Registrati | Login

Le donne della Gestione Separata INPS nel 2005

Le donne della Gestione Separata INPS nel 2005

di PATRIZIO DI NICOLA E FLAVIA BAGNI (21 03 2007)

1. Donne tra collaborazione e precariato

La popolazione di riferimento dell’indagine sui lavoratori iscritti alla Gestione Separata Inps era composta, come detto, da un campione di quasi un milione e mezzo di soggetti attivi.

Come si vede dalla tabella 1, la maggioranza degli iscritti è di sesso maschile (57,52%, a fronte di una presenza femminile del 42,48%).

Tab. 1 Lavoratori attivi nel 2005

 

N.

%

Età media

 Femmine

626643

42,48

37,39

 Maschi

848468

57,52

43,98

Totale

1475111

100,00

41,18

La presente analisi, centrando l’attenzione sul solo universo femminile, si riferisce quindi a 626.643 soggetti attivi.

Ma quali sono le caratteristiche professionali delle donne lavoratrici parasubordinate? Esse sono anzitutto giovani, con un’età media di 37 anni, a differenza dei loro colleghi uomini che hanno 43 anni. La presenza delle donne al Fondo INPS raggiunge il suo apice tra i 26 e i 35 anni. In questi intervalli, infatti, si registra più del 30% del campione. Come noto, l’investimento delle donne nell’istruzione e i cambiamenti culturali, sociali, economici che si stanno verificando ininterrottamente dagli anni ’70 hanno contribuito all’aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro[1]. Tale aumento è visibile in primo luogo nella crescita di partecipazione al lavoro delle nuove generazioni.

Fig. 1 Lavoratrici attive nel 2005 nella Gestione Separata INPS per fascia di età (%)

figura 1

 

La presenza femminile diminuisce in modo sensibile, però, al crescere dell’età, in quanto mentre una parte riesce a transitare in condizioni di lavoro tipiche, un’altra parte fuoriesce dal mercato del lavoro spesso in coincidenza con la nascita di figli e a seguito dell’aggravarsi dei carichi familiari[2].

2. Professioni e reddito

Come illustrato nella Tab. 2, una quota estremamente bassa, almeno rispetto al campione maschile, delle donne svolge una attività tipica, quale ad esempio quella di amministratore o sindaco di società. Quasi i due terzi (63,4% vs il 41,1 dei maschi), ha un contratto come co.co.co o co.co.pro.

Tab. 2 Caratteristiche professionali dei parasubordinati nel 2005

 

Femmine

%

Maschi

%

Totale

%

Amministratore, sindaco società

106608

17,01

365385

43,06

471993

32

Collaboratore Giornali

4766

0,76

5731

0,68

10497

0,71

Partecipante a Commissioni

2924

0,47

12896

1,52

15820

1,07

Amministratore Enti Locali

242

0,04

786

0,09

1028

0,07

Dottorando, borsista MIUR

19976

3,19

18266

2,15

38242

2,59

Co.co.co / pro

397413

63,42

348898

41,12

746311

50,59

Venditore porta a porta

6514

1,04

5954

0,7

12468

0,85

Collaboratori occasionali

10434

1,67

10150

1,2

20584

1,4

Lavoro occasionale autonomo

2904

0,46

4443

0,52

7347

0,5

Co.co.co pensionati e ultra 65 anni

4860

0,78

16974

2

21834

1,48

Co.Co.Co nella PA

41923

6,69

33833

3,99

75756

5,14

Co.Co.Co. prorogati

7771

1,24

6562

0,77

14333

0,97

Associati in partecipazione

20308

3,24

18590

2,19

38898

2,64

Totale

626643

100

848468

100

1475111

100

Il dato è allarmante, sia se si considera in valore assoluto, sia se lo si considera in senso relativo[3].  La realtà delle collaborazioni è fatta di situazioni altamente eterogenee al loro interno, e contraddistingue di fatto condizioni lavorative instabili e indefinite[4]: i contratti di collaborazione sono quelli che maggiormente soffrono della mancanza di tutele (ad esempio se raffrontate al lavoro temporaneo tramite agenzia) e si accompagnano spesso a condizioni di incertezza legate alla brevità dei contratti, all’intermittenza lavorativa e alla bassa retribuzione. Il fatto, quindi, che questa tipologia contrattuale sia appannaggio delle donne, costituisce un dato su cui riflettere.

Prendendo in considerazione il settore di attività dichiarato dal committente, è possibile mappare in modo più preciso le caratteristiche delle lavoratrici iscritte al fondo. Dai dati (Tab. 3) si nota come [5] le donne siano ampiamente impiegate nel settore terziario: il 19,5% lavora nei servizi alle imprese (vs 11% degli uomini), il 12% in quelli personali, e il 22,5% è occupata nell’istruzione, nella sanità e nella pubblica amministrazione, attività che storicamente hanno visto una forte presenza di lavoro femminile (la differenza con i valori maschili arriva in questo caso a 11 punti).

Tab. 3 Iscritti al fondo per attività del committente

Attività del committente

Femmine

Maschi

 

N.

%

N.

%

Estrazione

3.193

0,6

5391

0,7

Industria

72.709

13,1

183827

23,6

Edilizia

11.427

2,1

64552

8,3

Commercio

84.575

15,2

131598

16,9

Alberghi ed esercizi pubblici

8.176

1,5

10634

1,4

Trasporti

16.173

2,9

40774

5,2

Poste e Telecomunicazioni

3.429

0,6

3061

0,4

Banche, Assicurazioni, Finanza

24.247

4,4

40757

5,2

Informatica

24.312

4,4

39487

5,1

Ricerca

1.330

0,2

1769

0,2

Servizi alle imprese, consulenza

108.215

19,5

86650

11,1

Pubblica Amministrazione

23.712

4,3

22678

2,9

Istruzione

64.283

11,6

47163

6,1

Sanità

36.606

6,6

15998

2,1

Altri servizi

67.424

12,1

71521

9,2

Agricoltura, Pesca, Allevamento

6.345

1,1

12294

1,6

Totale

556.156

100

778154

100

Totale

626.643

     

Procedendo verso un’ulteriore livello di analisi, ci si è chiesti che tipo di rapporto hanno queste lavoratrici con i lori committenti, se cioè siano mono o pluri-committenti. Condizione, come abbiamo visto nella prima parte del saggio, a cui si associa un disagio economico e normativo maggiore.

I dati mostrano che il 90% delle lavoratrici parasubordinate, così come accade anche per i loro colleghi uomini, lavora per un unico committente, ed ha pertanto, si ipotizza, una scarsa forza contrattuale nei confronti del datore unico di lavoro.

Alle osservazioni fatte riguardo alla tipologia contrattuale di co.co.co/pro. che vedono una netta prevalenza di presenza femminile, vanno aggiunte quelle, decisamente significative, che attengono ai livelli retributivi. Come si vede dalla Tab 4, il 69,9% delle donne della Gestione Separata INPS nel 2005 non supera i 10.000 euro di imponibile dichiarato. Di queste, poi, il 33,8% si ferma a un reddito percepito di 2.500 euro (contro il 22,37% degli uomini). Analizzando poi le fasce di reddito più alte, si nota come la presenza delle donne si riduca in modo più sensibile rispetto a quella degli uomini, arrivando a toccare un differenziale di 7 punti nella classe di imponibile che va dai 50.000 ai 100.000 euro. La forbice fra uomini e donne, quindi, si allarga in modo progressivo man mano che aumenta la fascia di imponibile.

Tab. 4 Distribuzione dei lavoratori per classi di imponibile (%)

 

Femmine

Maschi

Imponibile in classi

N.

%

N.

%

Da 1 a 2500

212045

33,84

189815

22,37

Da 2500 a 5000

104443

16,67

99488

11,73

Da 5 000 a 10 000

121666

19,42

132068

15,57

Da 10000 a 15 0000

74223

11,84

99196

11,69

Da 15 000 a 20 000

41914

6,69

70540

8,31

Da 20 000 a 30 000

35934

5,73

88785

10,46

Da 30 000 a 50 000

22154

3,54

83685

9,86

Da 50 000 a 100 000

13817

2,20

80560

9,49

Da 100 000 a 200 000

436

0,07

4181

0,49

Da 200 000 a 500 000

11

0,00

147

0,02

Totale

626643

100

848468

100

I risultati possono essere interpretati in due modi: da una parte si può ipotizzare che redditi così bassi siano da imputare a una partecipazione femminile discontinua nel mercato del lavoro. L’introduzione del lavoro flessibile, allentando i vincoli di entrata e uscita dal mercato, ha sicuramente aiutato le donne nei percorsi di inserimento e reinserimento al lavoro, specie dopo la nascita dei figli. Ma ciò attenua solo in parte il fatto che icompiti di cura all’interno delle famiglie siano affidati sostanzialmente alle donne. La mancanza di servizi e infrastrutture di supporto al lavoro domestico non aiuta la conciliazione fra tempi di lavoro e tempi di vita, né tantomeno la redistribuzione e il superamento delle distinzioni dei compiti fra maschile e femminile all’interno delle famiglie. Ciò porta le donne a lavorare per periodi più brevi e probabilmente con orari ridotti rispetto agli uomini.

Dall’altra parte, gli studi sui differenziali retributivi[6] mettono in risalto come permangano ancora notevoli disuguaglianze, a parità di qualifica professionale, tra donne e uomini. La condizione delle donne al lavoro sconta ancora un pregiudizio e difficoltà strutturali e culturali. Il “tetto di cristallo” continua a segnare marcatamente differenze di genere nell’approccio e nella realtà del mercato del lavoro. Il lavoro delle donne, se visto come accessorio e secondario rispetto a quello maschile, diviene oggetto di retribuzioni più basse.

3. Lavoratrici e committenti fra tipico e atipico

Nell’analisi dei dati del Primo Rapporto sull’Osservatorio dei lavoratori atipici[7] si è fatta una distinzione fra due macro-aree di categorie professionali: da una parte sindaci, revisori e amministratori di società, che vengono classificati come lavoratori “tipici”, in quanto svolgono attività professionali per le quali ottengono salari più che dignitosi. Dall’altra si è tenuto distinto il popolo degli “atipici”, soprattutto collaboratori, a vario titolo, e associati in partecipazione.

Fra le donne, la percentuale delle professioni e rapporti di lavoro atipici,raggiunge l’82% del totale, mentre il dato complessivo maschi + femmine si attesta su una percentuale del 65%.

 

 

Fra gli atipici, era stato poi individuato un nucleo ancora più ristretto, un “nucleo duro” più a rischio di precarietà in quanto:

·           Ha come unica fonte di reddito quella ricevuta dal lavoro parasudordinato.

·           Svolge una professione atipica.

Il confronto con le percentuali dell’universo maschile aiuta ad inquadrare la condizione delle lavoratrici della Gestione Separata, e le forti differenze di genere che intervengono a determinare condizioni più o meno a rischio. Prendendo come punto di riferimento la situazione potenzialmente più disagiata, in cui l’individuo ha come unica fonte di reddito quello derivante da lavoro atipico, notiamo che le donne sono sovra-rappresentate rispetto agli uomini di 10 punti percentuali. Allo stesso tempo, considerando in modo speculare la condizione potenzialmente più positiva, quella cioè di impiego in lavoro tipico con altri redditi, si rileva una percentuale maschile dell’80,7%, a fronte di una femminile che si attesta, di conseguenza sul 19,3% del campione.

Tab. 5 Tipologia di lavoro per genere del lavoratore - Modello tipico/concorrente

 

Femmine

Maschi

Totale

N.

%

N.

%

Lavoro tipico con reddito esclusivo

58782

26,49

163.123

73,51

100

Lavoro atipico con reddito esclusivo

460043

57,25

343.545

42,75

100

Lavoro tipico con altri redditi

55852

19,34

232.918

80,66

100

Lavoro atipico con altri redditi

51966

32,31

108.882

67,69

100

Totale

626643

42,48

848468

57,52

100

Esiste pertanto in Italia una quota di donne, che lavora come parasubordinato e vive nel rischio della precarietà, pari a circa 460 mila unità. Gli uomini nella stessa condizione sono molto di meno: 343 mila, pari al 40,5% degli iscritti alla gestione Separata INPS. (Tab. 6).

Tab. 6 Lavoratori attivi a rischio precariato

 

Femmine

Maschi

N.

%

N.

%

A rischio precariato

460.043

73,4

343.545

40,5

Altri

166.600

26,6

504.923

59,5

Totale

626.643

100

848.468

100

4. Donne e lavoro atipico: il confronto regionale

La distribuzione delle lavoratrici iscritte alla Gestione Separata è fortemente sbilanciata a favore della Lombardia e del Lazio. In queste due Regioni si registra infatti la percentuale più alta di parasubordinate. Il dato trova facile spiegazione nel momento in cui si considera il legame fra economie delle grandi città (Milano e Roma) e i settori di attività in cui sono più diffusi i lavori atipici (commercio, servizi alle imprese, di consulenza e alle persone[8]).

Tab. 7 Presenza dei collaboratori iscritti alla Gestione Separata INPS per Regioni

 

Femmine

%

Maschi

%

Totale

ABR

11556

48,27

12386

51,73

23942

BAS

2827

45,46

3392

54,54

6219

CAL

7097

46,26

8243

53,74

15340

CAM

25446

46,7

29048

53,3

54494

EMR

55512

38,77

87654

61,23

143166

FVG

13992

38,36

22479

61,64

36471

LAZ

108340

47,95

117623

52,05

225963

LIG

15979

43,57

20699

56,43

36678

LOM

155546

42,4

211283

57,6

366829

MAR

15488

39,91

23318

60,09

38806

MOL

2838

53,39

2478

46,61

5316

PIE

40342

40,69

58796

59,31

99138

PUG

18433

45,06

22475

54,94

40908

SAR

14124

49,55

14378

50,45

28502

SIC

19606

44,72

24232

55,28

43838

TAA

9878

33,55

19562

66,45

29440

TOS

48418

40,69

70560

59,31

118978

UMB

11515

45,42

13837

54,58

25352

VDA

1172

38,96

1836

61,04

3008

VEN

47899

36,53

83209

63,47

131108

Totale

626.008

100

847 468

100

131108

Ad ulteriore conferma di quanto appena detto, si è proceduto all’analisi della presenza di lavoratrici attive iscritte al Fondo nella sola Regione Lazio. Il campione di riferimento è formato da 108.340 donne.

Come si può notare dalla fig. 4, la quasi totalità delle lavoratrici si concentra nella città di Roma, lasciando alle altre province percentuali marginali.

Fig.2 Distribuzione delle donne parasubordinate nel Lazio (%)

I dati emersi dall’indagine sul Lazio sono sostanzialmente in linea con quanto già rilevato per la condizione femminile a livello nazionale. Quello che più colpisce è che, se possibile, per il Lazio sono però ancora più preoccupanti i rischi legati a condizioni di precarietà, declinabili attraverso le variabili della bassa retribuzione e dell’unica fonte di entrata con il lavoro atipico. Qui la percentuale di quante sono più vulnerabili alle condizioni del mercato del lavoro raggiunge quota 86,5%, 13 punti in più rispetto al già alto dato su base nazionale

 

5. Conclusioni: le donne i loro lavori

L’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro è il principale fattore di crescita occupazionale in tutti i Paesi europei negli ultimi vent’anni. Il cambiamento di paradigma va inserito in un quadro economico e sociale: da  una parte questo ha voluto dire intraprendere un cammino di emancipazione lungo e difficile, di cui non si vede ancora la fine. Le donne infatti sono sempre state viste come forza lavoro debole e marginale, fino agli anni ’60 impiegate soprattutto nel settore agricolo e nell’industria tessile, mentre oggi le troviamo, seppur un po’ a fatica, in incarichi di responsabilità e in lavori che prima erano appannaggio degli uomini.

La produzione si sposta oggi sempre più verso il settore terziario e dei servizi, e aumenta l’incidenza del part-time sull’occupazione totale; nuovi sistemi di regolazione delle nascite incidono sulla possibilità poi di programmare le gravidanze.

La combinazione di questi fattori permette alle donne di entrare in modo sempre più massiccio nel mondo del lavoro, e di conciliare meglio tempi di cura e tempi di lavoro, impegni dentro e fuori l’ambito familiare. La presenza o l’assenza, poi, di politiche sociali volte ad affiancare ed affrancare le famiglie dai carichi di cura e servizi incidono in modo diretto sulla possibilità per le donne di affacciarsi al mercato. Per dirla con Semenza, “L’offerta di lavoro femminile risulta essere, infatti, particolarmente sensibile e reattiva alle politiche”[9].

Da un lato, quindi, la terziarizzazione del sistema produttivo ha fatto sì che aumentasse la domanda di lavori con caratteristiche  femminili: parte dei servizi professionali e sociali richiesti sono la riproposizione nel mondo produttivo di funzioni riproduttive. Dall’altra la crescita del livello formativo delle donne, che hanno visto nell’istruzione una via di emancipazione e realizzazione fuori dall’ambito domestico, ha permesso loro di offrirsi sul mercato con maggiori possibilità di successo, e di aspirare a lavori più qualificati. Tuttavia, i dati sulla qualità dell’occupazione mostrano come in Italia sia ancora molto forte il fenomeno della segregazione delle donne in settori e attività tipicamente femminili, e lo slittamento di un numero consistente di donne istruite in lavori meno qualificati[10].

I dati  sulla crescita dell’occupazione femminile mostrano come si stiano in qualche modo allentando le restrizioni all’entrata, e questo anche grazie ai processi di flessibilizzazione in atto, alla possibilità di ricorrere al part-time, di lavorare da casa, di autogestirsi tempi e modi, così da poter conciliare funzioni di cura e lavoro; quindi sembra stia diminuendo l’incidenza della segregazione orizzontale, della difficoltà di accesso a settori e professioni. Da un altro punto di vista, però, rimangono forti differenziali nella possibilità per le donne di fare carriera, e sfondare il “tetto di cristallo” della segregazione verticale, come se ancora oggi il fatto di avere una famiglia, o di poter avere potenzialmente in futuro una famiglia e dei figli, possa rappresentare motivo di minor rendimento al lavoro, discriminante di scelta per un’assunzione o per fare carriera, tra due persone di sesso diverso. La posizione relativa di svantaggio delle donne sul mercato del lavoro è imputabile molto spesso a fattori di tipo culturale, istituzionale, di presenza o meno di infrastrutture e servizi in grado di alleggerire il carico familiare delle donne, più che a scelte di tipo individuale e volontario.

Dal nostro punto di osservazione, il fatto che le donne siano sovra-rappresentate nelle nuove forme di lavoro flessibili e meno tutelati, porta a chiedersi se non si sia in presenza di una nuova forma di segregazione e di marginalizzazione delle donne in settori di attività, e con forme contrattuali, che si ritengono in una certa misura congeniali” al mondo femminile e giovanile.

Sarebbe importante, in considerazione del fatto che oggi le capacità e le competenze richieste non sono più tutte incentrate sulla competitività, ma anzi fanno affidamento sulla cooperazione all’interno di un gruppo, e sulla possibilità di creare sinergie all’interno di reti di lavoro, invece premiare, con la crescita professionale e una retribuzione appropriata, il “buon lavoro” svolto dalle donne all’insegna delle loro specificità.

Il fatto di saper reagire a situazioni difficili, la capacità di ascolto, di relazione, di cura, sono aspetti potenzialmente innovativi da inserire nel mercato del lavoro, ma possono anche trasformarsi in una gabbia di nuovi stereotipi, quando all’insegna della sensibilità femminile, si relega il lavoro delle donne a compiti con scarso futuro professionale..



 

[1] E. Reyneri, Sociologia del mercato del lavoro, Il Mulino, Bologna, 2002; R. Fontana, Il lavoro di genere, Carocci, Roma, 2002.

[2] E. Reyneri, op.cit.

[3] Cfr. dati presentati nel 1° Rapporto sull’Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia, Nidil-Cgil, Roma, 2006.

[4] A. Accornero, San Precario lavora per noi, Rizzoli, Milano, 2006.

[5] Cfr dati op. cit.

[6] Istat, Rapporto annuale, Roma, 2006; Del Bono e D. Vuri, Iser WP 2006/59. D. Del Boca, S. Pasqua, C. Pronzato, The impact of Institutions on employment and fertility, Iser 2006/59.

[7] Cfr. op.cit.

[8] Cfr. dati in 1° Rapporto sull’Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia, op. cit.

[9] R. Semenza, Le trasformazioni del lavoro, Carocci, Roma, 2004, cit. pag. 82.

[10] Commissione Europea, Relazione della commissione al consiglio, al parlamento europeo, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni sulla parità tra donne e uomini – 2007, Bruxelles, 7.2.2007