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Il lavoro che cambia: dal telelavoratore al networker

Il lavoro che cambia: dal telelavoratore al networker

di PATRIZIO DI NICOLA (18 04 2005)

Prima della rivoluzione di Internet – o almeno della sua scoperta da parte delle imprese, avvenuta a partire dal 1995 - chi parlava di telelavoro veniva visto come un inguaribile futurologo; oggi rischia invece di trovarsi iscritto nella schiera dei conservatori. [1] 

La Commissione Europea, che sin dal rapporto Bangemann del 1994 promuove il telelavoro (Bangemann M. et al., 1994), si spinge oltre: ora parla di e-Work, ovvero lavoro che si svolge, con nuove metodologie operative, sulle reti di comunicazioni. Sia che si parli di telelavoro, di lavoro elettronico, di lavoro telematico o di lavoro in rete, le nuove tecnologie e l'economia cablata globale aprono nuove prospettive d'impiego e di organizzazione per le imprese: basti pensare che i telelavoratori, nel nostro continente, erano appena un milione nel 1994, e sono passati, dopo cinque anni, a oltre nove, mostrando tassi di crescita ben oltre l'espansione dell'occupazione complessiva. Va detto che è tutt'altro che semplice calcolare con attendibilità il numero delle persone che lavorano a distanza, se non altro per la difficoltà a definire chi siano i telelavoratori. Per i "puristi", infatti, il telelavoratore è un dipendente che svolge "la maggior parte del suo lavoro" da casa, contornato da attrezzature informatiche e telematiche che lo collegano con l'ufficio, ed è titolare di un apposito contratto di lavoro che stabilisce le principali modalità operative della prestazione da svolgere. Altri studiosi, tra cui chi scrive, ricordano che oggi il concetto di telelavoro è molto più lasco che non in passato: interessa non solo dipendenti, ma anche manager e lavoratori autonomi. I primi si collegano all'ufficio spesso durante i viaggi o nei week end, gli altri usano le tecnologie per mantenere migliori rapporti con i clienti o per attrezzare un Home Office meno dispendioso di un ufficio dedicato. La distribuzione del tempo di lavoro può essere molto variabile, nel senso che qualcuno utilizza il telelavoro pochi giorni al mese e altri quotidianamente, come nel caso di venditori e tecnici di assistenza che visitano periodicamente i clienti. Anche il criterio dell'esistenza di un apposito contratto di telelavoro stipulato tramite i sindacati può essere fuorviante allo scopo di stimare il numero dei telelavoratori. Infatti, se è scontato che esso esista nelle grandi organizzazioni e nella Pubblica Amministrazione, ove il rapporto di lavoro è più codificato, è davvero raro che lo stesso avvenga nelle piccole imprese più innovative, ove l'ufficio rappresenta a volte un importante punto di aggregazione per lo scambio di informazioni e di culture, ma i lavori sono poi svolti ovunque il dipendente preferisca, utilizzando una sorta di "telelavoro endemico". Sempre più frequente, poi, il caso di chi “si porta il lavoro a casa” grazie alle tecnologie, magari dopo aver passato le canoniche otto ore in ufficio.

Per avere un'idea del numero dei telelavoratori, in definitiva, non si può che affidarsi a indagini svolte da centri di ricerca, tenendo ben presente sia la metodologia sia la definizione di telelavoro che viene adottata in tali studi. Come ricorda Qvortrup (1997), misurare il telelavoro non è impossibile, ma è come "misurare la lunghezza di un elastico": tutto dipende da quanto esso è teso . Ai nostri scopi faremo riferimento alla ricerca condotta nel 1999 da Empirica, un ente di ricerca di Berlino, nell'ambito del progetto ECATT finanziato dalla DG INFOSOC della Commissione Europea [2] .

Lo studio è stato svolto tramite due distinte survey, una indirizzata ad un campione di popolazione residente in 10 stati europei (più la Svizzera), l'altra a un campione di dirigenti di aziende. I questionari sottoposti agli intervistati contenevano, rispettivamente, 100 domande (per la popolazione) e 70 (per i dirigenti d'impresa).

La definizione di telelavoro adottata dai ricercatori del progetto ECATT parte, concettualmente, dalla definizione dell’Ufficio Internazionale del Lavoro di Ginevra, che per telelavoro intende “qualunque forma di lavoro effettuata in luogo distante dall’ufficio centrale o dal centro di produzione e che implichi una nuova tecnologia che permetta la separazione e faciliti la comunicazione”.

I ricercatori, però, per scopi analitici, definirono diverse forme di telelavoro, distinguendo tra telelavoro domiciliare svolto abitualmente e il semplice "portarsi il lavoro a casa di tanto in tanto", tipico di molti manager e impiegati. Ciò da luogo ad una definizione complessa, che suddivide i telelavoratori in:

· Telelavoratori domiciliari (home based)

Sono lavoratori che anziché recarsi in ufficio lavorano da casa per almeno un giorno per settimana lavorativa , usano un personal computer per svolgere il lavoro e si tengono in contatto con colleghi e capi tramite un apparato di comunicazione (telefono, fax, ma sempre più spesso l’email). Possono essere sia lavoratori dipendenti sia autonomi, nel qual caso l'ufficio fisso preso a riferimento è quello del cliente.

A secondo del tempo di lavoro che spendono a casa si distinguono in telelavoratori permanenti (oltre il 90% della settimana lavorativa è passata a casa), ovvero alternati (meno del 90% del tempo, ma in ogni caso più di una giornata a settimana).

· Telelavoratori occasionali (od addizionali)

Hanno le stesse caratteristiche del gruppo precedente, ma svolgono telelavoro domiciliare per meno di un giorno alla settimana

· Telelavoratori mobili

Passano almeno 10 ore alla settimana fuori dall'ufficio (ad esempio in viaggi di affari, presso i clienti, ecc.) e in tale periodo rimangono collegati all'azienda tramite connessioni di rete con i computer.

· Lavoratori autonomi in uffici a casa (SOHO)

Sono lavoratori in proprio (sia titolari di proprie aziende sia sotto contratto di aziende più grandi) . Il loro posto di lavoro principale è la casa, o quantomeno essi non dichiarano di avere un posto di lavoro ad hoc al di fuori di essa, e fanno uso delle tecnologie ICT per comunicare con i clienti e i partner in affari.

· E-Workers o Net-Workers [3]

Occupati che usano la posta elettronica per comunicare in azienda e con contatti esterni all’impresa

Il risultato ottenuto dal Progetto Ecatt, date le metodologie e le definizioni appena indicate, è indicato nella tabella 1: nel 1999 i telelavoratori in Europa toccano i 9 milioni (per due terzi si tratta di telelavoratori abituali, per il resto di persone che utilizzano il telelavoro occasionalmente), pari al 6% della forza lavoro complessiva.

Tabella 1: I telelavoratori in Europa. Anno 1999

 

1) Telelavoratori a domicilio

2) Telelavoratori autonomi e  SoHo

3) Telelavoratori mobili

4) Sub totale colonne 1-3 esclusi i casi sovrapposti

5) Telelavoratori occasionali

TOTALE TELE-LAVORATORI (somma colonne 4 & 5)

‘000

% forze di lavoro

‘000

% forze di lavoro

‘000

% forze di lavoro

‘000

% forze di lavoro

‘000

% forze di lavoro

‘000

% forze di lavoro

Danimarca

121

4,54

37

1,38

56

2,08

176

6,58

104

3,90

280

10,48

Finlandia

142

6,71

47

2,24

55

2,61

229

10,80

126

5,96

355

16,77

Francia

272

1,23

45

0,20

182

0,82

499

2,25

136

0,61

635

2,87

Germania

538

1,53

536

1,52

520

1,47

1 562

4,43

570

1,61

2,132

6,04

Irlanda

14

1,01

8

0,56

4

0,31

26

1,88

35

2,56

61

4,44

Italia

315

1,57

90

0,45

270

1,35

584

2,92

135

0,67

720

3,59

Paesi Bassi

285

3,96

166

2,31

308

4,29

593

8,25

451

6,27

1 044

14,53

Spagna

162

1,28

32

0,26

65

0,51

259

2,04

97

0,77

357

2,81

Svezia

207

5,29

61

1,55

90

2,31

313

7,98

282

7,19

594

15,17

UK

630

2,37

234

0,88

550

2,07

1 273

4,78

754

2,83

2 027

7,62

Altre nazioni Europee

259

1,62

129

0,81

205

1,28

534

3,34

270

1,69

804

5,03

TOTALE EU

2 946

1,96

1 386

0,92

2 305

1,54

6 049

4,03

2 960

1,97

9 009

6,00

 

Fonte: Empirica, 1999

Circa le metà dei telelavoratori abituali operano da casa, mentre sono ben 2,3 milioni quelli che hanno un ufficio mobile, e possono pertanto lavorare da ogni luogo.  Il tasso di sovrapposizione è circa del 12%: sono pertanto 650.000 i telelavoratori censiti in più categorie, e che pertanto, pur dichiarando di avere un posto di lavoro a casa, all'occasione si armano di PC portatile e telefono cellulare e lavorano presso il cliente o quando sono fuori sede per un viaggio d'affari o di vacanza.

A questi vanno sommati altri tre milioni di telelavoratori occasionali, che usano le tecnologie per lavorare fuori dell'ufficio di tanto in tanto. Un fenomeno che non stupisce, se si pensa che almeno due terzi dei lavori svolti in Europa sono da considerare telelavorabili, poiché coinvolgono mansioni e metodi di lavoro che non richiedono la presenza assidua dell'interessato in ufficio .

Ma dal 1999 ad oggi sono passati sei anni: un’eternità, se si considera lo sviluppo delle tecnologie.  Quanti sono oggi i telelavoratori? E quanto sono antropologicamente diversi gli E-Workers dai tradizionali Home workers?

Anche qui ricorreremo ad una ricerca, svolta tra il 2001 e il 2003, BISER (Benchmarking the Information Society: e-Europe Indicators for European Regions) che aveva lo scopo di misurare il grado di sviluppo della Società dell’informazione nelle regioni Europee. Anche nell’ambito di BISER sono state svolte due surveys e, grazie alle metodologie e definizioni gia’ viste, i risultati sono direttamente comparabili con l’indagine precedentemente vista.

Va subito detto che, nel periodo trascorso tra le due ricerche, i telelavoratori domiciliari sono diventati l’8,4% della popolazione lavorativa (+ 6,4 punti), ovvero poco piu’ di 14 milioni di persone. Nello stesso tempo i telelavoratori mobili passano da 1,5% degli occupati al 4,4%. Quindi, in Europa, vi è un numero enorme di persone (11% delle forze di lavoro, circa 18,5 milioni di persone) che anziché recarsi tutte le mattine in ufficio rimangono a casa a lavorare, ovvero operano presso un cliente grazie alle tecnologie ICT.

Ma ancor di più sono gli E-Workers, coloro che nel lavoro utilizzano regolarmente la posta elettronica per comunicare con colleghi e con persone all’esterno dell’impresa e che, se l’impresa lo permettesse, potrebbero telelavorare regolarmente per una parte della loro giornata lavorativa. Questi telelavoratori potenziali costituiscono quasi il 38% degli occupati (63 milioni di Europei), e sono di gran lunga di più dei Knowledge Workers, che invece, in Europa, rappresentano solo il 31,5% degli occupati [4] .

Tabella 2: Net Workers e telelavoratori in alcune nazioni Europee. Anno 2003

Nazione

Lavoratori della conoscenza

Net-Worker

Telelavoratori Domiciliari

Telelavoratori mobili

Germania

28,6

46,2

12,4

4,6

Francia

36,3

34,3

3,0

3,0

Italia

28,0

29,8

5,5

3,8

UK

37,0

47,3

12,5

7,5

         

Media EU

31,5

37,5

8,4

4,4

         
         

Nota: Valori in % degli occupati

   

Fonte: Elaborazione P. Di Nicola su dati BISER [5]

 

Naturalmente queste percentuali sono molto diverse da una Nazione all’altra, ed addirittura da una regione all’altra, pur nell’ambito di una stessa nazione. La tabella che segue riporta, appunto, la percentuale delle diverse tipologie di telelavoratori e di Lavoratori della conoscenza in un campione di 28 regioni europee.

Tabella 3: Net Workers e telelavoratori in alcune Regioni Europee. Anno 2003

Regione

Nazione

Lavoratori della conoscenza

Net-Workers

TL domiciliari

TL

Mobili

Salzburg

AT

28

52

9

2

Liege

BE

40

35

7

4

Stuttgart

DE

27

53

12

7

Darmstadt

DE

36

56

21

5

Mecklenburg-Western Pomerania

DE

25

41

9

5

Braunschweig

DE

29

43

10

3

Magdeburg

DE

26

38

10

3

Fyn

DK

42

44

13

4

Castile-Leon

ES

23

18

2

1

Catalonia

ES

25

26

5

3

Central Finland

FI

35

40

10

5

Ile-de-France

FR

45

47

3

3

Nord/Pas-de-Calais

FR

32

34

5

4

Brittany

FR

32

29

1

2

Languedoc-Roussillon

FR

36

27

3

3

Central Macedonia

GR

20

2

3

0

Border, Midlands and Western

IE

23

31

9

3

Lombardy

IT

26

39

6

6

Tuscany

IT

24

31

5

1

Lazio

IT

33

27

6

7

Sicily

IT

29

22

5

1

Friesland

NL

34

39

9

5

Lisboa e Vale do Tejo

PT

26

38

7

6

Smaland and islands

SE

38

49

14

9

Tees Valley and Durham

UK

32

39

8

5

Greater Manchester

UK

36

46

11

4

Leicestershire, Rutland and Northants

UK

35

43

12

8

Berkshire, Bucks and Oxfordshire

UK

45

61

19

13

Nota: Valori in % degli occupati

Fonte: Elaborazione P. Di Nicola su dati BISER

Inutile dire che le diverse variabili si “tengono insieme” a vicenda. Non e’ casuale, infatti, che nelle aree ove maggiore e’ la presenza dei lavoratori della conoscenza, sono molto frequenti anche gli E-Workers e i telelavoratori domiciliari classici.

A riprova di quanto appena detto, valgano i due grafici seguenti, che mettono in relazione, nelle 28 regioni considerate, i Knowledge workers con, rispettivamente, E-workers e telelavoratori. Come si nota anche a prima vista, entrambe le rette di regressione sono positive, e ciò indica una forte dipendenza tra le variabili considerate.

Figure 1 e 2: Indici di correlazione

Correlazione Knowledge Workers Vs E-Workers in 28 Regioni d'Europa
Figura1: Indice di correlazione di Pearson = 0,56 significativo al livello 0,002
Correlazione Knowledge Workers Vs Telelavoratori in 28 Regioni d'Europa
Figura 2: Indice di correlazione di Pearson = 0,404 significativo al livello 0,05

Quanto detto, in definitiva, non può che confermare, ancora una volta, come l’ingresso delle nazioni nell’economia della conoscenza sia un processo che porta modificazioni profonde nelle forme del lavoro, e nella sua antropologia. Modifiche, va detto per chiarezza, che paiono del tutto auspicabili. Sin dal 2000, uno studio svolto da Empirica (Gareis K. e Korte W.B, 2000) ha messo in discussione molti dei luoghi comuni che si erano radicati attorno al telelavoro e all’E-Work.

Il primo luogo comune a cadere è stato quello della "segregazione di genere", secondo cui il lavoro a distanza, in particolare quello che si svolge a casa, sia appannaggio della forza lavoro femminile, costituendo così un potente strumento - a secondo di come lo si vede - di conciliazione del lavoro produttivo con quello riproduttivo, ovvero una nuova forma di servitù tecnologica per le donne. I risultati, invece, mostrano che a fronte di una forza lavoro composta complessivamente di uomini per il 53% (e di donne per il restante 47%), tra i telelavoratori europei i maschi sono la gran maggioranza, costituendo l'80% del totale. La distribuzione si riequilibra almeno in parte soltanto se prendiamo in considerazione i telelavoratori saltuari e gli E-Workers, tra i quali le donne rappresentano il 38%.

Un altro luogo comune attorno al telelavoro è quello che possiamo definire della "segregazione di ruolo". Chi sostiene tale posizione afferma che il telelavoro è particolarmente adatto a lavori di basso profilo e ripetitivi, come nel caso degli addetti ai call center, al data entry, ecc. In realtà i telelavoratori europei svolgono mansioni ben superiori a queste appena accennate. Nell'insieme degli occupati le qualifiche di scarso contenuto professionale sono svolte dal 23% dei lavoratori e quelle di media qualificazione interessano il 42%; tra chi lavora a distanza queste percentuali scendono, rispettivamente al 7% (qualifiche basse) e al 34% (qualifiche medie), mentre la maggioranza dei dipendenti in telelavoro, ben il 57%, svolge un'attività di alto contenuto professionale e l'88% di essi dichiara un'elevata preparazione professionale e un corrispondente titolo di studio.

Il terzo luogo comune che la ricerca contribuisce a far cadere riguarda la difficoltà a controllare la prestazione lavorativa dei lavoratori a distanza. In realtà sembra proprio di poter affermare che ciò non costituisca un vero ostacolo, ma semmai una "giustificazione" portata da direzioni del personale diffidenti verso i propri impiegati e tradizionaliste nella gestione della manodopera. Infatti, nonostante che le ore di lavoro eccedenti di solito non siano retribuite ai telelavoratori, questi dichiarano di svolgere giornate lavorative sensibilmente più lunghe dei loro colleghi in sede. Mentre tra i non telelavoratori l'orario lavorativo effettivo è uguale o minore di quello contrattuale nel 51% dei casi, tra i telelavoratori regolari tale situazione è tipica soltanto del 21% delle persone. Tutti gli altri dichiarano di lavorare più tempo del dovuto, e in particolare il 37% dei telelavoratori svolge da 11 a 20 ore in più, mentre il 13% addirittura supera le 20 ore di lavoro extra ogni settimana. Certo, questi risultati non dipendono soltanto dal telelavoro, ma vanno anche letti alla luce del fatto che ci troviamo davanti a una popolazione altamente scolarizzata, che ricopre incarichi di responsabilità o svolge attività altamente coinvolgenti. Per essi, in qualche misura, lavorare la sera o nei week end rappresenta un aspetto della quotidianità.

Per concludere, possiamo dire che, con l'avvento della Net Economy, le “questioni del lavoro” si sono molto rimescolate rispetto alla semplice distinzione tra “lavoratori in ufficio” e “telelavoratori” o tra lavoratori dipendenti e autonomi. Gli esperti si sono infatti accorti che, complice sia la struttura "snella" delle aziende che nascono per produrre e fornire servizi su Internet e per Internet, sia la dematerializzazione dei prodotti, il lavoro in molte nuove imprese era spesso telelavoro e, a volte, andava anche al di là del telelavoro, essendo diventato E-Work o lavoro in rete. E' il fenomeno, ancora in nuce, dell’impresa virtuale: una coorte di persone e mezzi produttivi tenuti insieme soltanto dall'esistenza di una rete aziendale che opera come una Internet in miniatura, fornendo servizi e spazi operativi a chi la popola.

A "bordo" dell'impresa telematica giunge una nuova figura di lavoratore, il "networker": ufficio virtuale, colleghi dispersi sul territorio, grande capacità di lavorare in team telematici, oscillante tra il lavoro dipendente e quello autonomo. Insomma un vero rompicapo per gli esperti e un problema per il diritto del lavoro, che stenta a stare dietro a innovazioni così rapide. Anche una sfida per i ricercatori che rischiano di scambiare tendenze emergenti per fenomeni maturi.

 


 

[1] Il presente articolo riprende, aggiorna ed espande alcuni concetti già affrontati in: P. Di Nicola, "I lavoratori della net economy tra dipendenza ed autonomia", in R. Fontana, B. Mazza, e-job. Guida la lavoro nella net economy, Guerini, Roma, 2001.

[2] I risultati della ricerca sono reperibili all’indirizzo internet www.ecatt.com

[3] Nel presente testo useremo come interscambiabili i termini E-workers e Net-workers. Va detto che la ripartizione sopra descritta crea alcuni problemi di sovrapposizione tra ideal-tipi. Si può infatti ricadere nella categoria dei telelavoratori mobili pur essendo titolari di un Home Business, o passare parte del proprio tempo lavorativo a casa e parte fuori casa, ma in luoghi diversi dall'ufficio di riferimento.

[4] Per la definizione di Knowledge workers adottata in questo articolo, si veda l’appendice.

[5] Il dataset completo della ricerca e’ disponibile all’indirizzo http://discuniroma1.it/biser/


Riferimenti

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Riferimenti bibliografici

· Bangemann M. et al., L'Europa e la società dell'informazione globale, Bruxelles, 1994

· De Masi D. (1999), Il futuro del lavoro, Laterza, Milano

· Federcomin, NetConsulting (2000), Net Economy e nuova occupazione, Roma, 20 aprile 2000

· Federcomin, IDC Italia (2001), Occupazione e formazione nella Net Economy, aprile 2001

· Gareis K. e Korte W.B. (2000), Telework in Europe, Status Quo and Potential, Good Practice and Bad Practice, in EC, Information Society Directorate General, e-Work 2000, settembre 2000, pag. 24-46

· Marvin, Carolyn (1994), Quando le vecchie tecnologie erano nuove, UTET, Torino

· Qvortrup L. (1997), "From Teleworking to Networking", in Jackson P.J. e Van der Wielen J.M. (a cura di), Teleworking: International Perspectives, Rutledge, London, Pagine 21-39

· Quinn, J B and Hilmer, F G (1995) Strategic Outsourcing The McKinsey Quarterly 1 p48-70

APPENDICE

Lavoratori della conoscenza: sono occupati in settori dei servizi considerati ad alta intensita' di conoscenza. Essi sono calcolati per estensione degli occupati nei settori NACE che seguono:

61 

TRASPORTI MARITTIMI E PER VIE D'ACQUA 

62 

TRASPORTI AEREI 

64 

POSTE E TELECOMUNICAZIONI 

65 

INTERMEDIAZIONE MONETARIA E FINANZIARIA (ESCLUSE LE ASSICURAZIONI E I FONDI PENSIONE)  

66 

ASSICURAZIONI E FONDI PENSIONE, ESCLUSE LE ASSICURAZIONI SOCIALI OBBLIGATORIE 

67 

ATTIVITÀ AUSILIARIE DELL'INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA E DELLE ASSICURAZIONI 

70 

ATTIVITÀ IMMOBILIARI 

71 

NOLEGGIO DI MACCHINARI E ATTREZZATURE SENZA OPERATORE E DI BENI PER USO PERSONALE E DOMESTICO 

72 

INFORMATICA E ATTIVITÀ CONNESSE 

73 

RICERCA E SVILUPPO 

74 

ATTIVITÀ DI SERVIZI ALLE IMPRESE 

80 

ISTRUZIONE 

85 

SANITÀ E ASSISTENZA SOCIALE 

92 

ATTIVITÀ RICREATIVE, CULTURALI E SPORTIVE