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Il perdono di Mercedes

Il perdono di Mercedes

di ORNELLA QUARANTA (07 09 2005)

Scriptorium:osservatorio sul romanzo

 
 
La stanza era piccola e disordinata. Le finestre si affacciavano sulla città bruciata dal sole del pomeriggio messicano. Oltre al rumore del traffico si sentiva il ronzio continuo di un vecchio ventilatore ormai incapace di assolvere il suo compito. Le pareti giallo ocra rendevano il tutto ancora più opprimente. Una scrivania divideva i due uomini, entrambi sudati negli abiti pesanti che avevano indosso.
Avevano scambiato solo poche battute fino a quel momento. Il calvo fu il primo a parlare “Lei viene dalla Spagna, se non erro”. Prima di rispondere il suo interlocutore fece una lunga pausa, quasi a riorganizzare i pensieri, roventi e contorti, e poi disse:

“Sono di Madrid. Io e Mercedes vivevamo insieme, passavamo tutto il tempo insieme anche perché lei era la cantante del mio gruppo; facevamo le prove, poi serate in giro per i locali della zona. Per noi è sempre stata fondamentale, la voce femminile più calda e graffiante di tutta la Spagna.  Era la sua figura a portare avanti il gruppo; sapeva come prenderci, come dei maschi brontoloni che però la stavano a sentire.”.
Il calvo lo guardava con attenzione, forse lo invidiava per aver posseduto una donna simile, probabilmente invidiava anche la chioma fluente che aveva in capo. Non mancò di notare che l’uomo sudava si, ma freddo.
“Prego, continui” disse, ma il suo tono rivelò la malcelata ostilità.  “Non guadagnavamo mai abbastanza; Mercedes mi accusava di avere le mani bucate, di sprecare i soldi. Cominciammo a litigare sempre più spesso per questo motivo; io non sopportavo che qualcuno potesse decidere della mia vita, contare le monetine che avevo in tasca e decidere se erano sufficienti o no. Mi sentivo suo figlio, protetto e guidato dalla saggezza e da tutte quelle altre doti di cui io ero privo, ma si assopiva la passione, la sentivo sempre più estranea da me…” era evidente come il madrileno odiasse quel passato che stava raccontando. Una ruga profonda in mezzo alla fronte e l’agitarsi sulla sedia, cambiando continuamente posizione, ne erano un’ennesima prova.
Si scompigliava i capelli, poi si metteva le mani in faccia, coprendosi gli occhi; non sopportava la barba incolta né la puzza che egli stesso emanava. Sembrava perso nei ricordi, così il calvo lo incalzò “Da quanto tempo si trova a Città del Messico?”
“Ormai è più di un anno. Sono scappato dalla Spagna per sfuggire al braccio della legge, chi avrebbe mai immaginato che poi…sono stato un pazzo, avevo perso la ragione. Ho firmato decine di assegni scoperti; volevo godermi la vita, ma mi sono spinto nell’inferno di creditori senza scrupoli, usurai che avevano capito la mia debolezza e la usavano per arricchirsi. Volevo dimostrare e Mercedes che lei non mi serviva più, che potevo vivere meglio senza i suoi suggerimenti, li chiamava così, ma io li intendevo come ordini, se non altro imposizioni. I ragazzi del gruppo tentavano di farmi ragionare, ma io avevo già preso la mia scelta. Un giorno in cui lei non era in casa le ho portato via tutti gli oggetti di valore e i gioielli che possedeva, ho prelevato fino all’ultimo centesimo del nostro conto in banca e sono scappato dalla Spagna, sotto mentite spoglie. Volevo andare via e ricominciare daccapo altrove, dove ero finalmente libero, e nessuno mi avrebbe detto cosa fare o non fare.”. Quest’ultima frase fu detta in un gemito.
Accese l’ennesima sigaretta tirando con forza, poi buttò fuori il fumo blu nel quale sarebbe voluto sparire. Il calvo sbarbato aveva una smorfia di disgusto fissa sul volto. Gli chiese: “Una volta a Città del Messico cosa ha fatto per vivere?” immaginandosi già la risposta, ma sbagliando completamente, infatti lo spagnolo gli raccontò delle sue giornate passate a suonare, ad inventarsi musica nuova, bevendo cachaca e dormendo all’ombra degli alberi.
“Ma non ha mai pensato a Mercedes in tutto questo tempo?” la domanda tradì le intenzioni dell’uomo, ma ormai era impossibile ricacciare i suoni all’interno della sua bocca troppo esplicita e curiosa, “Pensarla mi gettava nella tristezza più assoluta, sapevo che lei mi odiava, che non mi poteva perdonare; non volevo che lei mi perdonasse, avevo sbagliato e dovevo pagare, avevo rinunciato a lei per cupidigia, solo per viscida avarizia. Starle lontano si è rivelata una punizione esemplare. Potrebbe sembrarle una banalità, ma è stato quando ho capito di averla lasciata per sempre che mi sono sentito come un pesce inghiottito dal mare delle sue paure.
Lei era una fatina che colorava di vita la realtà circostante. È una donna di pietra e velluto, ingenua come una bimba, fresca di mare, ardente di desiderio…” di nuovo l’uomo perse il filo del suo racconto, distratto al pensiero della sua pelle di cannella, dei lunghi capelli color dell’ebano. “La mia povera vita procedeva così, senza infamia e senza lode; suonavo, a volte vedevo qualche donna, niente di serio comunque” e guardò lo sbarbato come a cercare la sua approvazione per non aver soppiantato Mercedes con una donnetta qualsiasi, “ieri era una giornata non diversa dalle altre: sveglio a mezzogiorno, caffé forte per stroncare il mal di testa sul nascere, due chiacchiere con la proprietaria del bar sotto casa. Aspettavo facesse buio per sfuggire a questo maledetto caldo torrido e poi si sa che un musicista prima delle otto di sera non suona neanche il campanello!” la battuta non provocò nel calvo alcuna reazione, al di fuori di un repentino movimento dell’angolo sinistro della bocca; l’altro andò avanti nel discorso, parlava più a se stesso che a chiunque altro “Il locale in cui suono ultimamente con il gruppo che ho arrangiato qui, dista poco da casa mia. Piccolo e fumoso, è frequentato da coppie clandestine, bevitori incalliti e giovani della periferia.
Eravamo agli ultimi giri di una ballata un po’ triste, quando dal fondo del locale vedo una figura dirigersi, con fare sicuro, verso di noi. Mi ci sono voluti pochi secondi per reggere alla sorpresa e riconoscere in quella silhouette la sagoma del corpo di Mercedes.
Gli occhi di tutti, donne e uomini, erano su di lei, su quei capelli neri e voluminosi, sul suo corpo provocante avvolto da un tubino nero, sulle sue spalle scoperte.
È arrivata velocemente sul palchetto, ha preso il microfono tra le mani come se cogliesse un fiore dal prato e ha cominciato a cantare con quella voce da sirena che pensavo non avrei sentito mai più. Sembrava tutto organizzato. Anche quell’incompetente del tecnico delle luci per una volta non dormiva, anzi aveva illuminato Mercedes con un fascio di luci blu…”
L’aria trasognata del madrileno indispettì il calvo, madido di sudore, bianco come uno straccio, e subito lo incalzò:
“Secondo lei perché la donna era lì?” ma l’altro sembrava non ascoltarlo, e seguì il filo del suo discorso “Mi ha guardato con una dolcezza infinita, mentre cantava. Anche io la guardavo, incredulo, come adesso guardo lei. Pensavo a come era riuscita a trovarmi dall’altro capo del mondo; i suoi occhi mi dicevano che l’aveva fatto per amore. Mi sarei fatto perdonare per la fuga e per aver saccheggiato i suoi beni, l’avrei risarcita, l’avrei amata come meritava. Ero commosso dal suo perdono, estasiato da tanta bellezza; Mercedes era tornata da me, ora non l’avrei lasciata più.
Mi sembrava che anche lei avesse gli occhi lucidi per l’emozione, che aspettasse la fine della canzone per saltarmi addosso e baciarmi, ma, ma il brano è stato interrotto dal frastuono in fondo alla sala, le vostre maledette irruzioni da film, polizia ovunque. Cercavate me e mi avete trovato.”
Ormai lo spagnolo singhiozzava. Era patetico. Il calvo gli lanciò l’ennesima occhiata penosa, ora non gli invidiava neanche più i capelli.
“La smetta per favore. Per adesso può anche andare, il resto lo conosco bene.” Ma fu interrotto dalle urla dello spagnolo:
“Il resto lo conosce bene, vero tenente? Quella troia mi ha incastrato, altro che amore!
Mi ha servito la più crudele delle vendette sotto forma di un generoso perdono.”