Ritorno in Normandia
Ritorno in Normandia
Lo spazio e il corpo nel cinema di Nicolas Philibert
La presenza fisica del regista sui luoghi dell’immaginario è una caratteristica presente nel lavoro di molti documentaristi che, nel percorrere lo spazio che li separa dalla realtà, parallelamente compiono un viaggio a ritroso nel loro passato. E’ il caso di Nicolas Philibert, che, nel nuovo “RETOUR EN NORMANDIE” (2007, R. Allio), esplora nuovamente i luoghi che fecero da sfondo a “Moi, Pierre Rivière, ayant egorgè, ma mère, ma soeur et mon frère…”, film del 1975 in cui era allora assistente alla regia. Nel nuovo lavoro Philibert si cimenta nell’impresa di ricostruire le storie dei protagonisti del film di Allio, a partire da testimonianze, ricordi, interviste, immagini di repertorio.
Gli abitanti-attori del piccolo villaggio della Normandia contribuiscono a ricreare la dimensione dei luoghi originari come spazi vitali dell’esistere: la distanza che li divide dal loro passato sembra poter essere momentaneamente superata dal lavoro di recupero del regista. Il film, presentato al 60esimo Festival di Cannes e all’edizione di quest’anno degli “Etats Gènèraux du Film Documentaire”, racchiude in sé, poeticamente, tutte le caratteristiche del documentario classico (vicinanza, realismo, permanenza) e la delicatezza della finzione cinematografica. Lo stesso Philibert spiega:
“Nei miei film cerco sempre di raccontare una storia,di trascendere la realtà immediata.Provo a stimolare l’immaginario,partendo dai luoghi,dai personaggi,dalle situazioni che riprendo.
Insomma più che fare dei film “ su”,cerco di fare dei film “ con”, ed è forse per questo che il mio lavoro non è molto distante dalla fiction.
Dopo poco lo spettatore si sente con i personaggi e ne condivide i momenti di difficoltà e di gioia.”
La permanenza del regista sul luogo dove si svolgono le riprese è un leitmotiv del cinema di Philibert: già in “ESSERE E AVERE” (2002) è presente il tema dello spazio come concreto riferimento alla corporeità e alla fisicità.
Il film di Philibert sembra trovare una risposta all’interrogativo che ha accompagnato ed accompagna il cinema documentario: si tratta di arte o di semplice informazione?
“ESSERE E AVERE” mantiene le caratteristiche di tempo e di luogo che lo identificano come documentario, basti pensare al lungo soggiorno del regista,da dicembre 2000 a giugno 2001, e all’altrettanto lungo e complesso lavoro di produzione e postproduzione (d’altronde, come ci insegna lo stesso Philibert “educazione e conoscenza sono lentezza, attesa”).
Philibert ritorna alle radici del documentario e insiste sul non ostruire con la presenza fisica del mezzo, la naturale evoluzione della vicenda, rifacendosi a Vertov in cui la totale assenza di tema e di sceneggiatura fa sì che sia il cinema stesso ad inventarsi.
Quasi contemporaneo a “ETRE E AVOIR” è un altro documentario “LE MEMOIRE DURE”(2000) di Rossella Ragazzi, etnografa che da anni lavora con la telecamera. Rossella Ragazzi ha ripreso Alpha, un bambino peul arrivato a Parigi insieme alla famiglia e il suo rapporto con la maestra e i compagni di classe non francofoni. Le riprese sono durate per l’intero anno scolastico ma Alpha, intimidito dalla telecamera, si fa riprendere solo dopo qualche mese.
La distanza che accompagna i bambini nei confronti degli adulti (e viceversa), presente nel documentario di Rossella Ragazzi è ampiamente ripreso da Philibert non solo all’interno di “ESSERE E AVERE”, ma anche in “RITORNO IN NORMANDIA”, già a partire dalla scelta dei luoghi: aspri, impervi , lontani da ogni idea comune di società occidentale, di classe, di scuola, di infanzia. La distanza fisica, sociale, culturale, storica, artistica ed emotiva accompagna quasi tutta la carriera del regista.
“LA VOIX DE SON MAITRE”(1978) dapprima censurato, poi successivamente trasmesso nel 1981, riprende per la prima volta, in modo assolutamente naturale i discorsi di alcuni dirigenti di grandi gruppi industriali. Lo scandalo fu dovuto proprio all’eccessiva sensazione di vicinanza che pervade l’intero film, con quelle figure di 12 capitani d’industria, che solitamente sono tenute nascoste allo sguardo del pubblico. Vengono inoltre riportati dettagliatamente i loro discorsi sul potere, sul denaro, le rivolte operaie, le aziende, con un effetto ancora una volta stridente, che ci ricorda l’inaccessibilità di certi argomenti e l’enorme distanza che tentiamo di mantenere nei loro confronti. Non a caso la censura e la successiva polemica che colpirono il film furono in parte scatenate dall’uso di un termine “maitre”(padrone) ,così “scomodo” e fastidioso proprio per la sua lontananza ed estraneità dalla “normalità” linguistica.
Un altrettanto valido esempio della corporeità del linguaggio (questa volta artistico) è “LA VILLE LOUVRE”(1980) in cui il protagonista è il celebre museo, non ancora aperto al pubblico, riallestito dopo un periodo di ristrutturazione. L’arte non assume forme maestose ma contorni timidi e familiari: lo stesso documentario si apre con una naturale passeggiata notturna tra le opere. Ancora una volta Philibert ci avvicina a ciò che sembrava davvero inavvicinabile: il mondo inafferrabile dell’arte, portandoci letteralmente per mano attraverso i corridoi del museo, non per una passiva e statica contemplazione ma per una dinamica e attiva osservazione della ritualità e della gestualità artistica.
Ma è forse con “LE PAYS DES SOURDES”(1992) e con “LA MOINDRE DES CHOSES”(1996) che il regista osa ancora di più: avvicinarsi con estrema facilità e ridurre l’apparente distanza che ci separa da due microcosmi inesplorati.
Ne “LE PAYS DES SOURDES” i protagonisti ci introducono in un nuovo universo comunicativo,che si rifà alle origini stesse della comunicazione. Comunicare è rendere comune, scambiare, condividere, è gestualità e corporeità. E proprio il corpo, il guardare, il toccare sono i protagonisti di questo documentario (come del resto di tutti gli altri del regista francese) ;il corpo è espressività, comunicazione. “LA MOINDRE DES CHOSES” (1996) ci mostra la vita in una clinica psichiatrica e un mondo che ci circonda (la follia) e che tentiamo di tenere il più lontano possibile da noi. E indaga che cos’è che ci fa veramente paura della follia: il suo essere incredibilmente vicina alla normalità.
In “QUI SAIT” (1998) quindici attori si interrogano sull’essere e il fare l’attore; i piani della rappresentazione teatrale e cinematografica (o reale) si confondono. Lo spazio scenico e quello reale si sovrappongono, così come i corpi dei protagonisti: non si può fare a meno di chiedersi qual è il confine tra gli attori veri e gli altrettanto reali “attori involontari”di Philibert.
In “ESSERE E AVERE”(2002) in cui i temi del corpo e della spazialità (sia essa lontananza o avvicinamento) sono presenti ancora di più, a partire dalla scelta di descrivere un mondo occidentale così diverso da quello mostrato dal cinema, ed in particolare dal cinema francese. Ma è soprattutto la distanza che i bambini si affannano ad eliminare tra loro e la vita, tra loro e un mondo che scorre rapido aldilà del finestrino del treno, tra loro e gli adulti, tra loro e la morte; uno spazio vuoto che cercano concretamente di colmare afferrando, toccando, imparando con tutto il loro corpo. Lo stesso spazio che separa sentimentalmente Philibert da quei luoghi oscuri della Normandia di “RETOUR EN NORMANDIE”, che, come in un sogno, egli ripercorre insistentemente sino a renderli meno impervi, meno lontani, in qualche modo più familiari.
F.Casetti – F. di Chio, 1990 “Analisi del film”, Milano, Strumenti Bompiani.
S.Traini, 2006 “Le due vie della semiotica”, Milano, Strumenti Bompiani.
L.Barione – C. Chatrian, 2003 “Nicholas Philibert. I film. Il cinema”
B.Nichols, 2006 “Introduzione al documentario”