Max Mauro è figlio di emigranti italiani in Svizzera, ma questo libro non è il frutto del tentativo di comprendere il vissuto della propria famiglia. Sono le sue esperienze personali e intellettuali a metterlo sulla strada per poter cogliere fino in fondo i passaggi fondamentali dei processi migratori contemporanei.
La mia casa è dove sono felice, pubblicato da una piccola ma coraggiosa casa editrice, la Kappa Vu di Udine, è un libro che tenta di interrogarsi sul rapporto tra il passato e il presente, vale a dire tra le migrazioni italiane del passato, un passato che gli italiani hanno voluto chiudere in fretta, e quelle odierne verso l’Italia.
E’ il tentativo quindi di riflettere, lontano dalle generalizzazioni che coprono i movimenti delle individualità, sull’incedere di rapporti talvolta ostili nei confronti dei migranti che giungono in Italia. Il libro è costruito su un doppio registro, le emigrazioni e le immigrazioni, cercando di analizzare grazie al vissuto degli e delle intervistati/e i cambiamenti politici ed economici in tante parti del mondo contemporaneo. Il suo intento prosegue per alcuni aspetti il lavoro di uno dei più importanti sociologi delle migrazioni, Abdelmalek Sayad; Mauro non si accontenta di raccontarci le migrazioni, ma conduce il lettore nei paesi di origine dei migranti, per farci capire le condizioni di vita e come talvolta le mete prescelte possano modificarsi sulla base delle informazioni che giorno per giorno si ricevono perché come scrive l’autore: “L’emigrante costruisce il suo percorso un passo per volta”.
Mauro si presenta attraverso la raccolta di storie di migranti che hanno lasciato e che sono arrivati nel Friuli Venezia Giulia. E’ questa una regione che tra la fine del 1800 e il 1970 ha avuto la più alta percentuale di espatri rispetto alla popolazione presente: un rapporto di emigrati-abitanti di 2 a 1, che significano circa due milioni di persone emigrate. D’altra parte gli immigrati giunti in Friuli rappresentano attualmente il 4,1% della popolazione complessiva, un dato superiore alla media nazionale e che rimane tale anche se depurato dal personale statunitense impiegato nella base di Aviano. A questo si aggiunga che il Friuli è terra di frontiera, sicché continua ad essere attraversato da un flusso quotidiano di lavoratori transfrontalieri dalla Slovenia e dalla Croazia.
Il libro di Mauro riunisce le diverse storie di migranti in una cornice che funziona poi da dialogo tra le storie di emigrazione e quelle di immigrazione. Ma, come confessa fin dall’introduzione, questo libro è stato prima di tutto un’esperienza che lo porta ad interrogarsi soprattutto sui fenomeni storici fondamentali del XX secolo. Non è un libro né di sociologia né di storia. Se vogliamo non è neppure un libro accademico, anche se Mauro in più parti tenta l’affondo per poi ritrarsi; è quasi un negarsi per l’innata modestia e il timore che la mancanza di titoli accademici possano inficiare il suo lavoro. E’ un libro in realtà molto intenso che credo possa insegnare a diverse discipline umanistiche per la sua capacità di intersecare saperi, provenienti da contesti disparati, e per la sua attenzione rispetto ai fatti storici che fanno da sfondo alle migrazioni di cui tratta.
L’attenzione al piano metodologico di Mauro corre lungo tutto il libro con accenti diversi, ma che segnalano una spiccata sensibilità verso il rapporto che si ha con i soggetti e con la ricerca sul campo. E per un giornalista contemporaneo questo non è poco. Egli non si nasconde dietro la difficoltà che c’è nello svolgere le interviste, nello scegliere quelle più adeguate per il libro e poi nel trattarle per costruire il suo racconto.
Egli quindi tra le molte interviste che ha raccolto in questi anni di lavoro sul campo ne sceglie cinquanta, tra le quali seleziona le quattordici che funzionano a mo’ di capitolo, suddivise equamente: sette raccontano storie di emigrati italiani in Svizzera, Venezuela, Argentina, Francia, Canada, Germania, Belgio, Jugoslavia; sette sono invece relative a storie di immigrazione verso il Friuli Venezia Giulia. Sono queste ultime persone che provengono da Marocco, Senegal, Bosnia, Kosovo, Albania, Moldavia, Argentina.
Mauro inizia e chiude il suo libro con l’immagine di una casa forse perché la casa rimane uno di quegli aspetti, continuamente rintracciabile anche nei discorsi pubblici di italiani e stranieri, che viene definito un problema per i migranti in Italia. L’accesso a una casa, pubblica o privata, è infatti per il migrante una questione fondamentale non solo per la propria esistenza quotidiana, ma anche per l’ottenimento di documenti indispensabili atti a garantire la sua permanenza nel territorio italiano. La richiesta di abitabilità inoltre è differenziata: a un cittadino italiano sono necessari 28 metri quadrati, contro i 46 del cittadino straniero. Un alloggio è ritenuto abitabile per due persone dalla norma statale con 36 metri quadrati, ma ogni regione può poi definire quanti ne servano, finendo così per discriminare quanti mancano di risorse adeguate per permettersi abitazioni spaziose. Ma la casa rimanda anche al razzismo strisciante sùbito e agìto dagli italiani prima emigranti e infine proprietari di alloggio.
Le storie narrate cercano di aprire degli squarci per problematizzare più che per dare risposte. D’altra parte l’autore non opera una selezione di classe: nel suo libro trovano posto migranti che diventano imprenditori, altri che potrebbero essere descritti come degli opportunisti, infine quanti si sono politicizzati. In realtà quello che si coglie leggendo questo libro è come i migranti e più in generale le persone cerchino di affrontare i numerosi ostacoli che vengono loro frapposti per poter condurre con dignità e decenza la propria vita. Timbri, documenti, denaro, alloggio sono tutti strumenti che in qualche modo alimentano una macchina burocratico-amministrativa che sembra fatta apposta per limitare il diritto alla mobilità di cui ogni individuo dovrebbe disporre per nascita.
Tra le storie più toccanti raccontate da Mauro, vale forse la pena ricordare quella di Ines occupata in una azienda friulana di calzature dal lunedì al sabato, talvolta anche la domenica per dieci e più ore al giorno. Siamo alla fine degli anni cinquanta e il cartello “E’ proibito cantare”, rende bene il clima di fabbrica e forse fornisce anche una chiave di lettura di molti processi migratori passati e presenti. Ines, spirito ribelle, non ci sta. Se ne va dalla fabbrica e cambia mestiere. Poi dopo qualche anno emigrerà in Svizzera dove riuscirà a costruirsi una famiglia e una discreta carriera prima all’interno di una fabbrica di orologi e poi in una di pentole. Quando a Ines nasce un bambino dovrà confrontarsi con la legislazione svizzera che vieta agli immigrati stagionali di tenere con sé i propri figli. E’ una storia questa ancora scarsamente conosciuta e che non riguarda solo gli anni Sessanta, dato che nei primi anni Novanta il fenomeno dei bambini clandestini era ancora florido. Ines inizierà così una peregrinazione prima tra Italia e Svizzera e poi tra le famiglie svizzere che ospitano clandestinamente per periodi più o meno lunghi il bambino.
Il distacco partecipato con cui Mauro supera le inevitabili rimozioni legate al suo vissuto personale sono l’oggetto dell’importante postfazione di Leonardo Zanier, poeta friulano contemporaneo. Mauro non ha un animo da accademico ma ha la stoffa del ricercatore mostrando capacità di tenere insieme aspetti e storie diverse per raccontarci dal basso i cambiamenti sociali e culturali del Novecento. Forse una minor timidezza rispetto all’establishment accademico gli avrebbe permesso di tirare alcune, per quanto provvisorie, conclusioni. Ma forse queste domande aperte saranno, speriamo, l’occasione per un altro lavoro da intraprendere.
Riferimenti
La mia casa è dove sono felice, di Max Mauro, Kappa Vu, Udine, 2005