Nero e dintorni
Nero e dintorni
Le modalità di rappresentazione e racconto del crimine nell’odierna produzione mediale, si parli di narrativa o fiction, inchieste giornalistiche o programmi di approfondimento, sembrano essere all’insegna di un progressivo assottigliamento del confine che separa la realtà dalla finzione.
Il noir, un genere cannibale, un transgenere, un genere inquieto, nel momento in cui esce dai confini che convenzionalmente gli sono propri, e va a contaminare il racconto mediale della società, trasferisce in esso le proprie atmosfere, la propria tendenza all’autodistruzione, il proprio pessimismo di fondo. Da tempo i riferimenti non sono più le storie asettiche dei romanzi-problema (1), in cui il delitto viene commesso nell’ombra, come nell’ombra, in una sorta di limbo indistinto, sono relegati i segni della violenza commessa, in cui ciò che conta è la capacità deduttiva del detective, si tratti del positivista Holmes o dell’ingenua Miss Marple, e l’Ordine è invariabilmente destinato a trionfare. Oggi il noir, come un rinnovato Maigret, si muove sicuro per le metropoli della tardomodernità, si circonda di specialisti, trascorre ore alla ricerca dei meccanismi psicologici dei criminali. Ma l’investigatore postmoderno, e attraverso di lui il pubblico, ai medici legali non chiede più solo un parere scientifico, vuole assistere alle autopsie, e una volta entrato nella mente del serial killer non si trova più di fronte ad una devianza incidentale, ad un parentesi di male da respingere nell’ombra con la stessa velocità e clandestinità con la quale ne è uscito. Si trova di fronte a figure forti e affascinanti, che attraggono i lettori e spingono all’emulazione, a figure che rappresentano il lato d’ombra della società, il barbaro, l’altro con cui è necessario imparare a convivere (2).
Così, l’approfondimento della prima rete RAI, che si vorrebbe spettacolarizzato ma non al punto da diventare fictional, presenta sera dopo sera le immagini di “quella” villetta a Cogne, le opinioni degli esperti su cosa possa aver incrinato la maschera di normalità di quella famiglia, e insinua nelle discussioni delle telefamiglie le possibili traiettorie degli schizzi di sangue su un pigiama.
Così, nella fiction, per attrarre lo spettatore non bastano più le doti deduttive dell’investigatore, il gusto di farsi sorprendere dalla colpevolezza di un assassino al di sopra di ogni sospetto. Il crimine deve essere passato al microscopio, e la prima serata Mediaset trascorre all’inseguimento di indizi che si trovano nelle scanalature di un proiettile, o sepolte sotto le unghie o nello stomaco della vittima.
Così, infine, ai vertici delle classifiche di vendita dei libri si posiziona Roberto Saviano, un testo “di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante” (3). Un testo così cronachistico da essere difficilmente narrativo - troppi e troppo precisi sono i riferimenti a luoghi e personaggi “reali” per essere un romanzo noir - e al tempo stesso così narrativo da rendere i fatti riportati troppo “fantasiosi” per un saggio di attualità.
Alla luce di questi fenomeni, è importante verificare quali siano i meccanismi, quali i limiti, quali i rischi e le opportunità insite nel credere che il noir sia la cornice più idonea a rappresentare lo Spirito del nostro tempo.
Per descrivere le caratteristiche tipiche che permettono di identificare, per quanto possibile, il genere noir, occorre senza dubbio un approccio interdisciplinare, il cui naturale punto di partenza è l’editoria, il genere letterario che ha tenuto a battesimo il noir e al tempo stesso lo stile giornalistico – la “nera” – di cui le storie noir si sono da sempre nutrite. In questo campo, testimoni d’eccezione possono essere Giulio Leoni, scrittore di successo e detentore dell’unica rubrica di storia del noir dell’editoria italiana, e un giornalista come Daniele Protti, direttore di un periodico – L’Europeo – che ai delitti italiani ha dedicato numeri monografici di grande profondità.
All’interno del panorama accademico, occorre invece segnalare il recente tentativo di sistematizzazione storica e critica del genere, dagli esordi del giallo al noir metropolitano, compiuto dalla prof.ssa Maria Immacolata Macioti, ordinario di Sociologia alla “Sapienza”, con Giallo e dintorni.
Il focus non può poi mancare di spostarsi sui prodotti audiovisivi, sempre più “tinti di nero”, sempre più contaminati dalla logica del noir. Anche in questo campo, è indispensabile prepararsi ad accogliere i contributi apparentemente più diversi. Due figure paradigmatiche, esemplari di ottiche contrapposte, una di matrice più storica e letteraria, ed una più immaginativa, punto di riferimento dei nuovi fermenti che caratterizzano tra gli altri il neonior romano, sono rintracciabili Ernesto G. Laura, storico direttore della Mostra del Cinema di Venezia e dell'Istituto Luce, e nella figura istrionica del maestro dell’horror Dario Argento.
Dal rosso profondo e irreale del sangue nei film di Argento agli elementi di iperrealtà inseriti nel racconto del crimine contemporaneo, il testimone può poi passare agli specialisti dei RIS, che non a caso sono stati recentemente interpellati come esperti da un’autrice di caratura internazionale quale Patricia Cornwell (4). Si arriva così agli elementi primi di questa iperrealtà, i corpi mostrati, anatomizzati, sottoposti ad autopsia e in tal modo consumati. Siamo nel campo d’azione delle discipline psicologiche legate alle scienze sociali, a cui rimane il compito di indagare le ragioni profonde del passaggio dal delitto senza corpo alla centralità del corpo come strumento di indagine.
1) M. I. Macioti, Giallo e dintorni, Liguori, Napoli, 2006
2) M. Maffesoli, La parte del diavolo. Elementi di sovversione postmoderna, Sossella, 2003
3) R. Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, 2006
4) «La Cornwell arruola i RIS», in L’Espresso, 01/03/2007