Fine e rinascita della televisione?
Fine e rinascita della televisione?

La crisi del modello generalista e l'avanzare della tv a pagamento
Si sente sempre più spesso affermare che la televisione è in crisi. È un’opinione diffusa fra il pubblico, lo affermano quasi tutti gli studiosi della comunicazione ed è una convinzione che si va diffondendo anche fra gli stessi operatori della televisione. Il calo del gradimento nei confronti dei programmi televisivi è un impietoso dato che si scolpisce lentamente, giorno dopo giorno, nella testa di coloro che vivono dentro e fuori dal mezzo televisivo. Programmi di bassa qualità, programmai culturali lasciati ai margini degli orari televisivi più appetibili a livello pubblicitario, esasperazione del pathos più elementare, gossip gratuito e di bassa lega, linguaggio sempre più spicciolo e poco pretenzioso.
Basterebbe però una fredda e distaccata analisi del fenomeno per dimostrare come il trend in picchiata del gradimento dei programmi non è affatto supportato da un altrettanto negativo trend degli ascolti. I dati statistici raccolti da Auditel dimostrano che l’ascolto medio complessivo del mezzo televisivo sta salendo anno dopo anno. Come giustificare un quadro così incoerente? Come conciliare l’aumento della fruizione televisiva con la discesa verticale del valore intellettuale dei suoi programmi? Quale è il rapporto fra consumo e qualità: l’aumento del consumo è un indicatore diretto della qualità oppure la qualità è inversamente rapportata al consumo? E poi chi decide cosa sia la qualità?
Una risposta semplicistica sarebbe quella di affermare che il pubblico dei telespettatori privilegia i programmi di basso livello e che quindi la tivù non fa altro che accontentare tale indicazione. D’altronde non è fra gli obblighi della televisione quello di farsi carico di una presunta emancipazione sociale del pubblico! La televisione, in particolare quella commerciale, deve rispondere solo al suo conto economico e non ha aspirazioni culturali. Un personaggio famoso della televisione affermò cinicamente che il suo obiettivo era quello di “passare alla cassa, e non alla storia”! Possiamo però ben dire che le cose non stanno in questo modo.
Innanzitutto è opportuno comprendere le motivazioni che spingono le imprese televisive ad “abbassare” la soglia di ingresso dei propri prodotti. Nella sociologia dei media il rapporto tra mezzi di comunicazione e società è ambivalente, ovvero riceve continuo apporto da entrambi gli attori dell’interazione, ed il risultato finale non può certo attribuirsi completamente ad uno soltanto dei due elementi. Ci si interroga spesso se sia la televisione a proporre modelli e valori accettati poi dal pubblico, o se sia quest’ultimo ad “imboccare” la tivù con i propri modelli e i propri valori. Ebbene, come in tutte le dissertazioni in cui c’è in ballo il fattore umano, la risposta è sempre o quasi nel mezzo. Secondo la stessa logica, appunto, le proposte di prodotti televisivi sono legate sia a fattori derivanti dall’osservazione della platea e dei suoi cambiamenti, sia da motivazioni legate a fattori interni all’impresa televisiva, quali il budget, gli obiettivi stagionali e il posizionamento.
In questo ultimo periodo la televisione generalista italiana ha lentamente dovuto modificare il tiro dei propri prodotti in funzione di una platea televisiva diversa, in mutamento. L’attuale fotografia dei fruitori televisivi nazionali vede un forte decremento dei giovani ( tra i 20 e i 30 anni) e un deciso aumento degli anziani. Sono questi ultimi ad aumentare il loro consumo televisivo quotidiano e ad alzare la media complessiva dell’ascolto. Inoltre la platea televisiva generalista si sta ammassando verso un grande gruppo sociale di medio-basso livello di istruzione e reddito, e gran parte del merito va alla pay tv, la quale funziona da “pompa” di aspirazione del pubblico ad alto reddito.
Dall’altra parte abbiamo le imprese televisive che hanno bisogno di programmare la propria linea editoriale con lo scopo di massimizzare il proprio investimento, ovvero ottenere il massimo ascolto possibile attraverso una spesa ragionata. Un ascolto importante può garantire alle imprese televisive un maggiore apporto di denaro da parte della pubblicità. Secondo questa logica, i broadcaster sono molto interessati all’osservazione della platea e alla sua comprensione, perché in questo modo riescono ad ottenere un quadro esauriente del target su cui “sparare” i propri prodotti, e in relazione al quale confezionarli.
Il cambiamento della platea televisiva, che vede oggi l’ascoltatore medio essere di sesso principalmente femminile, di età avanzata e posizionato geograficamente nell’area settentrionale del paese, se avvicinato ad altri fattori quali l’inasprimento del sistema concorrenziale tra i due maggiori poli televisivi ci dà la precisa ottica di quel che sta succedendo.
Il sistema così strutturato, impone ai due gruppi la rincorsa dell’ascoltatore attraverso strategie che puntano tutto, oltre che sulla rapidità della preparazione dei prodotti, anche sulla loro capacità di risultare appetibili per la maggior parte del pubblico. La rapidità spinge le imprese a mettere da parte l’aspetto creativo della dimensione aziendale per concentrarsi sull’acquisto sempre più massiccio di prodotti “pronti all’uso” quali format o fiction estere. Mentre la necessità di colpire più pubblico possibile, porta gli autori a proporre programmi dal gusto generalista, povero di contenuti intellettuali e dal linguaggio sostanzialmente universale.
Una piccola eccezione può configurarsi nel lavoro che la Rai tenta di svolgere, a metà tra quello di una impresa privata e di una statale, attraverso l’autoproduzione di fiction di interesse nazionale; ma è uno sforzo che non sembra alla lunga essere in grado di invertire il trend attestato della televisione generalista.
In conclusione, la necessità imprenditoriale di “fare cassa” e di rincorrere il pubblico, legata alle logiche della concorrenza e al cambiamento della platea televisiva, hanno portato pian piano la televisione generalista italiana verso un baratro dei contenuti dal quale sembra difficile uscire.
Volendo andare oltre, è possibile affermare con una certa sicurezza che il modello della televisione generalista, cioè quello massificato e gratuito col quale la generazione dei ventenni è cresciuta, sia destinato alla graduale emarginazione. L’avanzata della televisione a pagamento, la maggior presenza futura delle tecnologie informatiche che fagociteranno quei pochi giovani fruitori della televisione ancora rimasti, porteranno ad un calo qualitativo degli ascolti ( ovvero la platea sarà sempre meno composta da audience pubblicitariamente appetibile ) con un conseguente calo del valore della pubblicità. Meno valore vuol dire meno introiti per i broadcaster, il che si traduce in meno denaro da investire per la programmazione, e in prodotti meno attraenti. Questa spirale negativa non farà che autoalimentarsi sino a distruggere la televisione generalista, che sarà sempre meno seguita e sempre meno conveniente.
Non stiamo qui celebrando la “morte” della televisione, ma solo quella di un modello. Con il medesimo grado di sicurezza siamo convinti che il mezzo televisivo abbia davanti a sé un futuro raggiante, laddove riuscirà ad integrare la logica del digitale e di internet, il video-on-demand, e prodotti targettizzati di più alto valore culturale, fino a quando la gente sarà disposta a spendere denaro per poter accedere ad un tale servizio. Perché la gente ha ancora bisogno della televisione.
* L’articolo è frutto degli studi svolti durante il corso di Economia dell’Audiovisivo e del Multimediale tenuto dal prof. Francesco Devescovi.