La risposta all’inquinamento? Il telelavoro
La risposta all’inquinamento? Il telelavoro
Ogni anno, puntualmente, con l’arrivo dell’inverno, scatta l’emergenza inquinamento. La brutta stagione, si sa, spinge le persone ad usare di più le auto private per recarsi in ufficio e sui posti di lavoro e costringe alla prolungata accensione dei riscaldamenti. Aumentano le emissioni di gas e polveri inquinanti, le centraline di monitoraggio (dove esistono e funzionano), come sottomarini attaccati, accendono le luci rosse ed iniziano ad inviare disperati S.O.S. Parte quindi il circo mediatico: TV e stampa riservano grande attenzione all’argomento e iniziano gli accorati appelli di sindaci e “governatori” che, non sapendo che pesci pigliare, parlano molto e consigliano rimedi tanto stravaganti quanto inutili.
Si va dal blocco del traffico, che alcuni vorrebbero totale e altri parziale, chi basato sull’alternanza dei giorni e chi sulla matematica delle targhe, chi dalle 8 alle 20 e chi dalle 10 alle 17 (così, chi va in ufficio può continuare ad inquinare senza rischiare multe di sorta). Altri, che possiamo definire “strutturalisti”, azzardano soluzioni definitive, corredate dall’improbabile promessa di costruire nuove linee di metropolitana e nuovi mega parcheggi. Soluzioni forse utili (sinceramente sull’utilità dei parcheggi al fine di ridurre il pendolarismo abbiamo alcuni dubbi), anche se con un piccolo difetto: richiedono anni per essere attuate, e non è detto che saremo ancora vivi per vederle realizzate. E intanto se avete un figlio in tenera età? Anche qui i consigli si sprecano: usate una carrozzina alta, anzi altissima, così che stia fuori della portata dei tubi di scappamento. Ne avete due? Teneteli a casa a giocare, che ai giardinetti rischiano l’intossicazione. E soprattutto non camminate troppo velocemente in luogo aperto: i polmoni pompano più aria, e quindi ci avveleniamo più rapidamente.
Ogni anno scopriamo con irritazione che, nonostante gli allarmi della stagione precedente, la situazione non è cambiata. Anzi peggiora e l’unica via d’uscita è la speranza che un po’ di sana e naturale pioggia possa pulire l’aria, facendo cadere le polveri inquinanti al suolo (ma poi, che destino avranno? Probabilmente, anziché respirarle, le assumeremo per via orale).
Insomma, alla fin fine ci troviamo, in pieno terzo millennio, a sperare solo nella fortuna, incapaci davvero di contrastare con misure efficaci l’inquinamento che ci avvelena. Eppure un modo di uscire dall’impasse lo abbiamo anche se non ce ne rendiamo conto.
Una risposta all’inquinamento è il telelavoro, cioè la possibilità, data dalle tecnologie informatiche e da Internet, di lavorare da casa anziché recarsi in ufficio tutte le mattine. Questa sarebbe una risposta davvero strutturale, seria e rapida da implementare. E che garantisce risultati. A titolo di esempio basti dire che uno studio del Dipartimento USA dei Trasporti, nel valutare l’impatto ambientale della “Legge sull’aria pulita” adottata dalla contea di Los Angeles nel 1990, pronosticava una riduzione dell’inquinamento, grazie al moderato incremento del telelavoro permesso dalla legge, pari a circa il 3% annuo. Non sembra un caso che, nel 2002, Los Angeles sia stata la città meno inquinata d’America. E in Italia? Una ricerca svolta su circa 200 telelavoratori del servizio Info12 di Telecom Italia ha fornito risultati ancor più confortanti: in un anno di lavoro da casa la riduzione del pendolarismo ha portato ad una minore emissione di oltre 17.000 kg di ossido di carbonio e 205 kg di biossido di azoto.
Il ruolo che gioca il telelavoro nella difesa dell’ecosistema è quindi inoppugnabile: basti dire che se un milione di persone potesse telelavorare da casa per un solo giorno a settimana le emissioni di monossidi nell’aria si ridurrebbero di circa 100 milioni di Kg/anno.
Ma, si dirà, quanti possono davvero far ricorso al telelavoro? Tantissimi. In Italia oltre il 50% di chi lavora usa esclusivamente un computer e un telefono, cioè attrezzature tanto fantascientifiche che le si trova in moltissime abitazioni. Il 40% delle case è collegata ad Internet, mentre praticamente tutte le aziende sopra i 3 dipendenti possono ricevere e trasmettere email. I telefoni cellulari sono nelle tasche di tutte le persone in età lavorativa, mentre i sistemi operativi più diffusi per i personal computer dispongono di programmi per la posta, per il trasferimento di documenti e file, addirittura per videotelefonare.
Nulla osta al telelavoro, quindi, almeno sotto il profilo tecnologico: con gli strumenti di cui disponiamo potremmo andare in ufficio una volta al mese, ed esclusivamente per farci due chiacchiere “dal vivo” con i colleghi. E in fin dei conti, grazie ai cellulari, tutti telelavoriamo almeno un poco, ma purtroppo solo in aggiunta alle otto o nove ore di presenza in ufficio. Quindi molto osta sotto il profilo culturale. La stragrande maggioranza delle aziende, innovative solo quando si parla di quello che dovrebbero fare gli altri, difficilmente prendono in considerazione il telelavoro, cioè la sostituzione della presenza in azienda con l’attività svolta telematicamente da casa, come una nuova e possibile modalità organizzativa. La gestione del personale sembra rimasta, da questo punto di vista, alle logiche che ispiravano, nel 1920, la catena di montaggio di Henry Ford. Quell’organizzazione, naturalmente, aveva un motivo di essere: la tecnologia dell’epoca richiedeva che, al momento in cui si accendevano le macchine, tutti gli operai fossero presenti sul posto di lavoro, in quanto le loro operazioni erano rigidamente sequenziali. Oggi tutti gli imprenditori chiedono ai dipendenti soprattutto flessibilità e inventiva, ma poi preferiscono continuare a costruire enormi casermoni ove far lavorare (e nelle peggiori condizioni: altrimenti come spiegare che la produttività di chi lavora da casa è sempre più alta di quella che si ha in ufficio?) i propri dipendenti. Dei quali, evidentemente, si vuole più la presenza fisica che l’intelligenza. Proprio come diceva il vecchio Ford.
Per spiegare il telelavoro a imprenditori e decision makers è stato fatto di tutti: convegni, seminari, lezioni, progetti sperimentali. Sono stati spesi milioni di Euro e migliaia di giornate di lavoro. Con risultati davvero insignificanti, in quanto non c’e’ peggior sordo di chi non vuole sentire. Ora basta. Ricorrere al telelavoro è diventata una questione di sopravvivenza della nostra specie e quindi va incentivato, ma, come avviene in altri Paesi, anche imposto, con un mix di premi per le aziende che ricorrono al telelavoro e di multe per quelle che, pur potendo, lo snobbano. Dobbiamo far ritornare l’aria respirabile, a qualsiasi costo. Sindaci, Governatori, Ministri, dimostrateci di che pasta siete fatti e, accanto ai blocchi della circolazione, imponete il telelavoro, solo per un giorno alla settimana, alle aziende del vostro territorio. Vedrete che alla fine vi ringrazieranno.