Inter(net)azioni
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Ripensare la rete tra utopia e uso
L’articolo analizza, nella prima parte, la filosofia cyber sottesa alla tematizzazione della Rete da parte dei primi studiosi che, a partire da diversi campi ed esperienze, si sono interessati dell’emergente fenomeno della comunicazione digitale e delle nuove forme di interazione.
In particolare, l’analisi del pensiero del filosofo Pierre Levy è utilizzata per decostruire un pensiero post-moderno che, sotto un nuovo simbolismo cambiato di segno, ripropone lo stesso progetto universalizzante e globalizzante della Modernità. Da tale critica, si dirama, invece, in maniera costruttiva, l’analisi del paradigma socio-tecnico del filosofo della scienza e storico dei media Patrice Flichy che, attraverso la nozione di quadro di riferimento, permette di radicare le rappresentazioni sociali dei fenomeni all’interno degli usi che i fruitori fanno degli artefatti.
L’edificazione del cyberspazio e la conquista di nuovi spazi sociali
<<Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un’entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l’attualizzazione>>
P. Levy, 1995)
<<Prolungando alcune capacità cognitive umane (memoria, immaginazione, percezione), le tecnologie intellettuali a supporto digitale ne ridefiniscono la portata, il significato e, talvolta, addirittura la natura. Le nuove possibilità di creazione collettiva distribuita, di apprendimento cooperativo e di collaborazione in rete offerte dal cyberspazio rimettono in questione il funzionamento delle istituzioni e le tradizionali modalità di divisione del lavoro tanto nelle imprese quanto nelle scuole>>
(P. Levy, 2001, pag. 168)
L’emergenza della comunicazione multimediale e dei relativi supporti, come cifra che caratterizza il tempo presente, ha diffuso, a partire dagli anni ’90 dello scorso secolo, un pensiero u-topico (A. Piromallo Gambardella, 2001, pagg. 125-127), nel duplice senso di pensiero che si riferisce ad un non-luogo (il cyberspazio: la rete derivante dall’interconnessione mondiale dei computer) e di ideologia di liberazione e speranza.
Un pensiero forte, quello dei teorici del cyber, che ha consentito di guardare la Rete come realtà da costruire e abitare: ossia un ‘mondo’ generato a partire dai bi-sogni di un gruppo di attivisti, un grandioso progetto di rivitalizzazione sociale derivante dagli ideali dei decenni precedenti. Come sostiene, infatti, Castells <<la rivoluzione della tecnologia dell’informazione ha diffuso, in modo semi-consapevole, nella cultura materiale delle nostre società lo spirito libertario che prosperò nei movimenti degli anni Sessanta>> (M. Castells, 2002, pag. 6): basti pensare alle biografie di alcuni dei protagonisti della Silicon Valley o alla storia etimologica del termine hacker, che designava (e in un certo senso designa ancora tutt’oggi) giovani intenti all’esplorazione creativa e al divertimento, che mediante capacità tecniche, programmavano software non “ufficiali”, per sottrarre le nuove tecnologie ad un potere proveniente dall’alto e generare così un modello della rete di tipo orizzontale affinché la comunità degli utenti potesse appropriarsi del nuovo mezzo in alternativa a strutture di tipo gerarchico.
La stessa filosofia la si ritrova nelle teorizzazioni sugli ipertesti multimediali (G. Landow, 1998), in parte debitrici ai rivoluzionari principi del post-strutturalismo e decostruttivismo, le quali enfatizzano il ruolo del link nel quadro più generale di una riconfigurazione del testo, e dunque del circolo ermeneutico che si instaura tra autore, lettore e contesto, a favore di una partecipazione attiva e creativa del ricevente. Oppure, ancora, si pensi al cyberfemminismo e alla deriva gender del pensiero cyborg, in cui la destrutturazione dell’identità sessuale consente di liberare le potenzialità insite nel corpo, al di là di qualunque differenza e opposizione (D. Hataway, 1999).
Un rinnovamento, dunque, paragonabile all’impeto della scoperta e della conquista che ha caratterizzato i grandi viaggi transoceanici dal XIV al XIX secolo: <<la moltiplicazione e l’estensione degli spazi fino alla sfera del virtuale, del cosiddetto cyberspazio, rappresenta la nuova sfida rivolta a spiriti liberi che dei conquistadores ante litteram hanno conservato la necessità di ‘andare oltre’>> (M. D’Ambrosio, 2004, pag. 39). E come al tempo dei primi insediamenti nel nuovo continente, la scoperta ancestrale di un nuovo territorio in cui insediare una nuova comunità ha consentito di esplicitare e ampliare quei processi di negoziazione che quotidianamente caratterizzano le nostre relazioni sociali; lì dove però tale gioco ha assunto, in relazione all’‘assenza’ dei confini spazio-temporali e al carattere ‘originario’ dell’innovazione socio-tecnica, quel senso ideal-democratico, e in parte elitario, tipico delle rivoluzioni che partono da piccoli gruppi.
Ideal-democratico, in quanto fortemente centrato sulla volontà di identificare tale luogo come spazio comunitario. La letteratura sul tema ha sottolineato con vigore che è la stessa struttura ingegneristica a richiedere pratiche d’uso del mezzo che sottendono un necessario cambiamento: dalla fruizione alla produzione interattiva. Se, infatti, il cyberspazio è il luogo dai confini non definiti, poiché dipendenti dall’attività degli utenti che, mettendo in rete i loro computer, consentono non solo lo sviluppo e il funzionamento di tale spazio comunicativo, ma anche la creazione e le successive ridefinizioni dello spazio stesso; allora l’identità dell’utente perde i caratteri tradizionali, per produrre un’ibridazione tra le ‘funzioni’ del produttore e del consumatore: il ‘prosumatore’ (D. de Kerckhove, 1996) è così diventata la figura idealtipica della nuova cultura digitale.
In tal senso, Levy (2000) ha descritto la rete come luogo aperto, comunitario ed eminentemente collaborativo.
La possibilità dell’accesso, attraverso tecnologie dai costi contenuti e caratterizzate dalla logica bidirezionale e interattiva, consente a tutti di poter produrre e acquisire informazioni, dando vita così uno spirito democratico (M. Authier – P. Levy , 2000), che caratterizza il cyberspazio come luogo universale ma non totalizzante (P. Levy, intervista, 1997). Lì dove tale produzione indiscriminata e ugualitaria di senso non solo consente una maggiore partecipazione alle dinamiche informative e conoscitive, derivante da un più alto grado di consapevolezza; ma induce anche a ridefinire le capacità cognitive dell’uomo, mediante l’esternalizzazione dei saperi in supporti biologici (le menti altrui) e tecnologici (le memorie elettroniche). In tal modo, l’appena citata collaborazione diviene elemento centrale e indiscusso per la strutturazione dell’intelligenza collettiva (P. Levy, 1994), intesa come ancora necessaria per sopravvivere a quel diluvio informazionale derivante dal pharmakon della tecnica.
La diffusione dei mezzi di comunicazione, dunque, lungi dall’essere la causa del ‘pensiero dominante’ che accompagna i processi di globalizzazione, è stata interpretata come la condizione per l’attuazione delle politiche sociali volte allo sviluppo delle pari opportunità: l’accessibilità e l’interattività portano con sé la cooperazione e l’espressione delle differenze.
Ma un tale progetto riformatore esprime le condizioni elitarie che l’hanno pensato: l’accesso presuppone le possibilità economiche e tecniche e le capacità d’uso del computer e dei browser; la cooperazione si basa sull’abilità di gestire software che consentono lo scambio libero di dati; la produzione – seppur facilitata rispetto agli altri mezzi di comunicazione – è possibile solo se supportata da competenze specifiche; la creatività, per la maggior parte degli utenti, è limitata ai formati proposti e standardizzati.
Nonostante ciò vi è un’indubbia differenza tra la rete, come emblema della rivoluzione apportata dai new media, e i mezzi di comunicazione di massa, sia da un punto di vista delle logiche infrastrutturali e comunicative sia per ciò che concerne le pratiche quotidiane di consumo; anche se oggi, caduto il paradigma dominante degli anni ’90, si incomincia a riflettere intorno all’innovazione al di là della retorica dilagante. Retorica che si è andata delineando soprattutto a partire dalla pratica cooperativa di costruzione della rappresentazione sociale della Rete, che ha prodotto una visione liberatoria che, a seconda degli autori e dei movimenti (M. Beloliti, 2004), ha acquistato sfumature diverse: il cyberspazio come ambiente sociale che consente di sperimentare il proprio Sé (S. Turkle, 1997), che si integra senza opposizioni con la ‘realtà attualizzata’ (P. Levy, 1997) o che la decostruisce per risolvere le difficili topografie del mondo contemporaneo attraverso la strutturazione di un altrove trascendente: <<la realtà virtuale può risultare assai più confortevole della nostra realtà imperfetta>> (B. Sherman – P. Judkins , 1992).
Dunque, il neonato spirito illuministico (P. Levy, intervista, 1995), modificato di segno alla luce di quella crisi della ragione che ha caratterizzato il secolo breve, è emerso come quadro di riferimento in campi diversi: la sperimentazione, quale segno della vitalità socio-politica, tradottasi in progetti sull’uomo a vari gradi di strutturazione e di libertà – secondo alcuni, anarchica – ha dato vita a realtà ibridate.
Basti pensare alle avanguardie artistiche, come frontiere ricettive e propulsive dei cambiamenti in atto, ma sommersi, che hanno sperimentato il linguaggio artistico, facendo affiorare quella deriva tecnica già insita in alcune tendenze di moderniste a cavallo dei due secoli passati, consentendo in tal modo di leggere la migrazione dal soggetto all’oggetto (M. Costa, Kainos, 2006); lì dove però, a parere di chi scrive, tale passaggio più che configurarsi come implosione dell’umano derivante dalla morte dei simboli (U. Galimberti, 1999, pagg. 249-406), si caratterizza come risemantizzazione e dunque risimbolizzazione dei corpi: biologici, tecnologici e bio-tecnologici. Sicché, la dimensione tecnologica, lungi dall’essere considerata come avulsa o eludente la realtà, si caratterizza quale dimensione propriamente socio-culturale.
In tal senso, se la tecnologia è stata intesa dal vecchio paradigma teorico come il campo delle possibilità da attualizzare, valevoli in ogni contesto; si vuole qui far emergere un approccio ‘altro’ che, sondando le possibilità simboliche, offra una prospettiva più complessa – nel senso moriniano di ‘intrecciata’ (E. Morin, 2000) – e che consenta di individuare quel passaggio cruciale – insito in molte scienze umane, tra cui la comunicazione e la pedagogia – fondato sull’interesse per le pratiche quotidiane.
Ripensare l’innovazione: il paradigma socio-tecnico
<<Naturalmente, la tecnologia non determina la società. Né la società definisce il corso della trasformazione tecnologica, poiché molti fattori, incluse l’imprenditorialità e l’inventiva individuale, intervengono nel processo di scoperta scientifica, innovazione tecnologica e nelle applicazioni sociali, così che il risultato finale dipende da un complesso schema d’interazione>
(M. Castells, 2002, pag. 5)
<<Contrariamente a ciò che si è sempre pensato, l’innovazione non è la somma di un geniale eureka e di un processo di diffusione. Al contrario, essa è l’incontro di storie parallele, adeguamenti successivi, confronto e negoziazione, riduzione dell’incertezza Un processo di stabilizzazione che riguarda tanto il funzionamento operativo della macchina quanto gli usi, tanto i progettisti quanto i fruitori, tanto i produttori quanto i venditori>>
(P. Fichy, 1996, pag. 242)
Il breve accenno all’utopia comunicativa dello scorso decennio appare utile per sondare le basi simboliche di un fenomeno – la comunicazione digitale – eminentemente culturale.
Se, infatti, vi è una relazione inscindibile tra società e tecnica; allora quest’ultima, lungi dall’essere strumento neutro, si sostanzia come cartina tornasole e specchio produttore dei tentativi di narrazione storica: <<non è possibile comprendere o rappresentare la società senza i suoi strumenti tecnologici>> (M. Castells, 2002, pag. 5) e, dunque, continua Castells, nessuna descrizione dell’attuale e nessun progetto politico possono risultare efficaci se non si analizzano i complessi rapporti tra sistemi di produzione, stato e individuo. Sicché, l’analisi delle forme di interazione sociale dovrebbe essere condotta a partire non solo dalle condizioni materiali attuali, ma da uno sguardo generale che interconnetta, tra passato e presente, le dinamiche globali di produzione alle modalità locali di ricezione, evidenziabili a partire dalle rappresentazioni simboliche che ogni società costruisce di sé stessa e delle proprie tecnologie.
In tal senso, lo sviluppo di un pensiero che radica, nella speranza di un rinnovamento culturale, la possibilità di superare le differenze addebitabili a condizioni strutturali e sovrastrutturali, per far emergere solo quelle differenze singolari e individuali; si pone quale rappresentazione di un processo in atto, che cerca di ridefinire le strutture di produzione capitaliste secondo un tipo di economia interessata al valore aggiunto e alla conoscenza, ribattezzata economia dell’accesso (J. Rifkin, 2001), alla luce di uno stravolgimento delle identità istituzionali (federalismo, europeizzazione, internazionalizzazione, globalizzazione), che è stato descritto come fine dello Stato e della storia (K. Ohmae, 1996; F. Fukuyama, 1996).
Al di là della valenza di tale tesi, ci si vuole qui soffermare sulla potenza simbolica della parola fine, che porta con sé inevitabilmente la possibilità di riniziare: ecco, dunque, l’utopia che muove un decennio e che si costruisce attorno allo sviluppo di quella società della rete che fa della tecnologia un vessillo e un feticcio, tale da poter far emergere le potenzialità di quei popoli da sempre ridotti in una condizione di sviluppo mai attualizzata.
Ed è lo stesso Levy, pur consapevole che la tecnica non determina il mutamento ma lo influenza all’interno di un quadro socio-culturale ben più complesso, a sostenere che una nuova condizione democratica possa essere raggiunta dalla diffusione della rete visti i suoi bassi costi, economici e sociali (P. Levy, 2000, pagg. 236-237). Ma è proprio il concetto di diffusione, derivato dagli studi economici sull’innovazione tecnologica, a stridere con quell’impossibilità, sostenuta dall’Autore, di scindere la società dal suo contesto materiale e dal suo immaginario: se, infatti, ciò risulta vero, allora la mera infrastrutturazione non basta, in quanto diviene necessario attuare un radicale mutamento del contesto. Come a dire che se la comunicazione e i suoi supporti non si impongono alla società (M. Morcellini, 2003), ma da questi vengono progettati ed elaborati, non si può però non sostenere la necessità di una mediazione culturale, che sembra venir meno di fronte alla pervasività dei media (M. Perniola, 2004).
Sicché risulta necessario poter inquadrare lo sviluppo tecnologico all’interno di un quadro epistemologico, che consenta di individuare nell’azione sociale contestualmente agita la chiave di svolta per evitare demagogiche opposizioni come quelle tra tecno-ottimisti e tecno-pessimisti.
Proprio a partire da tali questioni, facendo riferimento alla prospettiva tracciata da Flichy (1996), è possibile sostenere, come ampiamente dimostrato dai recenti studi di comunicazione con intento filo-antropologico (G. Mantovani, 1995; P. Ley, 2000; O. De Sanctis, 2004), il superamento del dualismo natura/cultura, per riportare la tecnica nell’alveolo sociale al di là di ogni determinismo sociologico o tecnologico.
Ma se la tecnica è inseparabile dalla cultura che la produce, al tempo stesso essa, nella fase iniziale di diffusione, sembra estranea alla società: <<mentre siamo intenti a interrogarci, altre tecnologie – ancora invisibili, forse in procinto di scomparire, forse destinate al successo – emergono dalla frontiera nebulosa da cui sorgono le idee, le cose e le pratiche. In queste zone di indeterminatezza in cui si gioca il nostro futuro, gruppi di inventori marginali, dilettanti e imprenditori audaci tentano con tutte le forze di imprimere una svolta al divenire>> (P. Levy, 2000, pag. 30). Ciò accade perché l’oggetto tecnico è ancora sottoposto a quell’incessante processo di costruzione di un quadro di riferimento che consenta all’oggetto stesso di raggiungere una stabilizzazione, trasformandosi da alieno a scatola nera.
L’obiettivo di Flichy è appunto quello di descrivere tale passaggio, enfatizzando il ruolo della quotidianità e dell’azione sociale a discapito delle visioni romanzate dell’invenzione. In tal senso, l’Autore, interessandosi alla tesi interazioniste alle quali però non risparmia critiche (P. Flichy, 1996, pagg. 122-123), considera gli artefatti tecnologici quali quadri socio-cognitivi costruiti insieme, attraverso mediazioni linguistiche, dai creatori e dagli utenti. Lì dove tali mediazioni producono un accordo, non privo di confitti e compromessi, sul funzionamento e sull’uso della tecnologia (P. Flichy, 1996, pag. 126), che consente l’elaborazione di un quadro di riferimento: <<il quadro di riferimento socio-tecnico permette di cogliere e comprendere i fenomeni tecnici che si hanno di fronte e di organizzare la propria azione e la propria cooperazione con gli altri>> (P. Flichy, 1996, pag. 131). Ossia, esso si costituisce come un orizzonte comune, che consente le interazioni sia tra gli attori e l’artefatto sia tra i diversi attori sociali, inscrivendo le loro interpretazioni all’interno di uno scenario (o immaginario sociale) che stabilizza i significati: la tecnologia, dunque, diviene familiare e, anche se il suo sviluppo continua attraverso la progettazione di nuove generazioni dello stesso artefatto, che dunque modificano in parte sia il prodotto con nuovi materiali e servizi sia gli usi, il senso rimane una dimensione così forte da far apparire tali mutamenti impercettibili. Sicché, la stabilizzazione e la trasformazione dell’oggetto tecnico in scatola nera non più analizzata consentono un’interazione sociale, la cui negoziazione è ormai radicata nella storia, o nella cultura; ma ciò tende a ridurre la consapevolezza dell’inizio di un nuovo ciclo di innovazione e di indeterminatezza.
Secondo tale prospettiva, dunque, la tecnica, liberata dalla sola dimensione produttiva e riabilitata la dimensione dell’uso, può porsi quale fenomeno derivante dalle molteplici forme assunte dai legami sociali. Ossia, la produzione e la commercializzazione di una nuova tecnologia non possono essere considerate quali imposizioni dei produttori al mercato, poiché non è possibile non considerare i comportamenti degli utenti, che hanno, in quanto attori forti dell’interazione socio-tecnica, spazi di libertà i cui confini mutano a seconda dei poteri e dei legami intrattenuti: i produttori non sono esclusivamente attivi ‘strateghi’ così come i consumatori non sono solo passivi ‘tattici’, in quanto le strategie e le tattiche sono strutturate sulla base dei ruoli assunti e dunque quest’ultimi non sono determinati unilateralmente.
Sembrerebbe, dunque, riferendo tale approccio costruttivista alla struttura tecnologica della Rete, poter evidenziare quella dimensione ‘umana’ e ‘libertaria’ sottesa alla filosofia cyber; ma, come precisa Flichy, parlare di interazione tra progettazione ed uso non significa riconoscere, oltre le ‘reali’ condizioni, ulteriori forze. Infatti, <<se appare di fondamentale importanza, per pensare la tecnologia, integrare in una stessa analisi progettazione e uso, non è per questo necessario postulare una falsa simmetria tra progettisti e fruitori. In effetti, i due gruppi non partecipano in eguale misura alla costruzione sociale dell’oggetto tecnico. I progettisti integrano gli usi nelle loro macchine, come legame sociale, ma gli usi sociali sono presenti in laboratorio solo in forma virtuale. I fruitori, invece, vivono la macchina come legame sociale, dispiegando una creatività sempre vincolata>> (P. Flichy, 1996, pag. 91).
Come a dire che se è necessario porre al centro dell’analisi scientifica l’azione tecnologica e non la sola tecnologia, non opponendo produttori e fruitori; non è possibile però nemmeno pensare ad una loro equiparazione nelle varie fasi dell’innovazione: nella maggior parte dei casi i fruitori sono tattici e quindi non hanno possibilità di definire “un luogo proprio”, ossia un progetto tecnico da attuare con mezzi specifici; piuttosto possono agire su un terreno predefinito da altri in modo da adeguarsi, cambiare o sconvolgere il quadro d’uso e con esso l’intero quadro di riferimento socio-tecnico.
A tal proposito, l’Autore propone una serie di interessanti esempi circa l’azione dei fruitori: dall’adeguamento delle convenzionali modalità di risposta nel passaggio dal telefono al videotelefono alla ricollocazione e al ripensamento della radio e della struttura produttiva ad essa legata con l’appropriazione del mezzo da parte delle giovani generazioni degli anni ’50. Ossia l’agire del consumatore può seguire gradi diversi all’interno di un continuum che va dall’adattamento alla macchina alla sua ri-semantizzazione: <<se l’azione dei fruitori tattici si colloca in un quadro socio-tecnico di riferimento, che definisce l’adeguamento delle forme fra fruitore e macchina […], restano tuttavia margini di libertà sufficientemente ampi da permettere a ciascuno di utilizzare in maniera specifica uno strumento tecnico>> (P. Flichy, 1996, pag. 140).
L’angolazione da cui Flichy guarda l’innovazione tecnologica, quindi, consente di radicare la tecnologia all’interno delle negoziazioni sociali, guardando agli specifici rapporti di potere tra i diversi attori e, dunque, allontanando qualsiasi possibilità di pensare la tecnica come prodotto che genera dominio sull’uomo o, al contrario, come agente di liberazione.
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