio e di applicazione, lo sforzo di raccontare graficamente la propria percezione del tema che stavamo per affrontare, il mobbing nel campo del lavoro. Ho visto volti distendersi, labbra abbozzare qualche sorriso, mani afferrare con decisione la carta e gli strumenti per scrivere e colorare. Ho visto Stefania, Mina, Cristian, Roberto, Gianvito, Antonella ed altri rappresentare con fantasia o con sobrietà un pezzetto di quel mondo racchiuso fino a quel momento nella loro testa e abbandonare quella aria assorta e compita, con la quale si accingevano, con educazione, ad affrontare l’ultimo impegno del corso.  Un partecipante esprimeva sul foglio, con molta serietà, la sua difficoltà a raccontarsi ad una persona appena conosciuta, contemporaneamente ci regalava due sue verità “non amo molto esprimere me stesso, posso solo riconoscere che ciò che sono è fatto di duro lavoro”. Chissà, ho pensato tra me, forse la mia offerta di costruire uno spazio comune di significato sul quale far vivere la nostra conversazione, ha già risvegliato reazioni e difese... paradossalmente sto tentando di entrare nel tema della prevaricazione con un gesto interpretabile come pervasivo ed eccedente. Ma altri mi sottoponevano le proprie riflessioni che finalmente superavano la barriera della propria identità, per argomentare, ad esempio, se il mobbing potesse essere visto come un processo dinamico (contesto/persone/comportamenti) nel quale la “categoria” di studio del fenomeno poteva coincidere con la questione della relazione, una relazione evidentemente ferita. Una mappa poneva al centro la parola “mobbing” e attorno una stella di descrittori: lavoro, abuso, stress (personale, familiare), malessere (emozioni negative), meccanismi psicologici (abusante/abusato), prevenzione, con l’eccezione di un interessante punto interrogativo (mi ha fatto piacere credere che ci fossero spazi vuoti sui quali concordare altre relazioni ed individuare altre piste). Due disegni hanno catalizzato poi la discussione del gruppo, il primo raffigurava un bimbo dentro una bolla, miracolosamente depositato su un pezzetto di prato erboso, la bolla galleggiava in aria insieme ad altre bolle lontane. Come non pensare alla mia amica pittrice Cristiana Grandolfo che amava disegnare questo immancabile puer dentro le sue opere? Chi è questo bambino? Un Piccolo Principe che ammonisce teneramente la nostra coscienza dal suo pianetino? E se scoppia la bolla?  Nel secondo disegno un’altra specie di confine, questa volta decisamente a configurare la difficoltà e l’isolamento, gli indicatori sono tante frecce che piovono sulla bambina dalla espressione triste, quasi come i coltelli in uno spericolato numero da Circo. Scarsa autostima, solitudine, niente strumenti per lavorare, indifferenza, bla-bla, esclusione, problemi di salute bio-fisica. Per fortuna nel vaso di Pandora, oltre a tutte le pene dell’umanità, vi era anche la speranza di sopportarle, ecco che, tra le suggestive opere dei pazienti corsisti, spicca uno scenario equatoriale, ma è davvero speranza oppure una fuga dalla società degli uomini? Nel disegno possiamo ammirare tanta sabbia, tanto mare, un sole che sorge o tramonta, gabbiani ed una solitaria palma.

mobbing a 5 stelle

E’ il momento di parlare un po’ di me, dopo aver permesso ai miei interlocutori di tratteggiare sul foglio ansie e desideri, scrollandosi di dosso un po’ di fatica e di tensione. Ho avuto spesso la fortuna di svolgere attività in mezzo alle persone e alle organizzazioni, attraversando il mondo delle associazioni (Amnesty International, Puglia per la Pace, Assoutenti, Oppi, Insieme per Ricominciare, Maharajah, ecc.), il mondo delle istituzioni (Scuola, Università, Provveditorato agli Studi, Irre, Provveditorato Regionale alle Carceri, Questura, Prefettura, ...), il mondo delle Aziende (nel ruolo di formatore, coordinatore di tirocini e tutor, lavoratore part time). Ho vissuto in prima persona esperienze o assistito a vicende connesse all’uso improprio del potere gerarchico, all’esercizio scorretto del ruolo dirigenziale, al ricorso all’intimidazione, alla critica pretestuosa, alla prevaricazione, alla calunnia, alla peggiore indifferenza, per confinare una personalità indipendente, per scoraggiare un fervore o un attivismo indesiderati, per sanzionare indirettamente la non appartenenza politica, ideologica o amicale, per stigmatizzare la libertà di opinione o qualunque posizione non allineata al verbo dominante, per umiliare la diversità in generale.

La settimana precedente l’incontro avevo invitato una persona che lavora in un Centro Benessere e che ha subito una forma di mobbing, avremmo utilizzato la sua storia per una sorta di study case analysis, tutti i corsisti avrebbero potuto interrogarla e avremmo facilmente avuto una presa diretta sul problema. Ma la neve ha impedito questa possibilità perchè il nostro appuntamento è stato spostato e la lavoratrice (una estetista) è partita al nord per trovare i propri cari nelle festività natalizie. Il suo caso è interessante perché si è svolto in una lussuosa struttura “cinque stelle” certificata con marchio di qualità. Per prima cosa c’è da chiedersi se la diffusione e la quasi obbligatorietà dei marchi spinga gli organismi certificatori ad effettuare analisi affrettate, incomplete ed insufficienti della realtà dell’impresa. Sosteneva Pasquale Erto in uno dei primi favolosi testi sulla total quality che il più affidabile indicatore di qualità di una organizzazione è proprio il piacere con il quale i suoi attori affrontano ogni giorno il proprio lavoro. Pertanto, quando viene analizzata da cima a fondo la struttura da certificare, si costruisce un documento di conformità, una specie di bibbia che ricostruisce l’identikit dell’azienda, nel quale tra gli obiettivi vi è quello   di mantenere la soddisfazione e la fiducia del cliente attraverso il miglioramento costante delle soluzioni e dei servizi offerti, attraverso attività formalizzate (quali, ad esempio, la formazione continua e l’ottimizzazione dell’organizzazione, il continuo contatto con le esigenze del cliente, l’ascolto e il dialogo ininterrotto con i dipendenti, ecc.). Invece in questo Centro Malessere sembrano coesistere in un micidiale cocktail tutti gli elementi scatenanti del mobbing evidenziati dalla Fondazione di Dublino (che ha stimato almeno 12 milioni di vittime in Europa) e riportati dai documenti del Parlamento Europeo:precarietà dell’impiego, tipologia di lavoro caratterizzato da alto livello di tensione, professione esercitata da donne, aumento della competizione, incertezza dei ruoli e dei compiti professionali, carenze a livello di organizzazione lavorativa, di informazione interna e di direzione, problemi organizzativi irrisolti e di lunga durata tradotti in pesanti pressioni sui gruppi di lavoro che possono condurre alla logica del “capro espiatorio”. Sarebbe stato interessante seguire in vivo, attraverso la diretta testimonianza della vittima, l’evolversi della dinamica persecutoria (da molestie verticali discendenti superiore/subordinato a conseguenti molestie orizzontali tra colleghi di pari livello), risalire alla genesi di tale dinamica. E quali gli obiettivi? Che senso ha mantenere un clima di instabilità, di sospetti reciproci, di diffidenza? E’ una forma di controllo  sui lavoratori per arginare le loro istanze e ridurre le loro aspettative?  E’ un modo di garantire la superproduttività e la efficienza organizzativa?  Come si può immaginare i risultati sono stati disastrosi anche per l’azienda. Eppure l’imprenditore proprietario della struttura non è affatto un mostro, è una persona colta e abbastanza sensibile, è solo spaventato e impreparato a svolgere questo ruolo. Non ha il coraggio di confessarlo e di chiedere aiuto. Ai propri quadri dirigenti comunica insicurezza ed inquietudine. E’ diffidente, non conferisce ad alcuno un mandato pieno, tanto più ai Direttori (oggi si chiamano general manager) li controlla pur da incompetente  e a loro spesso minaccia o infligge un turn over, ci sono dirigenti che fuggono, altri che cercano di essere compiacenti, ma è difficile relazionarsi con un plenipotenziario.

creativo uguale pericoloso

Ma ora visitiamo il mondo dell’istruzione, un luogo deputato all’educazione e alla formazione culturale e sociale delle nuove generazioni. Spesso questo tempio sacro è la sede dove si consuma l’emarginazione umana, sociale e professionale dei suoi operatori, un ambiente dove le dinamiche di gruppo e le intense interazioni emotive non trovano adeguata composizione (una piccola aula male attrezzata straripante di venticinque, forse trenta studenti, è forse un posto dove si può dialogare serenamente?) Ecco il terreno per l’instaurarsi di un processo di sovraccarico di tensione per gli insegnanti, affaticamento fisico ed emotivo, frustrazione, perdita di capacità di controllo, la professione ed i problemi ad essa connessi assumono un’importanza esagerata, soffocano la vita privata, compaiono sintomi somatici importanti, è la sindrome del cortocircuito, è il burnout. In un sistema così fragile e provato la variabile mobbing può essere un colpo mortale. Sarebbe stato utilissimo raccogliere la testimonianza di un collega di italiano, ora in pensione, che, dotato di un grande senso pratico e di molta dedizione al servizio, si incaricava a sue spese di fornire alla propria classe il meglio delle tecnologie di apprendimento (per dare una idea... abitando molto vicino alla scuola, aveva stabilito un collegamento telefonico dalla propria abitazione per garantire ai suoi amati studenti la navigazione in Internet all’epoca in cui questa parola era quasi sconosciuta, il tutto con regolari permessi). Un grande successo didattico, ma non è tutto. Senza chiedere compensi egli elaborava e stampava preziose statistiche sulla dispersione scolastica nel proprio istituto e si rendeva sempre utile appartenendo alla categoria dei letterati esperti di informatica, merce un tempo rarissima. Ebbene questo degno professionista ha subito mobbing dal proprio dirigente scolastico, al quale semplicemente contestava alcune inefficienze, e l’iter burocratico interno del Ministero della Pubblica Istruzione non l’ha affatto aiutato, se è vero che a distanza di 10 anni l’indagine su di lui non si è ancora conclusa. E’ ovvio che parlare di questa vicenda provoca a questo maturo docente un immenso dolore, così egli ha deciso di produrre una lunga memoria scritta. Il materiale è stato messo a disposizione di Nisio Palmieri, valido referente della Fondazione Cesar in Puglia, il file è consultabile a beneficio didattico solo a coloro che, in questo corso, non solo aspirino a diventare esperti del problema, ma assicurino di non voler gettare presto la spugna.

mobbing vissuto o percepito?

C’è davvero bisogno che nuove giovani leve si incarichino, con l’entusiasmo dei volontari neofiti o con la fede sincera dei professionisti alle soglie della carriera, di riportare in primo piano un fenomeno che, se è vero che è studiato scientificamente da circa 20 anni, merita più attenzione e approfondimento. Per contrastare il mobbing finalmente si attendono leggi chiare ed organiche, campagne mirate per la sensibilizzazione piena dell’opinione pubblica, anche per fronteggiare un’offensiva che direi subdola e molto insidiosa.

Attenti, le tesi di Heinz Leymann sul mobbing sono state riviste, adesso ci sono autori (Zapf, Baron, Folger, ...) che sostengono che le variabili relative ai soggetti mobbizzati sono da considerarsi come concause potenziali. Disturbi d’ansia, turbe da depressione, modelli comportamentali border line o conflittuali, renderebbero più esposti i lavoratori a diventare vittime del mobbing nel contesto lavorativo o, addirittura, agirebbe sulla loro percezione di mobbing. Non nego che il mobbing sia un fenomeno complesso e che, paradossalmente, possa essere invocato per mobbizzare a propria volta. Non escludo che le difese erette da ciascuno alle potenziali invasioni della propria sfera emozionale non siano tutte eguali e tutte efficienti. E’ corretto studiare il fenomeno mobbing considerando più cause e tra queste la personalità dei soggetti implicati ma ho il sospetto che sia in corso una azione non disinteressata tesa ad annullare gli effetti di una legislazione attenta a salvaguardare i diritti dei più deboli e dei più esposti. Non si diceva in passato che la vittima dello stupro poteva aver esercitato un ruolo nel provocare il suo aggressore? Oggi si potrebbe insinuare per chi invoca giustizia la turbe mentale e si potrebbe scatenare su un individuo già in difficoltà una indagine minuziosa e non benevola.

Per approfondire il tema dell’ampliamento del numero e della qualità dei fattori che intervengono nella genesi e nello sviluppo del fenomeno si legga l’articolo “Un modello di valutazione psicologica del mobbing” di Giorgi, Argentero, Zanaletti, Candura. Questo lavoro, sebbene acuto e convincente, si basa su un campione piuttosto ristretto, ulteriore limite è la circostanza che si tratta di una casistica ambulatoriale. Frank Furedi avrebbe probabilmente fatto osservare che,nelle pratiche e nei modelli proposti, si dimostra l’affermarsi della cultura terapeutica, dell’eccessivo ricorso alla psicologia per ridefinire le questioni pubbliche come problemi privati dell’individuo. In poche parole preferiamo uno stato che ci garantisca la giustizia ed il rispetto dei diritti, piuttosto che ci fornisca counseling e riconoscimento.

long life mobbing

Se a qualcuno capita di insegnare o sceglie la propria cattedra in una scuola serale  ne sentirà di cose dai propri studenti. Molti lavoratori frequentano i corsi con una dose di sacrificio grande almeno quanto la propria motivazione. Ci sono donne che conducono esistenze lavorative usuranti (per esempio sono sarte in una camiceria), si occupano della casa, del marito e dei figli, e a volte di un anziano genitore, poi studiano la sera per conseguire il diploma (questi percorsi didattici per l’educazione adulta vanno sotto il nome di “Progetto Sirio”). Questi soggetti sono a rischio. I lavoratori studenti, infatti, per usufruire del diritto allo studio si espongono, presso i propri datori di lavoro, con la richiesta di orari particolari e di qualche piccolo permesso. Un imprenditore sensibile e illuminato dovrebbe capire che la gratuita formazione del proprio personale da parte di una agenzia formativa senza costi aggiuntivi per l’azienda costituisce un enorme regalo. Non è così.  Spesso il datore di lavoro rimane seccato ed esercita sui lavoratori in formazione un controllo più stretto, a volte piovono minacce di licenziamento e varie ritorsioni, come turni più gravosi o coincidenti con l’orario della scuola serale. In molte aziende del meridione si fanno di solito le dieci o le undici ore quotidiane di lavoro, e quelle in più non sono pagate come straordinario, quel cumulo di ore eccedenti è il “pizzo”che il dipendente deve pagare per continuare a lavorare. E dire che negli ultimi vent’anni l’Europa si è spesa così tanto per promuovere negli Stati membri la long life learning.

il mondo di Philip Dick

E’ arrivato il momento di narrare anche esperienze personali di mobbing e c’è il tempo di accennare alle buone pratiche per fronteggiarlo (la prima regola è il pieno esercizio di cittadinanza, attraverso la consapevolezza dei propri diritti e lo studio approfondito di leggi e contratti collettivi di lavoro, che spesso contemplano questi aspetti).

Infine la rassegna di alcune letture, percorso un po’ ellittico, pensato per cogliere qualche contrasto e per aprire a qualche suggestione, piuttosto che per definire e fissare.

Mi è sempre piaciuto portare materialmente i libri nelle conferenze, distribuirli sul tavolo perché siano aperti e sfogliati, non tutti sono saggi o manuali vicini al tema, possono essere romanzi come “Un Oscuro Scrutare” di Philip Dick. Ho sempre pensato che la fantascienza non fosse letteratura di serie B, ma un genere adatto a sviluppare laboratori del presente rivolti al futuro. Nel suo stile acutissimo e visionario Dick disegna un affresco  somigliante a quella che potrà diventare la vita quotidiana delle nostre città, dove tutto è più confuso e opaco, le trame relazionali sono sfilacciate ed infide, potere mediatico e violenza manipolatrice preparano un mondo asfittico e melmoso dal quale non potrebbe salvarci un altro improbabile Prometeo, ma solo la nostra consapevolezza e il nostro coraggio. La narrativa dickiana è ricca di raffinate speculazioni metafisiche, importanti per scuotere le anime sonnacchiose, ne La lettera su Tagore egli fa dire al suo alter ego Horselover Fat che è in corso una macrocrocifissione nel mondo e del mondo perché tutto l’ecosistema sta andando a pezzi, solo comprendendo l’autentico kerygma (l’insegnamento) sarà possibile assicurare la finale stabilità della krasis (l’unità dell’amore secondo il termine usato da Empedocle). Uno slancio degno di Teihlard de Chardin.

articolo 2087 C.C.

Una rivista, Politeia. E’ vecchia di 10 anni, reca il titolo “Il diritto alla salute tra libertà e vincoli sociali” a cura di Patrizia Borsellino. Generalmente suggerisco sempre di approfondire il concetto di salute dal momento che la violazione giuridica che più spesso viene associata al mobbing, imputata al datore di lavoro e discussa nelle aule giudiziarie, riguarda  l’articolo 2087 del Codice Civile (il datore di lavoro deve tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore). Risale al 1947 la definizione dell’OMS, secondo cui la salute va identificata con “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Questa definizione ha sessanta anni ma è ancora straordinaria poiché si sforza di superare la nozione esclusivamente biologica che riduce la salute ad assenza di malattia. Molti sono invece gli aspetti che influenzano la salute, in termini di benessere e qualità della vita, la salute chiama in causa l’intera società e ognuno di noi. Molto più che un diritto, la domanda di salute e di qualità della vita è un bisogno primario e anche un desiderio fondamentale. In fondo la scelta del CE.S.A.P. di dedicare alle tematiche del mobbing un percorso completo e integrato, nasce forse dalla necessità più profonda di alleviare un disagio promuovendo a tutto campo la salute e la qualità della esistenza. A questo fine segnalo il volume sempre attuale Antropologia di Carlo Tullio Altan. Questo testo ci richiama alla necessità di non abbandonare mai il cosiddetto “referente antropologico”, qualunque studio si metta in atto di compiere (soprattutto in una società che guarda troppo l’economia, l’ordinamento dello stato, le regole costituzionali e legislative al solo scopo di una generica governabilità). Inseguire ciecamente la flessibilità del lavoro, il risparmio in voci come istruzione, salute e giustizia, non ha per caso trascurato una ovvia prospettiva antropocentrica, non ha disatteso i bisogni radicali dell’uomo? Forse questa potrà essere una utile chiave di lettura per una legislazione futura sul mobbing.

4:48 Psychosis

Ho preso altri libri dal disordinato mucchio. Perchè li ho scelti? Chissà.  Forse perché quando penso al dolore, al dolore dell’anima, non alla superficiale emozione esibita negli sventurati show televisivi della attualità, quello vero, quello assoluto e quasi senza scampo, penso a Sarah Kane e al suo teatro che mette in scena la sofferenza che ha davvero conosciuto l’abisso, l’isolamento vero nel quale persino i rapporti sociali sono fonte di sofferenza. 4:48 Psychosis, l’ultima opera di Kane, morta suicida nel 1999, è un viaggio intensamente poetico e drammatico in una esistenza lacerata (il titolo allude all’ora notturna che, secondo alcune statistiche, è il momento di maggiore attrazione verso il suicidio).

Ecco un altro testo che penetra il mondo infernale delle vittime del dolore estremo e della sconfitta, Una donna spezzata di Simone De Beauvoir, pubblicato nel 1967, soprattutto il monologo di Murielle. Una lettura importante per rompere quel velo di anestetico che la comunicazione mass mediale distende sulle emozioni che rappresenta. Anche se tante possono essere le cause di un dramma, comune è l’ordine di grandezza del male di chi è costretto a viverlo.

Abbiamo visto in precedenza che la flessibilità del lavoro è una condizione che favorisce il mobbing nel mondo del lavoro, il sociologo Richard Sennett nel suo testo, L’uomo flessibile, mette in guardia sulle conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale. Oggi il lavoratore non ha più davanti una career (carriera, parola che richiama una strada lunga da percorrere, un percorso ben individuato), ma un job (lavoro, parola che nell’inglese del ‘300 significava blocco, pezzo, che si poteva trasportare da un posto all’altro). E’ un libro che potrebbe figurare nel nostro percorso di lettura, infatti esso si chiude con questa significativa affermazione: “...un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni umane profonde per interessarsi gli uni agli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità”. Un capitalismo, quello che ora sperimentiamo, chiuso in se stesso, che non condivide e partecipa la propria visione, che produce storia e non narrazione, che non sa coinvolgere i destini. Questa problematica era già stata affrontata dallo psicologo Karl Weick, grande studioso delle organizzazioni. Nel suo Senso e significato nell’organizzazione egli ricorda l’importanza primaria del ruolo delle relazioni e degli scambi interpersonali nei processi organizzativi. L’esperienza condivisa produce senso, ed il senso che riempie uno spazio di lavoro riconosce in ogni lavoratore una persona, qualcuno davvero importante per i destini del gruppo.

Ecco poi il testo Non persone di Alessandro Dal Lago, ho voluto inserirlo in questa rassegna poiché esso, con l’intento di descrivere l’esclusione dei migranti nella società globale, ci pone dinanzi un problema: il conflitto sociale globale non è di culture, come vuole il neo - conservatorismo, ma di interessi. Diamo quindi voce alla rivendicazione degli esclusi e alla loro ansia di riscatto. L’alternativa, secondo il sociologo e filosofo  romano, è la pesante regressione dei diritti nel mondo del lavoro che coinvolgerebbe tutti, non solo i migranti.

più della consulenza, la pratica filosofica…

C’è dunque molto da fare, ci sono tante opportunità per questa generazione di cambiare le cose. Sta accadendo, per esempio, che molti giovani laureati in filosofia (ma questo discorso potrebbe valere, con qualche differenza, per gli psicologi) si stanno proiettando nel counseling, una consulenza filosofica offerta a curare il disagio laddove si trova, anche nelle comunità e nelle aziende.

Certo è interessantissima l’idea di proporre un rapporto non medicalizzato e non terapeutico... ma cosa potrà significare “cura”? Se lo chiede il filosofo Pier Aldo Rovatti, nel suo La filosofia può curare?, e scopre subito che il tipo di consulenza che viene offerta più spesso e che forse è più richiesta è davvero molto lontana da quella che dovrebbe essere una pratica filosofica autentica.

Infatti la vera funzione della filosofia è, secondo Michel Foucault, avvertire dei pericoli del potere, essere scomodi, non accomodanti. Se si vuole seguire il nerbo del discorso di Rovatti basta leggere, o rileggere, proprio la fonte (M. Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà). Naturalmente per svolgere meglio questo compito non si possono trascurare gli altri filosofi francesi, Jacques Derrida in testa. Per chi ha invece la vocazione del sabotatore (culturale!) consiglierei Errore di sistema, teoria e pratiche di Adbusters a cura di Franco Berardi, Lorenza Pignatti e Marco Magagnoli. Secondo l’esperienza dei cultural jammers si può produrre una ecologia mentale attraverso il rovesciamento delle immagini più diffuse e consacrate nel mondo mediatico.

Infine ho segnalato Smart mobs di Howard Rheingold. Finalmente un termine, “smart mobs”, che usa il termine mob (folla, gente) in una accezione prevalentemente positiva.

Le folle smart (acute, intelligenti), le persone che possiedono e sanno usare le tecnologie telematiche, stanno costruendo  una intelligenza diffusa (somiglia a quella “collettiva” preconizzata da Pierre Levì?) in grado di rovesciare governi, di influire sul mercato, di trasformare il mondo dal basso. Quindi ci si può aggregare per motivi opposti al mobbing... è una buona notizia. Però occorre sventare alcuni pericoli: la distruzione della privacy e lasciarsi derubare dai poteri forti la leadership delle reti, consentendo agli Stati di “sorvegliare e punire” informaticamente, e qui torna ancora Foucault.

Una foto per concludere... una immagine che ho scattato molti anni fa in un latifondo agricolo coltivato ad ortofrutta. Le protagoniste sono tre ragazze coraggiose, abili nel resistere al mobbing di caporali e padroncini, capaci di lavorare dall’alba curve sui campi, di affaticarsi per altre ore nella preparazione dei prodotti raccolti all’interno dei magazzini di esportazione, in grado di rassettare la propria casa la sera e di cucinare anche un’ottima cena.

Donne, 1988


Riferimenti

Altan, C.T. (1971) Manuale di antropologia culturale, Bompiani, Milano;

Berardi F., Magagnoli M., Pignatti L., (2003), Errore di sistema, teoria e pratiche di Adbusters, Feltrinelli, Torino;

De Beauvoir, S. (1967), Una donna spezzata, Gallimard, Parigi;

Del Lago, A. (2004), Non persone, Feltrinelli, Torino;

Dick, P.K. (2004), Un oscuro scrutare, Fanucci;

DicK, P.K. (1997), Mutazioni, Feltrinelli, Milano;

Foucault M. (1998), L'etica della cura di sé come pratica di libertà, in Archivio Foucault III 1978-1985, Feltrinelli, Milano;

Giorgi I., Argentero P., Zanaletti W., Candura S.M., (2004) Un modello di valutazione psicologica del mobbing. Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, 26, n. 2, p. 127-132;

Kane, S. (2001), 4:48 Psychosis. In Complete Plays. Methuen, Londra;

Reinghold, H. (2003), Smart mobs, Cortina, Milano;

Rovatti, P.A., (2006) La filosofia può curare, Cortina, Milano;

Sennett, R. (2002), L' uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano;

Weick, K. E. (1995), Senso e significato nell'organizzazione, Raffaello Cortina Editore, Milano;