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Paranoia

Paranoia

di TAMARA GUCCIARDI (17 10 2005)

Sin dal primo istante in cui apprese di non poter mai essere madre, la vita di Julia non fu più la stessa.
Orfana dei genitori dall’età di tredici anni, era cresciuta con la speranza di potere dare ai suoi figli tutto l’amore che le era mancato.
Ma quella tremenda notizia aveva sgretolato tutti i suoi sogni; l’aveva trafitta, disillusa, straziata, condannata. Solo Filippo, suo marito, al suo fianco. Forse poco; eppure quel poco era tutta la sua vita.

Filippo era un uomo forte. La consapevolezza  che forse nessuno l’avrebbe mai chiamato Papà l’aveva travolto ma mai l’aveva sopraffatto. Solo l’incapacità nel trasmettere a sua moglie quel suo ricercato senso di serenità, intristiva i suoi umori;
Era diverso tempo che, però, sembrava distaccato. Pareva distratto da interessi che, con cura, nascondeva e codificava. Era abile nel districarsi dal dover dare chiarimenti. Si limitava a giustificarsi dietro l’ombra ormai troppo labile del suo lavoro. Non mancava d’affetto ma spesso era come assente. Come abbagliato da qualcosa che non voleva condividere. Lunghe telefonate sussurrate in luoghi appartati; frequenti appuntamenti che difficilmente riusciva a mimetizzare davanti agli occhi di Julia.
Per lei, però, era come se tutto avesse già una logica spiegazione; i pensieri d’una subita infedeltà furono rapidi a radicarsi nella sua mente.
 Non erano più i minuti a colmare quelle ore perse nel vuoto; solo l’angoscia.
Una sensazione vitale e mortale, fatta di lacrime così intense di passione e compassione da poter intrattenere qualsiasi cuore a corto d’amore.
La tristezza d’animo, a volte, è rifugio per chi sente prossima la disfatta; è uno schermo pallido sul quale proiettare tutte le proprie insicurezze, le proprie ansie; la propria ambita disillusione.
Per Julia, torturare i propri sentimenti, talvolta, era come respirare; forse l’unica linfa in grado di mantenerla in vita.
Si sentiva sola, dimenticata. Ogni istante era fatto di pensieri taglienti come lame affilate; penetravano nella sua carne, nelle sue ossa. L’ossessione di poter essere abbandonata l’accompagnava in ogni angolo della sua mente. Le paranoie, come droghe potenti, erano ormai entrate in circolo. La svegliavano, la nutrivano, la stremavano e coloravano di nulla ogni suo sogno.
Si sentiva perseguitata; oppressa da un piano superiore avvolto d’ignoto che lentamente la dilaniava. Ma soffriva in silenzio. Non ci teneva a mostrare rancore neppure verso chi riteneva colpevole.
Quel suo sentirsi vittima era come se si auto-rigenerasse continuamente; fingeva la normalità col mondo mentre dentro, qualcosa la teneva in bilico sui suoi stessi equilibri.
Julia di tutto ciò non ne parlava mai. Si mostrava serena con tutti. Pareva aspettasse solamente il momento giusto per agire. Come fosse già certa di tutto e attendesse solo vendetta.
Un lunedì di Aprile il campanello della porta squillò esitante. Due tocchi d’una mano timida e incerta che dal timore sarebbe pur fuggita se non vincolata da un corpo così deciso nella propria titubanza. Un suono stridulo, stonato, agile che si sarebbe insinuato invadente anche nell’orecchio più distratto.
Julia corse verso il portone e si affrettò ad aprire, senza neppure domandare chi fosse.
- Buongiorno. – Sussurrò una voce colma d’imbarazzo. Le labbra s’erano mosse con fare così rapido e impacciato che sembrava non avessero mai parlato prima.
- Mi chiamo Roberto e mi sono appena trasferito nell’appartamento qui sopra. –
- E’ vero; Carlo, il portiere me ne ha parlato stamattina. Io mi chiamo Julia – Replicò  - Piacere di conoscerti. –
Carlo era un giovane impiegato appena trasferito a Milano dalla sua azienda. Proveniva da un piccolo paese del meridione. Una metropoli così immensa lo aveva disorientato ed era li come a implorare qualche istante di compagnia. Si percepiva dai suoi occhi che non intendeva infastidire o importunare nessuno. Era il suo volto dolce e arrossato dalla timidezza a testimoniare la sua buona fede.
-Prego entra pure – continuò Julia, come se avesse intuito quel senso di smarrimento che pervadeva il giovane.
Egli, non  con poca titubanza, accettò. Si accomodarono e in pochi attimi si ritrovarono intenti a conversare come se si conoscessero da tempo. Julia fece tante domande: si interessò della professione di Carlo, delle proprie origini, delle proprie passioni; forse si rese conto di quanto le fosse mancata un’ amicizia in quegli anni.
Si salutarono soddisfatti della nuova conoscenza; quasi sollevati dal fatto che la vita condominiale li avrebbe costretti a rivedersi spesso.
Julia raccontò ben poco a suo marito. Si limitò a informarlo del nuovo inquilino senza soffermarsi su alcun particolare: come se sentisse il bisogno di mantenere tutto celato dietro un velo d’intimità.
Nei giorni seguenti i due si incontrarono spesso. Lei adorava leggere: i libri la distraevano da quel continuo senso di smarrimento e depressione; era sua abitudine farlo nel tardo pomeriggio seduta su una panchina nel piccolo cortile del palazzo; lui, a sua volta, era solito tornare a piedi dal lavoro ed il percorso lo obbligava ad attraversare il cortile.
Mentre la timidezza, lenta, si sgretolava, Julia sentiva sempre di più il bisogno di ribellarsi a quella morente esistenza. Cominciarono, così, un morboso scambiò di confidenze che altro non faceva che avvicinarli e assimilarli in vortici comuni fatti di solitudine e segreta ricerca di voluttà.
Julia iniziava a sentirsi più felice. Finalmente, anche lei, aveva qualcosa da dover nascondere. Si rendeva conto che, forse, era questa la vendetta che l’avrebbe ripagata di tanta sofferenza.
Carlo da parte sua si lasciò trascinare. Aveva dinanzi una donna giovane, attraente, resa ancor più fascinosa da quell’anulare misto d’oro e carne.
I loro incontri cominciavano ad essere frequenti e programmati; studiati così attentamente che nessun sospetto tentò di sfiorare i pensieri di Filippo.
Julia aveva ottenuto la sua vendetta e nulla la rendeva più soddisfatta; il futuro non la preoccupava: ciò che aveva adesso era ciò che aveva desiderato. Aveva ripagato il destino con la stessa moneta e nulla l’appagava di più che sentire quell’inedito senso di crudeltà impossessarsi del suo corpo.
Era il 29 Maggio; il giorno del suo compleanno. Una giornata colorata di Primavera, perfetta cornice, per ciò che Filippo con tanta ansia e premura aveva preparato e atteso.
Balzò in casa con il volto dipinto d’impazienza; corse verso sua moglie, l’abbracciò: - Julia so di essere stato strano questo periodo. Mi rendo conto che da Natale mi sono preoccupato più d’altro che di te: ma era necessario. Non è stato facile tenertelo nascosto ma volevo che i tuoi trent’anni fossero speciali. Ho ottenuto l’affidamento di un bambino per tre mesi. Vivrà qui con noi,seguito da un assistente sociale. Con molte probabilità nel giro di poco tempo potremo ottenerne anche l’adozione. – Gli occhi di Filippo erano brillanti, radiosi. La sua voce arginava faticosamente l’emozione mentre le sue mani tremavano incessantemente.
Quelle parole esplosero fragorose dentro la mente di Julia. Si rese conto in un attimo di quanto male avesse generato, guidata dalla propria accecata coscienza. Il suo animo che, da giorni, sembrava essersi ricostituito e stabilizzato franò su se stesso. Scoppiò in lacrime che non erano di gioia, come credeva suo marito, bensì di pura disperazione.
Aveva dubitato dell’unica persona che davvero l’amava. L’aveva accusata, incolpata. L’aveva tradita. Corse via; salì rapidamente le scale mentre i capelli le s’incollavano sul viso bagnato di lacrime. Troppi sentimenti, troppe sensazioni, troppe angosce, troppi rimorsi. Quel vortice di voluttà che l’aveva stregata ora la risucchiava verso qualcosa di oscuro e necessario; verso qualcosa a cui la sua mente attribuiva la forma del nulla.
L’infedeltà: l’aveva temuta, maledetta. Se n’era creduta vittima.
Ma si rese conto che n’era stata solo artefice: con il suo corpo, con la sua mente, con il cuore.
Salì sul parapetto senza sorreggersi; guardò per un istante alle sue spalle: sentiva la voce di suo marito chiamarla; guardò in basso, vide il nulla, riconobbe la morte.
Lenta, si lasciò cadere nel vuoto.