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L’audience nella Neotv

L’audience nella Neotv

di LORENA CRISAFULLI (28 02 2007)

Quando la televisione "conta" il pubblico*

Nella società dell’informazione, dove i mezzi di comunicazione di massa sono l’indispensabile tramite della rappresentazione della realtà mediante la quale si costruiscono pensieri ed azioni che ricadono sulla stessa realtà modificandola, è legittimo chiedersi dove si approderà nel futuro. E’ una domanda particolarmente attuale stante le profonde modifiche che stanno scuotendo il sistema dei media e la televisione in particolare.
Da quando è entrata nelle nostre case, la tv ha suscitato molteplici polemiche insieme agli entusiasmi per le nuove possibilità di comunicazione ed informazione e risulta importante capire quale sia stato il suo impatto sul pubblico.


Il consumo televisivo è aumentato negli ultimi anni e l’Italia si colloca tra i primi paesi europei in quanto a teledipendenza, risulta dunque utile indagare in che modo si configuri questo consumo, se sia fattore di apertura o di chiusura alla conoscenza. Esistono vari gradi della qualità d’ascolto, poiché le televisioni accese non sempre hanno un pubblico attento di fronte. Dalla “telepassione” cioè la scelta mirata dove l’attenzione dei telespettatori è massima, alla “teletappezzeria” la tv di sottofondo che rassicura con la sua presenza mentre si fanno altre attività, alla “teletappabuchi” quella che si guarda quando non c’è niente di meglio da fare. Quale di queste è la nostra televisione, come si configura prevalentemente il consumo? Accompagna le nostre giornate facendone da sottofondo o piuttosto è diventata compagna di vita ed amica indispensabile?
Si dice che le persone soprattutto i giovani stiano troppo davanti alla tv sottraendo tempo allo studio e alla socializzazione, che i programmi che guardano siano poco educativi e che troppo spesso vengano lasciati da soli davanti allo schermo senza avere gli strumenti idonei a capire cosa sia giusto per loro, che in casa non ci siano delle regole che ne limitino il consumo e che anzi sia la “baby-sytter” preferita dai genitori. Luoghi comuni o realtà? La tv può davvero assurgere ad un ruolo educativo per i ragazzi?
Sebbene in molti concorderanno sull’idea che la televisione non debba istruire, in altrettanti saranno d’accordo sul fatto che il suo potere dirompente non possa esser sottovalutato in tutti i suoi effetti. Essa non è soltanto un soprammobile, per molte persone soprattutto bimbi ed anziani è compagnia, fonte di conoscenza e d’informazione.
Ripercorrendo a ritroso le tappe più importanti della storia della tv ci si accorge immediatamente di come il panorama televisivo sia profondamente mutato nel corso del tempo. L’offerta televisiva si è ampliata rispetto agli anni in cui era il monopolio pubblico a farla da padrone. Dagli anni ’70 ad oggi grazie alle varie riforme del sistema radiotelevisivo si è arrivati alla situazione attuale in cui sono proliferate le emittenti private, seppur minori rispetto alle “giganti” nazionali, per cercare di garantire maggior pluralismo e libertà d’informazione.
Alla “Paleotv”, la televisione del monopolio pubblico, tipicamente cerimoniale che mandava in onda soprattutto programmi informativi, culturali e d’intrattenimento, si è sostituita la “Neotv”, basata sulla concorrenza e la moltiplicazione dei networks, ma soprattutto su un modo del tutto diverso di fare informazione e televisione. Un modo basato essenzialmente sull’esasperazione della realtà, sulla sua spettacolarizzazione, su continui colpi di scena, scoop, su quanto insomma possa attirare l’attenzione del telespettatore senza fargli distogliere lo sguardo dallo schermo.
Scopo principale delle aziende televisive è quello di conquistarsi un’ampia fetta di pubblico, sottrarlo alla concorrenza per fidelizzarlo alle proprie reti, coinvolgerlo emotivamente e se il dazio da pagare è mandare in onda litigate, donne seminude e risse con illustri protagonisti, ebbene che sia pure. Ed è così che ogni giorno o quasi siamo indotti per volontà o per diletto ad assistere a scene che tutto hanno fuorché del buon costume. Tuttavia che tv “negativa” si traduca direttamente in assimilazione negativa, così come sosteneva la teoria ipodermica, non è ancora dimostrato ma che abbia comunque un’incidenza forte nelle vite di ognuno e possa far scaturire comportamenti degenerativi è senz’altro ipotizzabile.
Allora la mente ritorna nuovamente alla tv di un tempo, quella dei grandi artisti, dei programmi culturali e ci si chiede se non fosse migliore seppur “ingessata” quella televisione di allora rispetto all’odierna macchina d’ascolto. Ci chiede dove sia finita quella tv pedagogica che aveva il compito di tranquillizzare lo spettatore, di educarlo, d’informarlo su quanto accadeva e non d’incuriosirlo ed attirarlo a tutti i costi.
Al giorno d’oggi esiste ancora quel tipo di tv o la grande macchina televisiva, impresa a tutti gli effetti con lo scopo di fare profitti come le più classiche delle aziende, ha in qualche modo sovvertito la vecchia tendenza rendendosi un mezzo tutt’altro che educativo?
Tanti i fattori che hanno causato il passaggio da quella televisione alla nostra, tra questi senza dubbio l’importanza che ha assunto rispetto ad un tempo l’apparecchio in sé, prima prerogativa di pochi, i più facoltosi, e il meccanismo economico che ha innescato con la sua diffusione. La tv ha avviato un mercato con soggetti interessati, beni di scambio e un proprio giro dalle cifre esorbitanti. Sia che si tratti di servizio pubblico che di tv commerciale è ampio il mercato che gira attorno al sistema e se prima era lo stato insieme ai cittadini la sua principale risorsa, adesso con l’avvento delle tv commerciali e il conseguente ingresso della pubblicità nel settore le cose sono nettamente cambiate. Gli inserzionisti pagano i loro potenziali contatti e le aziende televisive per non perdere la loro principale fonte di guadagno devono far di tutto per conquistare il maggior numero di telespettatori.
Il principale obiettivo dunque della televisione è quello di fare ascolti, di conquistarsi una consistente fetta di pubblico perché ciò si traduca in maggiori contatti e potenziali consumatori degli spot pubblicitari. La concorrenza è spietata e bisogna cercare di contrastarla attraverso programmi che attirino i telespettatori dalla propria parte in maniera stabile, in modo da evitare lo zapping da una rete all’altra.
Il grande apparato televisivo si è innescato e il meccanismo economico ad esso soggiacente lo rende una vera e propria “macchina da guerra”. Non importa la qualità dei programmi, il tipo di trasmissioni mandate in onda, quel che conta è fare audience, questo l’imperativo categorico della “Neotv”.
E qui sorge spontanea la domanda se la qualità televisiva sia in contraddizione con la quantità dell’ascolto. Insomma che i programmi di qualità debbano giocoforza essere di nicchia, come ad esempio la rappresentazione di un’opera lirica, mentre i programmi di largo ascolto, come i reality, debbano per forza essere programmi scadenti. La risposta è decisamente negativa. Qualità non equivale a tipologia di programma o di altezza nelle gerarchie stabili del target: qualità significa “cura” e “capacità” nel costruire un programma e “rispetto” del telespettatore considerato come persona e non come consumatore da conquistare.
In questa rincorsa alla conquista con ogni mezzo dell’ascolto, un ruolo decisivo ha senza dubbio avuto l’Auditel, che ha consentito alle reti televisive di avere già all’indomani della messa in onda dei loro programmi la possibilità di verificare i dati d’ascolto. Dunque inevitabilmente l’aspetto qualitativo delle trasmissioni ha ceduto il passo a quello meramente quantitativo, relativo al numero degli spettatori. È dunque legittimo chiedersi quale ruolo abbiano assunto questi ultimi nell’incessante meccanismo televisivo che li vede destinatari di una tv ad hoc, si dice, “fatta per loro”.
Il pensiero corre al famoso film di Chaplin “Tempi moderni”, dove tutto è catena di montaggio e l’uomo diventa solo un ingranaggio tra tanti, pezzo indistinto di un meccanismo autosufficiente. Cosa è in grado di creare la tv, automi o menti pensanti?
Induce i telespettatori a ragionare o ad uniformarsi il più possibile alla massa di consumatori? In fondo se ci riflettiamo il fine della pubblicità è proprio quello di conquistare il maggior numero di clienti, uniti dall’acquisto di uno stesso prodotto e non di creare uomini distinti e distinguibili.
L’utente tv, nonché fruitore degli spot pubblicitari e potenziale acquirente, vale di più per gli inserzionisti pubblicitari in quanto individuo a sé o uomo-massa, secondo la definizione che ne diede Ortega y Gasset? La risposta è facilmente intuibile.
La pubblicità ha quindi preso il sopravvento e non solo le grandi aziende televisive sono costrette a sottostare al suo potere. Anche le emittenti minori devono la loro stessa sopravvivenza nel sistema alle sponsorizzazioni e per esse non meno delle reti nazionali risulta fondamentale fare audience.
Chissà cosa direbbe oggi il filosofo Popper che nel 1994 scrisse un breve saggio sui bambini e la tv in cui definì la televisione “cattiva maestra”, espressione che sintetizza chiaramente quale fosse la sua posizione in merito. Da tempo egli considerava questo medium di massa come un grave problema sociale, una specie di flagello paragonabile alla guerra e impegnatosi spesso in discussioni sull’argomento ne fece un piccolo grande caso. Nel suo saggio addebitava le cause di questa tv scadente alla rincorsa continua all’audience che fa perdere qualità ai programmi e alla concorrenza delle stazioni televisive. Tra le soluzioni da lui auspicate per ovviare ai presunti danni prodotti dal piccolo schermo, c’era il rilascio di una vera e propria “patente televisiva” dopo un apposito esame di selezione. Sorge allora spontaneo chiedersi se si sia arrivati davvero a questo punto, se sia davvero necessaria un’autoregolamentazione così forte da parte degli addetti ai lavori o se il pubblico sia in grado di compiere le proprie scelte ragionevolmente e in maniera autonoma senza alcun condizionamento.
La situazione attuale pare però allontanarsi sempre di più da questa direzione. L’esser bombardati quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti la tv, ha portato lo spettatore a diventare quasi assuefatto da tutto quanto venga trasmesso. Conseguenza inevitabile diventa allora una sorta di “tele-assuefazione”, in cui il pubblico non è più in grado di decidere cosa voglia davvero ed è inibito a tal punto da non scegliere più in maniera automa ma inconsapevolmente indotta.
La tv di oggi sconfina molte volte senza accorgersene nella più totale banalità e cosa ancor più grave nella volgarità, ma lo spettatore anziché sottrarsi ad essa n’è sempre più attratto tanto da voler diventare egli stesso protagonista del mezzo televisivo. Se tanti anni fa era necessario prepararsi adeguatamente e fare lunghe gavette per intraprendere la carriera televisiva, adesso basta partecipare al primo reality-show di successo per diventare “qualcuno”.
Ormai in televisione questo tipo di format spopola e tutti pensano di avere il diritto o addirittura il dovere di andare in video. Poco importa se sei attore affermato o lavoratore qualunque, donna-manager o impiegata svampita, l’importante è andare in onda, con qualsiasi mezzo in qualsiasi modo ma l’importante è esserci. Questa la legge del nuovo show-business, come gli americani preferirebbero definirlo, che vede migliaia di persone e personaggi “in cerca d’autore” fare provini per un posto al sole, per avere anche loro il proprio momento di gloria e se il prezzo da pagare è star nudi davanti a milioni di telespettatori o sbranarsi per l’ultima fetta di cocco rimasto, bene e così sia. Meglio 1 giorno da leoni o 100 da pecora? Verrebbe da chieder loro, di certo molti risponderebbero “100 da Grande Fratello” non realizzando che inconsapevolmente è per la seconda ipotesi che hanno optato. Sanno di diventare cavie, bersaglio ideale del più puro sadismo, eppure sono lì pronti ad incassare colpi dovunque in vista di un futuro forse migliore, forse solo meno mediocre. Così tra un’ospitata e l’altra e qualche pagina sui giornali scandalistici, ecco che quell’inesauribile senso d’insoddisfazione che spinge l’uomo non si sa verso cosa viene appagato e ciascuno di loro trova la propria ragion d’essere.
Tuttavia dove finirà la televisione se un quisque de populo può diventare il nuovo idolo delle teenagers ed essere acclamato come un mito vivente, pur non sapendo fare assolutamente nulla neanche per sbaglio? Dove finiremo noi in quanto società, se basta aver partecipato al Grande Fratello per scaldare gli animi e che fine faranno tutti quegli artisti che con anni di gavetta e di scuole di recitazione hanno cercato di conquistare la propria fetta di pubblico, se un “taricone” qualunque riuscirà a scavalcarli? È difficile trovare risposta a questi interrogativi, ciò che è certo è che se si proseguirà verso questa direzione e chiunque potrà fare ciò che meno gli compete indirizzando altri a fare altrettanto, la televisione proseguirà in quest’inarrestabile declino dei contenuti.
Soffermandosi invece sull’espressione “reality-show” ci si domanda se questo tipo di trasmissione mostri davvero la realtà come letteralmente indica o sia piuttosto un surrogato, peraltro pessimo, che cerca di convincere lo spettatore a credere a qualcosa che non esiste. Nella realtà non esiste un’enorme casa in cui si rinchiudono tot persone senza conoscersi spiati 24 ore su 24 da tutt’Italia, o meglio c’è ma solo in video. Nella realtà non si viene mandati in un’isola sperduta a contendersi il poco cibo rimasto e a litigare per qualunque banalità, nella realtà non c’è, in tv si. Per fortuna nella realtà non esiste neanche la sintetica e quantomai riduttiva ripartizione “Pupe e secchioni” come il famoso programma, che racchiude in sé un universo bipolare che esclude ogni forma di sfumatura esistente a livello reale. Nella realtà tutto questo non esiste, eppure questi programmi vengono ancora chiamati reality-show.
Tuttavia affinché queste riflessioni non diventino in qualche modo unidirezionali, dirette cioè a stigmatizzare solo questo tipo di trasmissioni, è bene sottolineare che quanto detto va riferito ad un modo generale di fare televisione subordinato all’audience, che ben si distacca dal prototipo della tv-qualità tramandatoci dalle generazioni televisive passate. Un ideale di tv in cui il “trash” veniva evitato e non ricercato con cura e accanimento.
L’unico frammento di passato che pare oggi esser riproposto si rifà ad una programmazione basata sul vecchio modello televisivo fatto di quiz e giochi a premi. Tuttavia la riproposizione di questi programmi in chiave moderna non ha attenuato l’indole qualitativamente scadente della tv generalista.
In questo scenario televisivo che parrebbe non offrire nulla di buono al pubblico, stanno diffondendosi le tv a pagamento che seppur limitate in termini d’ascolto a causa dell’onere dell’abbonamento offrono una programmazione più contenutistica che si rivolge ad un élite di telespettatori. Attualmente le pay-tv hanno un’incidenza relativa nell’intero sistema televisivo dominato dalla tv generalista, la quale non ha alcun interesse ad offrire un palinsesto qualitativamente competitivo perché tra i due tipi di tv non c’è alcuna competizione, prevale nettamente la prima. Ma il rischio allora non è quello di creare una televisione per “ricchi”, la pay, ed una per “poveri”, la tv generalista? La televisione non dovrebbe essere uno strumento “universale”, un mezzo di “massa” uguale per tutti?
Alla fine di questa lunga trattazione che ha cercato di metter in luce le cause che hanno portato la tv di oggi ad esser poco incline alla qualità della programmazione e più attenta ai numeri, ci si auspica che le cose in futuro possano cambiare, che in un clima quasi nostalgico possano esser riproposte trasmissioni di un certo tipo, forse anche le stesse che collocate oggi in fasce orarie poco seguite come la notte non vengono valorizzate. Tutto questo per far sì che anche quei programmi culturali, prerogativa di pochi eletti diventino di consumo collettivo e tutto il pubblico possa beneficiarne.

 

* L’articolo è frutto degli studi svolti durante il corso di “Economia dell’audiovisivo e del multimediale” tenuto dal prof. Francesco Devescovi


Riferimenti

Ortega y Gasset, La ribellione delle masse (1930)
K. R. Popper - J. Contry, Cattiva maestra televisione ( 1994)

Reality Show