Introduzione
L’attuale riflessione sulla Rete e sulle sue dinamiche tecnologiche, sociali e cognitive tende a normalizzarla in utility, in altre parole riducendo il labirinto di cavi e computer da cui essa è costituita in struttura di servizio quale essa è fisicamente. Il mercato della new economy sembra confermare questa prospettiva, abbandonando la visione ipostatica degli anni Novanta, visione che è stata comunque uno tra i motivi del successo vertiginoso e dell’altrettanto vertiginoso declino della rete (2000) come Futuro Economico all inclusive. D’altro canto, negli anni appena trascorsi (tra il 1998 ed il 2003) la Rete è diventata però assoluta protagonista della nostra vita ed ha assorbito enormi risorse, tecniche, finanziarie e culturali.
L’attuale riflessione sulla Rete e sulle sue dinamiche tecnologiche, sociali e cognitive tende a normalizzarla in
utility, in altre parole riducendo il labirinto di cavi e computer da cui essa è costituita in struttura di servizio quale essa è fisicamente. Il mercato della
new economy sembra confermare questa prospettiva, abbandonando la visione ipostatica degli anni Novanta, visione che è stata comunque uno tra i motivi del successo vertiginoso e dell’altrettanto vertiginoso declino della rete (2000) come Futuro Economico
all inclusive. D’altro canto, negli anni appena trascorsi (tra il 1998 ed il 2003) la Rete è diventata però assoluta protagonista della nostra vita ed ha assorbito enormi risorse, tecniche, finanziarie e culturali.
L’imperativo della “migrazione” verso la Rete ha condizionato molti comportamenti istituzionali e privati: grandi organizzazioni sovranazionali e statali (Governi, Nazioni Unite, Unione Europea) hanno pubblicato studi e promosso leggi per la definitiva trasformazione degli apparati di servizio ai cittadini e alle imprese (economiche e culturali) in strutture reticolari, basate sull’accesso e sull’utilizzo delle informazioni disponibili in Rete. Questo enorme processo di migrazione, tuttora in corso, è senza dubbio il primo e più imponente effetto di quella euforia ormai passata, ma ne è anche il più vistoso effetto positivo. Senza quella grande energia il cambiamento non sarebbe stato promosso e realizzato.
Il fuoco d’artificio della nascita della Rete e del suo ingresso nella nostra vita quotidiana (1992) ha determinato anchee distorsioni interpretative che ancora oggi condizionano la lettura del fenomeno e la sua corretta determinazione sul piano culturale. Il primo e più evidente livello di distorsione è legato al complesso aspetto tecnologico che la Rete sottende e che viene sempre evidenziato nelle narrazioni ad essa dedicate, sia popolari (stampa, tv, radio e rete stessa) che colte (in ambito accademico). Solo di recente, con analisi posteriori anche ermeneuticamente alla fine dell’euforia e sorrette da una più attenta lettura di dieci anni di esperienza di rete, cominciano ad essere evidenti altri aspetti, molto più centrali e fondanti, dei meri dettagli tecnologici, pur importanti. Per tentare un paragone con altri media, si sta abbandonando lo studio della circuiteria di un televisore per concentrarsi su ciò che la macchina comunica ai suoi spettatori e sui rapporti che la comunicazione centrata su di essa fonda.
Nel caso della Rete, l’attenzione si è spostata sui contenuti ipermediati da questo autentico supersistema, capace di fondere nella sua anima tutto il passato evolutivo delle tecniche di comunicazione create dall’uomo, poggiandosi su macchine che simulano la vera ed unica macchina perfetta elaborata dalla natura, il cervello umano. E, da un punto di vista sociologico e pedagogico, gli effetti di trasformazione sulla società e sui singoli iniziano ad essere diffusi da grandi letture trasversali come quelle di Castells e Baumann.
Computers e Reti di Computers sono tentativi ancora imperfetti di simulare i processi organizzativi e cognitivi del cervello. Le Reti Neurali miste (sinapsi di topo collegate a circuiti integrati di un robot) attualmente allo studio nei laboratori di biotecnologie più avanzati, ed i processori quantici, capaci di lavorare simultaneamente su più livelli di realtà, fanno immaginare che in altri dieci anni la Rete sarà ancora più vicina al modello che gli scienziati immaginano. Per ora, secondo Tim Berners Lee del W3C, il consorzio che governa la Rete sotto il profilo degli assetti tecnologici e linguistici, il primo passo raggiungibile sarà una Rete Semantica basata su linguaggi di secondo livello, come XML, in grado di reperire informazioni ed organizzarle in modo trasparente, a nostra disposizione, in un dialogo tra “marcatori linguistici” gestiti direttamente dai nodi della Rete.
La Rete sintetizza un inedito ed inaspettato passaggio epocale. Seguendo Manuel Castells, dall’Era Industriale all’Era dell’Informazione. Intorno a noi è tutto cambiato. E i nostri comportamenti si stanno adeguando. La rivoluzione è in atto e spesso, nelle analisi correnti, non viene letta come sua causa la trasformazione della Realtà in Rete (sempre con Castells, la Virtualità Reale). Le ristrutturazioni di tutti i comparti tecnologici, di quelli produttivi, di quelli politico-amministrativi e di quelli culturali vengono ancora vissuti in maniera parcellizzata da chi ne subisce gli effetti o da chi li attua credendo di obbedire ad una propria specifica necessità /missione / convenienza. La realtà è certamente diversa e le difficoltà di analizzarla sono evidenziate dalla crisi che i tradizionali schemi intepretativi mostrano quando entrano in contatto con la Rete. Il cambiamento sociale del mercato del lavoro è il primo con cui si viene in contatto una volta terminati gli studi o una volta passati i 40 anni di età: la compressione dei tempi lavorativi e delle età di accesso al mercato del lavoro sono effetti della presenza della Rete. I sistemi industriali e politici, che hanno finanziato e promosso la Rete, faticano a gestirne l’impatto. Interi settori manifatturieri, dall’industria pesante, liquefatta in sottostrutture agili disseminate sui cinque continenti e tenute insieme dalla rete, o settori legati alla creatività trasformata in oggetti seriali, come quello dell’industria discografica e prossimamente del cinema e dell’editoria, sono entrati in crisi per effetto della Rete e dei nuovi comportamenti che essa ha sollecitato. O sono stati, o saranno costretti, a mutare pelle per non sparire.
Transitorietà dell’esperienza e mutevolezza dello scenario stanno conducendo le ricerche sulla complessità sociale ed economica dei fenomeni di rete verso l’utilizzo delle tecniche di analisi dei fluidi o dei fenomeni atmosferici. In altre parole, la scienza della Complessità, che procede per simulazioni, modelli ed astrazioni. La realtà sommersa e proprio perciò destabilizzante della Rete prefigura una silenziosa assunzione di ruoli imprevedibili. Le riflessioni di Levy e DeKerckove sulla collettività/connettività della comunicazione in Rete sono state le prime ad aprire spiragli di interpretazione innovativi.
Le più aggiornate letture del fenomeno Rete come media e quindi come supercanale di comunicazione si devono a Jay David Bolter e Richard Grusin: il loro contributo con la teoria della Remediation (RiMediazione dei Media) è molto stimolante e sta certamente aprendo ulteriori spazi di riflessione. Sintetizzando, la teoria dice che nessun singolo media opera da solo all’interno della società ed ognuno di essi si appropria di tecniche, linguaggi e significati sociali degli altri in una competizione che è anche assorbimento e rimodellazione del reale. I vecchi ed i nuovi media sono in permanente dialettica, nella competizione la stampa diventa televisione e la televisione assorbe la radio, il telefono si multimedializza diventando televisione e macchina da scrivere, ed la Rete sintetizza tutti i media precedenti. In questa diffusa ibridazione i nuovi media assorbono i vecchi rinnovandoli in tecnologia e linguaggio ed i vecchi media si rinnovando guardando ai nuovi per sopravvivere e competere nei nuovi scenari.
Convergenza è la parola che domina lo scenario. In questa prospettiva anche i nuovi media sono vecchi, in una Rete di RiMediazione che trasferisce linguaggi e tecnologie. In effetti, secondo Bolter e Gruisin, i media digitali (new media) hanno come contenuto tutti i gli altri media in un rimando ricorsivo che invece di assorbire ed omologare differenzia e innova. Il vantaggio dei new media è quello di essere ad azione istantanea, di essere planetari e di avere tecnologie semplici (la Rete corre sui fili del telefono ed oggi sulle onde radio) ma contenuti complessi. E’ lo stesso vantaggio che hanno avuto la stampa, il telefono o la televisione al loro apparire. La Rete quindi non è discontinua rispetto ai vecchi media ma ne è conseguenza. Ma come ogni nuovo media che entra in scena anche con la Rete la RiMediazione agisce sugli scenari e sui contenuti, oltre che sulla percezione sociale e culturale. I media digitali possiedono solo più intensità, riescono a fondere tutti i contenuti in maniera duttile e riescono soprattutto a non segnare il confine tra il media stesso ed il suo contenuto. In altre parole, diventa difficile stabilire un confine nell’azione di rimodellamento che il media opera sulla realtà. E’ la fusione, mai avvenuta prima, tra la trasparenza (immediacy) del processo e la sua opacità (hypermediacy), le due tecniche di base della rappresentazione del reale nella cultura occidentale. La rappresentazione prospettica del Rinascimento, che sfondava il piano bidimensionale del quadro introducendo la terza dimensione, unita alla nascita della matematica moderna (Cartesio) ha rivoluzionato non solo l’arte ma lo sguardo sul mondo degli europei. I new media sulle stesse basi attraversano la superficie del mondo intercettandone la realtà, in un processo di simulazione trasparente del tutto integrabile con le nostre percezioni fisiche.
Questi due processi avvengono simultaneamente sulla Rete. Da un lato essa è trasparente, ossia non interviene sulla natura del media che assorbe: il CD Rom artistico o letterario, o i siti web che espongono opere tradizionali (news, letteratura, prodotti) non manipolano l’oggetto che propongono, semplicemente lo veicolano in modalità diverse (sul computer di casa nostra, ad esempio). Anche gli e-books concepiti in modo tradizionale (ossia testi trasferiti dalla carta agli hard disk sotto forma di codice binario) sono soltanto libri che hanno cambiato supporto ma non natura (testi sequenziali). Di fatto non viene discusso lo status del prodotto ma viene allargata la sua esperienzialità in un processo di simulazione del media originario che non viene in questo rimediato (per ragioni complesse, ad esempio di percezione sociale dell’oggetto libro o dell’oggetto quadro, o per questioni di tipo economico).
Ma i media tradizionali non evitano la pressione dell’ipermediazione (opacità) che i new media hanno nel loro codice genetico. Soprattutto i personal computers ed i software che li animano lavorano (sia in MacIntosh che in Windows) per finestre che si aprono sulla realtà. Ora, con l’informatica e la telematica unite in Rete, i media tradizionali ed i loro specifici sguardi sulla realtà sono assemblati in un unico media, e la realtà ne viene rimodellata. Un vero e proprio ambiente sperimentale che ha assorbito i media alfabetici (libro, giornali), quelli iconici statici e dinamici (fotografia, cinema, riviste, tv) e quelli aniconici (radio, musica, parola) penetrando anche nella realtà simulata (videogiochi, animazioni). La multimedialità della Rete fonde sia la trasparenza dello sguardo immediato (contatti diretti interpersonali, ad esempio) che l’opacità dell’ipermediazione (tecnologie push di navigazione, motori di ricerca, agenti intelligenti, servizi di news, ecc.). Simulatori di prossimità, come li ha definiti Paul Virilio, che in questa standardizzazione dei prodotti teme la sincronizzazione delle opinioni.
Di fronte a questo scenario, il concetto di multimedialità che derivava dalla ipertestualità diventa povero e obsoleto: la sintesi multimediale contemporanea e futura avrà componenti di lettura, sguardo e ascolto ma sarà reticolare ed emotiva come nell’esperienza immersiva che conosciamo meglio, quella del contatto personale con gli altri esseri umani o con la bellezza del mondo e la sua verità.
Essere multimediali come le nuove tecnologie prefigurano sarà inizialmente difficoltoso: soprattutto in termini di coerenza con il vecchio codice mediatico (alfabetico, per quanto rimediato dalla digitalizzazione e dalla ibridazione di immagini e suoni). Il futuro multimediale, e quindi anche quello dei suoi creatori e gestori, sarà immersivo, creativo e magmatico. Esattamente come la nostra vita interiore. Questa è la sfida che, anche sotto il profilo economico-imprenditoriale e quello formativo e culturale, bisognerà affrontare.
Lavorare nella conoscenza
Dato questo scenario così fluido e cangiante, cosa significa oggi lavorare? E cosa significa oggi lavorare in un contesto di rete manipolando conoscenza? E soprattutto, per la pedagogia, cosa implica uno scenario dalla natura mutante? In che senso ha ancora senso “insegnare una professione” o “formare una competenza”? Entrare oggi in azienda, a qualsiasi livello e soprattutto nelle aziende ad alto tasso tecnologico, significa impegnarsi per alcuni mesi, e a volte un anno, in un processo di formazione e di riqualificazione. Di fatto, bisogna studiare di nuovo. E sempre.
L’evoluzione vertiginosa che la Tecnica ha impresso alla Realtà ha un impatto di retroazione anche su tutta la formazione di una persona, fin dall’infanzia, costringendoci fin d’ora a pensare ai futuri percorsi formativi in chiave dinamica, parallela ai flussi di conoscenza che circolano sulle grandi reti interattive. D’altronde, immersi nella tecnologia virtuale fin dai primi anni di vita, protagonisti in casa e poi a scuola di un approccio del tutto spontaneo ad una tecnologia attraente come quella multimediale (una tecnologia bambina, per ricordare la felice espressione di Roberto Maragliano) i bimbi comunque crescono e si trovano (oggi, ma sempre di più in futuro) immersi nella Società dell’Informazione, di cui diventano lavoratori.
Che tipo di lavoratori sono e saranno? Quale scenario incontrano? Senza omettere di ricordare visioni diffidenti di guru come Paul Virilio (connessione uguale sincronizzazione, delle menti oltre che dei corpi, in un mondo di adulti infantilizzati dalle tecnologie bambine) proviamo a descrivere lo scenario presente-futuro, che comunque è una realtà.
La rete della cultura
Oggi siamo agli estremi confini di uno sviluppo tecnologico e quindi culturale assolutamente imprevedibile fino a soli 20 anni fa. All’inizio degli anni Ottanta del XX secolo il dibattito sull’Intelligenza Artificiale e sulla possibilità di imitare il cervello via hardware e software era certamente molto avanzato ma non tale da lasciar prevedere l’informatizzazione generalizzata della società industriale e dell’intero mondo. Già negli anni Cinquanta il gruppo del Dartmouth College di Hannover, USA, composto da Marvin Minsky, Allen Newell ed altri, ipotizzava, sulla scia delle teorie di Leibnitz e Hobbes fino alla logica di Boole, la possibilità di poter replicare l’intelligenza umana, ovvero i suoi comportamenti logico-linguistici, mediante la cibernetica. Le coppie di coerenza logica vengono individuate e sviluppate legando rappresentazione mentale e linguaggio e computazione (calcolo) e logica. Quindi, questo il ragionamento, se applico la linguistica ai programmi e la logica ai processori ottengo una macchina che simula un cervello umano. La via per le macchine ed i software cognitivi che oggi conosciamo era teoricamente aperta.
Le neuroscienze, le scienze cognitive, l’ingegneria informatica puntarono fin dall’inizio ad usare come schema di riferimento il paradigma cervello biologico/cervello elettronico, ma in seguito, per rispondere alle sempre più numerose contraddizioni emergenti nel sistema, viene indagato il rapporto mente/computer fino al passaggio alla coppia mente/cervello. Ben presto ci si rese conto che il processo di elaborazione cerebrale non era una semplice funzione interna del cervello banalmente riproducibile: tutti gli studi delle neurobiologie rivelano un processo autocosciente e complesso, e come ogni sistema biologico difficilmente modellizzabile per la sua complessità. Miliardi di processi contemporanei a livello molecolare richiederebbero computer grandi come pianeti e descrizioni matematiche sempre più rarefatte, difficilmente sintetizzabili in termini di listato lineare. I primi software ricorsivi nascono negli anni Ottanta.
Le difficoltà incontrate nel trasferire la complessità del cervello all’interno di circuiti e di algoritmi spinse, e spinge, ad invocare altri modelli. La simulazione al computer di processi cerebrali da parte della Nuova Cibernetica, che riporta alla luce il paradigma del connessionismo rispetto a quello del funzionalismo usato fin dall’inizio dell’Intelligenza Artificiale, rivela che i “processi paralleli” e non quelli “sequenziali” sono alla base dell’elaborazione di informazioni e quindi di conoscenza nel nostro cervello.
Gli studi di Maturana e Varela sull’autopoiesi e sui meccanismi di retroazione portano verso la progettazione di reti neuronali, reti che simulano in modelli parziali alcuni comportamenti tipici del cervello. La teoria della complessità, unita a quella del caos, porta a simulare una logica che estragga cognizione da scenari del tutto caotici, stringhe di senso salvate dal mare della casualità apparente. Scienziati come Rumelhart e Clelland, teorici come Bertalanffy, ribaltano il cognitivismo classico di von Neumann, che usava il calcolatore come un modello del cervello, con le sue procedure di immissione ed estrazione di dati. Il connessionismo, seguendo gli studi sulla replica ed accrescimento di organismi minori (Maturana, Varela, Margulis) immagina che il cervello lavori in reti che processano informazioni che accrescono lentamente la sua complessità e la sua struttura. Procedendo per connessioni successive ed evoluzioni, queste reti si espandono, acquisendo nel tempo capacità cognitive superiori. Il cervello è strutturato in un sistema formato da sottosistemi, ognuno composto da elementi (i neuroni, nel cervello) che evolvono secondo processi dinamici non lineari, complessi, in comunicazione tra essi, in una sorta di interattività biologica primaria che si manifesta anche fisicamente in stati chimici di apertura e chiusura, di attività e di stasi elettrica.
Le reti neuronali virtuali simulano questi stati per cercare di comprendere in profondità la loro natura. Soprattutto nel campo delle dinamiche di apprendimento dei sistemi, basate sulla constatazione che, in questa prospettiva evolutiva, i processi coinvolti sono di sviluppo e di apprendimento, i progressi più recenti tornano a porre l’uomo, ed il suo ambiente, al centro del sistema, dato che la cognizione, in quanto cultura, è relazione tra sé ed il mondo. Jerome Bruner ha classicamente definito così questa esperienza:
“Vorrei cercare di definire la svolta culturale avvenuta nell’evoluzione umana da due prospettive. La prima, la prospettiva ‘individualistica’, è la seguente. La cultura poggia psicologicamente sulla capacità simbolica dell’uomo di cogliere i rapporti di ‘rappresentazione’ che trascendono sia la mimesi che l’indicizzazione nel senso che, poniamo, un animale totemico rappresenta il mio clan… Una cultura può essere vista come una rete condivisa di “rappresentazioni’ comuni. In quanto membri della nostra specie viviamo in questa rete oltre che nella natura… Questa prospettiva individualistica dell’evoluzione culturale umana porta inevitabilmente all’idea che il nucleo della svolta culturale sia costituito dal ‘fare significato’ e dalla negoziazione del significato…
La seconda prospettiva… è più collettivistica e mette l’accento su una tendenza transazionale, ritenuta fondamentale per lo stile di vita umano. L’elemento più primitivo di questa tendenza è costituito dal fatto che non solo rappresentiamo il mondo nella nostra mente (riempiendolo di significati) ma reagiamo con sensibilità preternaturale al modo in cui il mondo viene rappresentato nella mente degli altri… I nostri mondi allora sono intercambiabili in una misura inimmaginabile nelle altre specie”
(Jerome Bruner, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, 1997, pp. 179-180)
Ma come conserviamo la cultura del passato, ovvero quella cultura accumulata nei nostri percorsi di apprendimento? Ancora Bruner:
“… Istituzionalizziamo quasi la conoscenza nel folklore, nel mito, nelle registrazioni storiche, poi nelle biblioteche e nelle costituzioni ed adesso sull’hard-disk del computer. E nell’immagazzinarla la plasmiamo per adattarla alla miriade di esigenze della vita in una collettività, comprimendola nelle forme richieste dai dizionari, dai codici legali, dalla farmacopea, dai libri di culto e da tutto il resto. In un certo senso profondamente sconcertante, questa conoscenza immagazzinata colma non solo di informazioni ma anche di prescrizioni su come pensarla, finisce per plasmare la mente. Quindi, in defnitiva, se è vero che la mente crea la cultura, anche la cultura crea la mente”
(Jerome Bruner, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, 1997, pp. 180)
Se la cultura è figlia della mente, e se la mente, in un processo di retroazione (feedback), viene ri-creata dalla cultura, o creata ex novo nei bambini (noi arriviamo e cresciamo in un universo linguistico che ci accoglie e ci trasmette ogni sorta di codice culturale immagazzinato dai nati prima di noi), allora la Rete è figlia della nostra cultura, e su questo non ci sono contestazioni: ma la nostra cultura, da ora in poi, è creata dalla Rete. Anche questo è certo.
Il futuro del lavoro in rete
Lavorare in rete (networking) è un concetto seminale, una definizione che assume sempre più i contorni di un destino. L’uomo è animale non da branco, non da muta, ma da rete. Da quando ha espresso se stesso linguisticamente, proiettando nello spazio la propria visione mentale di cacciatore e realizzandola nel tempo, coordinandosi linguisticamente con gli altri uomini (realizzandosi in un progetto, heideggerianamente) da quel momento l’uomo è nella rete delle relazioni sociali, nella rete della cultura.
Oggi la tecnologia gli permette di vivere un paradosso: solo come forse mai nella individualizzazione della società post-industriale, mai però così irretito e relato a causa delle connessioni digitali che pervadono ogni elettrone della noo-biosfera. Il paradosso della connessione permanente sta avendo riflessi decisivi nelle trasformazioni del lavoro e di conseguenza sull’identità dell’uomo e della donna che lavora.
Le scienze cognitive hanno di fatto preannunciato una liberazione ed una sconfitta, almeno rispetto ai progetti del recente passato. La liberazione è quella dal concetto di lavoro fordista, taylorista, meccanico e la sconfitta è quella del sogno che prevedeva il permanere in nuove condizioni all’interno del vecchio mondo. La tecnologia digitale, realizzando le profezie di un secolo (dalla logica di Boole alle teorie di Turing, 1850-1950) ha di fatto portato l’uomo in un altro ambiente, quello stesso ambiente nel quale stiamo muovendo i primi passi. Nulla è più come prima, secondo il sociologo Manuel Castells:
“Il nostro mondo e le nostre vite sono soggetti all’azione plasmante di due forze in contrasto tra loro: globalizzazione e identità. La rivoluzione della information technology e la ristrutturazione capitalista hanno dato origine ad una nuova forma di società – la società in rete – caratterizzata dalla globalizzazione delle attività economiche strategiche; dalla forma di organizzazione a rete; da flessibilità, precarietà e individualizzazione del lavoro; da una cultura della virtualità reale costruita da un sistema dei media pervasivo, interconnesso e diversificato; e dalla trasformazione dei fondamenti materiali della vita, dello spazio e del tempo, mediante la costituzione di un tempo acrono che è espressione di attività ed élite dominanti. Questa nuova forma di organizzazione sociale, nella sua pervasiva globalità, si sta diffondendo in tutto il mondo, così come il capitalismo industriale e il suo nemico-gemello, l’industrialismo di stato, fecero nel corso del XX secolo, scuotendo istituzioni, trasformando culture, creando ricchezza e causando povertà, suscitando avidità, innovazione e speranze, imponendo al contempo duri sacrifici e seminando disperazione. Comunque lo si giudichi, è certamente un mondo nuovo”
(Manuel Castells, Il potere delle identità, EGEA Università Bocconi Editori, 2003, pp. 1)
Ogni epoca della cultura umana è stata contrassegnata da un materiale usato per costruire gli attrezzi essenziali (la pietra, il bronzo, il ferro) poi gli attrezzi hanno lasciato il posto all’energia (il vapore, l’elettricità, l’atomo). Oggi si nominano energie astratte, intangibili, la conoscenza, i simboli, i dati. Ancora Castells:
“Il nuovo potere è nei codici di informazione e nelle immagini di rappresentazione intorno a cui le società organizzano le proprie istituzioni e le persone costruiscono le proprie vite e determinano i propri comportamenti. I luoghi di questo potere sono le menti delle persone.”
(Manuel Castells, Il potere delle identità, EGEA Università Bocconi Editori, 2003, pp. 395)
Knowledge workers
Identità e simboli determinano, ed hanno sempre determinato, comportamenti e scelte. All’interno della Società della Conoscenza, un prodotto dell’Era dell’Informazione, agiscono i lavoratori della conoscenza. Proviamo a definirli.
Estraendo teoria dalla prassi (non verbis sed rebus) conviene ascoltare cosa accade ad esempio in casa Microsoft per capire da che parte sta andando il modo di lavorare del prossimo futuro. La suite Office è il modello archetipale del lavoro in rete. Ambiente a finestre multiple, dotato di ogni possibile funzione di calcolo ed elaborazione dati, di connessione tra i vari ambienti e di facilità di trasferire il proprio lavoro in rete, questo modello ha di fatto creato uno standard anche nel settore dell’open source. La suite OpenOffice (gratuita, rispetto alla costosa suite di Microsoft) è altrettanto valida della concorrente, anche se non così evoluta per il momento, ma in grado di far lavorare un PMI senza troppi problemi, dalle lettere commerciali all’immagine alle fatture e ai bilanci.
E ancora. Nei prossimi due anni, entro il 2005, il mondo dei computer sarà di nuovo investito da un grande cambiamento: il wi-fi da un lato (connessione via radio pervasiva in ogni ambiente, dalle metropolitane agli aeroporti ai McDonalds) e i nuovi software non solo Microsoft dall’altro stanno costringendo l’industria a produrre macchine portatili potenti e interconnesse. Dai telefoni cellulari ai palmari fino ai tablet-pc, ossia computer portatili sui quali sarà possibile scrivere direttamente a penna sullo schermo sensibile.
Perché accade questo? La tecnica, direbbe un filosofo, non ha anima. Ma possiede logica. E’, anzi, la più potente espressione della logica. In altre parole, è la più potente prassia della mente umana, la macchina logica per eccellenza. La tecnica obbedisce, spesso inconsciamente, ai bisogni più necessari anche se oscuri dell’uomo, e questo vale anche per le sue espressioni più crudeli ed assurde, come nel settore degli armamenti. L’istinto aggressivo è nell’uomo, non nella tecnica. Quindi, le aziende interpretano tecnicamente i bisogni dell’uomo. Ed oggi la società che abbiamo costruito ci vuole tutti liberi ma sempre collegati, tutti qui ma anche altrove, in una individualizzazione contrappuntata da legami elettronici, in una permanente “simulazione di prossimità” (Paul Virilio).
Mediante questa simulazione, in ogni caso, si possono fare molte cose: parlare con gli amici, condividere esperienze, commettere crimini, produrre cose, creare lavoro, idee, affari, arte. Microsoft, nelle parole dei suoi massimi dirigenti, ha un obiettivo nei prossimi anni: liberare l’uomo dalla sottomissione al lavoro così come lo conosciamo. E non solo quello fordista ormai alle nostre spalle, perlomeno nelle isole più avanzate del capitalismo mondiale, ma anche da quello in Rete così come è oggi. Ed arriviamo dunque al punto.
Il lavoro in Rete di oggi è più o meno una goffa replica del lavoro fordista di un tempo. Si svolge comunque fisicamente in un rapporto uomo-macchina, in una parcellizzazione del lavoro totale da svolgere, in una dialettica continua tra il dover far e il voler essere, il realizzarsi. Di fatto, un moderno call center è la replica, con i 100 o 500 punti di ascolto dotati di uomo e di macchina interfacciati, di una catena di montaggio d’altri tempi. Solo che qui si processano informazioni e non parti di automobile. E’ certamente mutato l’asse di scambio delle direttive e delle responsabilità. Da verticale (dirigenziale, verticistico, piramidale, burocratico) ad orizzontale (lavoro in team, distribuzione dei compiti, assunzione di responsabilità, lavoro a progetto, coinvolgimento). Ciò che non è cambiato è lo stretto rapporto inverso, forse ancora più stretto, tra necessità e destino. Ovvero, tra bisogno e felicità. In altre parole, la flessibilità e la dinamicità dei nuovi ambienti di lavoro non realizza le promesse fatte in termini di autorealizzazione del singolo, semplicemente migliora le prestazioni dei singoli e quindi delle aziende.
Il progetto Microsoft, specificamente progettato per i knowledge worker o, più genericamente, information worker, prevede che il compito maggiore di “fare lavoro” sia trasferito non più alle macchine (come nella vecchia modernità cibernetica, dove le macchine sostituivano l’uomo quantitativamente, per esempio con la bruta potenza di calcolo dei processori) ma al software, che nacque per replicare le funzioni della mente. Ora, nella visione della multinazionale statunitense, nelle parole di dirigenti come Reikes, responsabile della linea Office, questo significa che i software devono lavorare al posto dell’uomo, anticipando i suoi bisogni e le sue attese. Già il consorzio W3C, che governa gli assetti tecnologici del web, aveva lanciato il progetto del web semantico ora in sviluppo. Microsoft si allinea, ed il mondo Linux è da sempre favorevole (la suite OpenOffice, ad esempio, può salvare ogni programma in formato XML, la superlingua del web semantico immaginato da Tim Berners Lee del W3C). Il web semantico è una sorta di internet autocosciente, sulle cui autostrade viaggeranno metadati non trattati dall’uomo ma gestiti da software intelligenti in grado di prendere decisioni per nostro conto, fornendoci informazioni e dati di cui loro sanno che noi abbiamo bisogno. All’interno di Office, la Microsoft sta realizzando tutto questo.
I nostri knowledge worker dovranno lavorare in questo mondo presente-futuro. Cosa significherà in termini pratici? Rinunciare, per esempio, all’uso dell’intelligenza, così come nell’Età Industriale gli operai avevano lentamente ceduto l’uso dei muscoli ai più forti, continui ed infaticabili robot? Certamente non sarà così, ma qualcosa di molto prossimo. Più che sostituire le nuove tecnologie integrano e mediano. Nei fatti, liberano l’uomo da molte noie, come prendere decisioni continuamente, come cercare continuamente informazioni, come ricordarsi tutto e, soprattutto, ricordarselo nel momento in cui è utile ricordare.
Il knowledge worker dovrà gestire i processi software che processano conoscenza (ossia, dati elaborati e metadati organizzati). Per poterlo fare dovrà avere una forte preparazione integrata tra sguardo tecnico e visione umanistica. Soprattutto se non sarà soltanto una funzione terminale di un processo semiautomatico ma se sarà, all’interno di un’azienda o di un team a progetto, in uno snodo cruciale tra informazioni e decisioni. E, ancora di più, se sarà un professionista o un piccolo imprenditore.
Processare conoscenza è il destino dell’uomo. Anche il lavoro è sempre stato un esercizio di conoscenza con una forte dose di applicazione tecnica, sia in agricoltura che in artigianato, e ciò è proseguito fino all’industria moderna. Nell’Età dell’informazione, dove i processi di conoscenza avvengono in Rete, il lavoratore della conoscenza deve gestirne i flussi, interpretarne il senso, usarne la parte che gli è utile. E tutto questo nell’ambito di un progetto che abbia senso per il suo lavoro, per la sua vita, e in ultima istanza per la comunità di cui è parte.
Una definizione ci può aiutare. “Il patrimonio delle imprese nella società della conoscenza è la somma dei patrimoni individuali di coloro che ci lavorano” (Franco Patini, vicepresidente FederComin, rivista Federcomin, dicembre 2002, pag.80).
Definizione icastica ma travolgente. Mette a nudo il vero problema della trasformazione del lavoro oggi. Le aziende sanno che nei database centrali dell’organizzazione le conoscenze acquisite dai singoli formano il vero patrimonio conoscitivo aziendale. Il vero senso della qualità delle proprie Risorse Umane è in questo. Il successo di Microsoft, Dell, Toshiba, Toyota, i grandi casi industriali degli ultimi anni, raccontano proprio questa storia, l’organizzazione che apprende condividendo conoscenza dei singoli. Solo se l’azienda mette a frutto queste conoscenze (figlie di una filiera che parte dalle informazioni, attraversa le competenze e finisce alle conoscenze, suggerisce sempre Patini) sopravvive sul mercato in rete. Il formare risorse, l’aggiornare le competenze punta sempre comunque a creare database di conoscenza. Ma l’infedeltà professionale oggi è elevatissima, e quante aziende, come le squadre di calcio, si contendono manager ad ogni livello? E quante stanno riducendo gli investimenti verticali per promuovere quelli orizzontali, meno skill concentrato, più skill diffuso? Se l’impresa, come tutto il sistema occidentale postindustriale, tende a diventare leggera, liquida, invisibile, acentrica, e se ogni individuo tende ad essere sempre più soggetto di compiti piuttosto che soggetto di diritti, e quindi è spinto ad investire su di sé e non più sull’impresa, sulla famiglia, sulla comunità, come potrà mai formarsi un database aziendale?
Sono domande che spingono verso l’estremo limite del ragionamento che stiamo sviluppando. Il compito dei
knowledge workers, in genere di istruzione elevata, è proprio quello di creare conoscenza intercettando informazioni e processandole con le proprie competenze. Essi sono collocati nei settori di frontiera (informatica, telecomunicazioni, biotecnologie, industria del software educativo e dello spettacolo) e nel mondo tendono ormai a coprire il 30% della forza lavoro totale. E’ un terziario molto avanzato, ormai superiore anche numericamente alla forza lavoro meno qualificata e che difficilmente potrà essere organizzato in strutture sindacali o di parte. Individualizzato e spinto a lavorare come un professionista anche se dipendente, il KW detta una sorta di schema lavorativo presente-futuro. Conoscenze, livello culturale, competenze relazionali, decisionali, autonomia, saper gestire le crisi ed i cambiamenti. Questo è ormai il profilo di inclusione o di esclusione da questa categoria.
Economia della conoscenza
La società della conoscenza è sempre di più una economia della conoscenza, ed i dati raccolti dal Censis nel 36° Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese 2002 ci forniscono ulteriori elementi.
A pagina 183 del Rapporto, ad esempio, troviamo una schematica tabella di variazioni del lavoro dipendente, che riporta il processo come elenco di coppie polari:
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Il lavoro che cambia
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sede di lavoro
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dalla presenza assidua al lavoro a distanza
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tempo di lavoro
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da contrattuale a modulare
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retribuzione
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da fissa a variabile
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contenuti del lavoro svolto
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da standardizzabili ad adattabili
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crescita professionale/carriera
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dall’anzianità all’investimento in competenze
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organizzazione del lavoro
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dalla impostazione gerarchica al team work
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fonte: Rapporto Censis 2002
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La colonna di destra, con le sue divaricazioni oppositive, elenca il movimento concettuale e pratico che ha toccato i luoghi simbolici del rapporto di lavoro come lo avevamo sempre conosciuto (il posto, l’orario, lo stipendio, ecc.). E’ una sintetica descrizione di quello che è avvenuto e continua ad avvenire. Con i contratti flessibili negli ultimi tre anni sono stati creati due milioni di nuovi posti di lavoro. La flessibilità, soprattutto alla luce dei recenti Patti sul lavoro e le Leggi Delega (la cosiddetta Riforma Biagi, 2003) sarà sempre più la regola nel nuovo scenario del lavoro, e questo sarà sempre di più uno scenario europeo.
Il rischio più elevato, come vedremo ora, lo corre chi non cresce, non migliora le competenze, non aggiorna il proprio sapere, e non ha il titolo di studio adatto. I laureati in Italia non crescono al ritmo necessario a reggere la concorrenza degli altri grandi paesi in competizione, e i diplomati incontrano maggiori difficoltà di un tempo ad entrare in posti chiave perché risultano sotto-formati. Al di sotto di questa soglia culturale la precarietà, la sotto-occupazione e la disoccupazione possono risultare endemici nella vita di una persona.
studiare e lavorare: alcuni dati
Dal rapporto Censis, che cita dati OCSE 2002, risulta che in Italia, nella classe di età 30-44 anni, chi ha una laurea guadagna in media il 26% in più di chi ha il titolo di scuola superiore. E chi non ha questo titolo guadagna solo il 58% della retribuzione di un diplomato di scuola superiore. Questa divaricazione fluttua in altri paesi: molta differenza tra laureati e non laureati esiste in USA (70%), Francia (50%) e Regno Unito (60%). Si tratta di sistemi industriali con forti connotazioni specialistiche e molto competitivi, e quindi molto selettivi e richiedenti in termini di competenze. Questa potrebbe essere una chiave di lettura dell’attuale declino di competività dell’Italia nel settore industriale.
Un interessante parametro di giudizio, quello del rendimento economico dell’investimento in istruzione sia sul piano personale che collettivo, viene elaborato dal Censis su dati OCSE 2002. Citiamo dal rapporto Censis:
“Il concetto di rendimento qui utilizzato risulta del tutto omogeneo rispetto a quello che viene abitualmente utilizzato per il ritorno di un investimento finanziario. Dai guadagni ottenuti dal singolo individuo nell’aver frequentato un anno aggiuntivo di istruzione si detraggono i costi e i mancati introiti in termini di reddito che l’impegno formativo comporta. A questo calcolo su base individuale si può affiancare un calcolo su base collettiva, dove a fronte dei benefici sociali che si ottengono dall’investimento in capitale umano di devono contrapporre i costi del mantenimento del sistema di istruzione pubblica.
Secondo la metodologia utilizzata dall’agenzia internazionale il rendimento annuale di un individuo maschio nel periodo 1999-2000 iscritto alla scuola superiore è risultato in Italia pari all’11,1%; in Francia allo stesso modo è stato calcolato un rendimento del 14,8% (19,2% per una donna), in Germania del 10,8% (6,9% nel caso di una donna), nel Regno Unito del 15,1%, in Svezia del 6,4% e negli Stati Uniti del 16,4% (11,8% nel caso della componente femminile).
Nello stesso periodo di tempo, ma riferito ad individui impegnati nel ciclo universitario, il rendimento per i maschi in Italia risulta pari al 6,5%, mentre raggiunge il 12,2% in Francia ed addirittura il 17,3% nel Regno Unito.
Dal punto di vista collettivo le cose solo in parte cambiano. Sia nel caso della scuola secondaria, sia nel caso del ciclo universitario, il rendimento si riduce tendenzialmente nella maggior parte dei paesi osservati, ma resta comunque elevato in particolare per ciò che riguarda la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti. L’Italia e la Germania presentano invece il rendimento sociale più contenuto”
(Censis, 36° Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese 2002, pp. 126-127)
In altri termini, le migliori prestazioni sia individuali che di sistema sono realizzate nei paesi che hanno anche le migliori prestazioni industriali nell’attuale congiuntura. Un dato su cui riflettere, senza dubbio.
una sintesi interrogativa
Lasciando questo capitolo dedicato ai KW, conviene riflettere sul sistema che in tutta Europa stiamo costruendo, ossia quello del lifelong learning e sulla formazione nella società della conoscenza, utilizzando ancora una volta la sobria ed autorevole voce del Censis che nel suo Rapporto 2002 così argomenta:
“C’è anche da chiedersi se, nel campo della formazione delle risorse umane e dello sviluppo della conoscenza, possa persistere unicamente una logica di scelta e programmazione legata a meri criteri economici; o comunque se è vero che la logica economica è il vero software che lega i diversi linguaggi delle scelte politiche, sociali e culturali, occorrerebbe mettere in evidenza i vantaggi economici duraturi di investimenti importanti sia per gli individui (che ad esempio possono ottenere retribuzioni più elevate se dispongono di titoli di studio superiori) che per la collettività (dove i benefici sociali superano senza esclusione i costi che la collettività sostiene per mettere in atto processi formativi e di accumulazione del sapere).
Da quanto detto sopra si arriva al punto focale della riflessione. Ci sono interventi di lungo periodo che necessitano comunque di mezzi ingenti e che il privato difficilmente riesce a sostenere. Solo il pubblico sulla carta può, attraverso la fiscalità generale, finanziare programmi importanti di ricerca e riforme efficaci e tali da rifondare i processi formativi del paese. Il problema diventa quindi quello di rendere meno vincolanti i condizionamenti economici che impongono scelte di basso profilo, ma non solo: occorre infatti ricreare luoghi e funzioni che acquistino ruolo istituzionale nuovo e siano dunque in grado di imporre, grazie alla credibilità acquisita, una diversa lettura delle occasioni di benessere della collettività”
(Censis, 36° Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese 2002, pp. 89)
In un mondo futuro ideale le preoccupazioni espresse riguardo al predominio della valutazione economica su quella etica non dovrebbero nemmeno esistere, in quanto l’armonia delle scelte educative, lavorative e politiche coesisterebbero in modo spontaneo e trasparente. Nel mondo della modernità autocosciente, realizzata ed in via di digitalizzazione, la riflessione è certamente necessaria. L’interfacciamento uomo-macchina potrebbe assumere forme di parossismo o di indifferenza: in entrambi i casi sarebbe una sconfitta per gli educatori, e per le nostre società.
Riferimenti
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