Eri roba mia, prima. Solo roba mia.
Adesso, vai a letto anche con Temistocle.
E con Lucillo.
Sei roba di tutti, adesso.
Non sono geloso, no. E non ti voglio male: tu non c’entri. Ma mi rode, mi rode dentro, capisci? È un tumore, qui, nel cuore, che mi consuma.
E poi lo so che sei ancora roba mia: di tutti e anche mia.
E non mi manchi, come potresti? Ti tengo nella testa assieme a tutto il resto. Sei qui, al solito posto, tu e le tue voglie, tu e le tue mani, tu e la tua compagnia. Quando voglio, tu sei qui, tu sola e nessuno a pretenderti. Solo che non voglio più.
Quando sei con me, potresti essere con chiunque, contemporaneamente. E questo fa male. Da morire. Tu sei diventata la voglia del mondo intero, capisci? Le tue labbra nutrono migliaia di bocche, nel frattempo, e un pazzo al piano di sopra urla il tuo nome. Ed io sento il tuo nome venire fuori dalla bocca di un altro e penso a tutti quelli che, da quanto tempo ormai, hanno quello che ho io.
Ti pagai un occhio, ma avrei dato pure l’altro per non doverti condividere mai. Mi fecero un male cane con quelle pinze gelate, con quelle siringhe esagerate, con quegli aghi e quelle strazianti iniezioni. Sentì grossi vermi strisciarmi nel cervello e quasi mi venne voglia di morire ad ogni rigurgito, ad ogni sciacquio, ad ogni risucchio sordo che sentivo nella testa. Vi ospitai un buco nero là dentro, o solo una pompa idraulica, per la bellezza di dodici ore. Una operazione lunghissima, senza anestesia, senza pause, senza speranze. Ti pagai un occhio, e mi stavi per costare una vita intera. E potevo finire in galera. Io con loro. E con un buco in faccia e uno nella testa. E se si faceva in tempo pure con te.
Mi costrinsero a letto per cinque mesi, i neurochirurghi ed i loro strumenti infetti, paralizzato, muto, cieco, solo con la puzza di piscio a farmi compagnia e gli scarafaggi e le mosche a divorarmi. E a farsi divorare: non sono male, sai? Una volta fatta l’abitudine ti sembra di mangiare lumache o, la domenica, ostriche. E poi mi bastava tenere la bocca aperta e sbavare un po’ di sangue: quei piccoletti venivano a farsi masticare senza troppe storie. Per cinque lunghi mesi mi nutrii solo di loro.
E all’inizio non funzionava. Il chip non andava, non riusciva a partire. Sentivo grattare, nella testa, ma forse era solo suggestione, e non succedeva niente. Riavviavo allora, bastava un pensiero. E una volta riguadagnato l’uso delle mani cominciai pure a darmi qualche pugno in testa, come se fosse un televisore, ché con i televisori funziona. Ma niente, con i chip niente.
Poi trovai la forza per alzarmi dal letto, per domandarmi se fosse notte o giorno, se fossi vivo o morto. Trovai pure la forza di spostare le tende incrostate di materia e pus ed esseri viscidi agonizzanti. E la luce del sole mi accecò, di nuovo, ma per un attimo stavolta, o forse di più, chi lo sa. Andai in bagno, aprii il rubinetto e riempii la vasca. Poi la svuotai. La riempii di nuovo e la risvuotai. E continuai così fino a che l’acqua non assunse un minimo di famigliarità e trasparenza, infine mi spogliai, o meglio mi sbucciai, e mi ci immersi completamente.
L’acqua era dolorosa. Sì, l’acqua. Faceva male. Era male. Un male che mi entrò nella testa, pure lui, come le siringhe mesi prima, e mi squassò dentro alla maniera di una scarica elettrica. Durò un secondo e una eternità – un’altra – insieme. Poi si fece rossa, l’acqua. Il sangue trasudato da ogni parte del mio corpo si sostituì a lei. E il dolore si attenuò. Il sangue mi acquietò. E mi addormentai.
Potevo morirci, e ad averci la forza l’avrei fatto: tutto quello che era stato, che avevo passato, che avevo perso; tutto quello che non avevo ottenuto; tutto avrebbe potuto persuadermi a mollare quell’avanzo di vita. Eppure aspettai. Non perché sperassi ancora, no. Aspettai perché non mi venne nient’altro in mente. E così, solo così potei fare la tua conoscenza.
L’acqua gelata aveva ridestato il mio corpo. Avevo cominciato a battere i denti, senza accorgermene, e il cuore si era messo a correre. Il cervello, a un tratto, aveva sobbalzato, sussultato nella sua sede, quasi svegliandosi di scatto da un brutto sogno. E l’occhio sgranato aveva visto qualcosa, davanti a me, un’ombra o una luce. Mi alzai. Venni fuori dall’acqua e cercai una asciugamani, trovando uno straccio. Asciugai il viso e zoppicai fino in camera: aprii l’armadio e tra la polvere e le tarme scelsi una coperta. Tremavo come per una scossa di terremoto, un sisma nel petto, cominciando a tossire e sputare sangue, altro ancora, tutt’intorno a me. Mi piegai in due.
Girando il capo, per la prima volta terrorizzato dopo tutto quel tempo, riconobbi la stufa vicino al letto. Inserendo la spina mi scappò una preghiera. La stufa si accese, sfrigolò, o forse fui io ad emettere uno strano scricchiolio, ed i miei sensi, lentamente, o rapidamente chissà, si assopirono.
Al risveglio, quanto tempo dopo non lo saprò mai, accanto a me c’eri tu.
L’acqua, o il sangue – o addirittura la mia preghiera – aveva scatenato qualcosa dentro di me. Qualcosa di biologico, sicuro, ma anche qualcosa di elettrico - di miracoloso - che riuscì a mettere in moto, finalmente, quel chip vigliacco che mi avevano impiantato nel cervello. Un colpo di fortuna o un miracolo non importa: sono felice che sia successo.
Su quel legno marcio, pavimento degno di una stanza sozza e vomitevole, c’eri tu, al mio risveglio, tu e tutta la tua bellezza. Fu amore a prima vista. Fu sentirsi risorgere, rinascere, reincarnarsi in qualcosa di diverso, in un essere completo, o in un uomo con buone probabilità di diventarlo. Fu bello, soprattutto questo.
Mi prendesti la mano nella tua, mi passasti l’altra fra i capelli sudici e mi dicesti qualcosa, non ricordo, un sussurro o forse un sospiro inarticolato, un gemito, una parola inesistente, insignificante, un bacio, mi tendesti un bacio. E io svenni, quasi, di nuovo.
Di lì fu tutto un farsi giorno: con te vicino resuscitai, realmente, materialmente, ridiventai carne e sangue, e ricominciai a mangiare, a bere, ad andare in bagno, a camminare e a uscire; ripulii la mia camera, il mio appartamento, rubai delle medicine, dei ricostituenti, ritornai in forma. Con te vicino cominciai a parlare, imparai a fischiettare, a cantare, fui capace persino di conversare, di intrattenere un discorso. Con te vicino, fu tutto più semplice.
Cominciasti presto a educarmi al sesso, mi saltasti addosso e mi violentasti, mi strappasti l’anima e me la rimettesti apposto centinaia di volte. Il mio corpo, non solo il mio cervello, era la tua casa. Muovevi le mie mani, le mie dita, i miei pensieri; suscitavi sensazioni che non avevo mai potuto immaginare. Tenevi stretto il mio cuore, in una mano, e stringevi e stringevi e lo lasciavi andare solo quando non ce la facevo più, e tutto il sangue in uno slancio ritornava a corrermi dentro, impazzito, pure lui. E pensavo a come fosse ingiusto tutto questo, a come fosse bello averti, io solo, e nessun altro, poveri loro, nessun altro come me. Non era giusto, ma era bellissimo, era un sogno ed era mio, un sogno personale, un sogno unico, e mi dispiaceva non poterci fare niente. Era roba mia, dolcezza, mia e di nessun altro.
Poi però ammazzarono qualcuno, ai piani superiori, un pezzo grosso mi sa, e ci furono le grandi perquisizioni: centinaia di agenti di polizia irruppero nelle case basse delle città basse di tutto lo Stato. Non trovarono l’assassino ma arrestarono ventimila disadattati. E in mezzo trovarono me: un ex autistico con un chip curativo non autorizzato impiantato nel cervello.
Non so grazie a quale articolo di quale costituzione, esercitarono il diritto di leggere nella mia memoria, dato che i chip come il mio – autorizzati o meno – lo consentivano, e vennero a sapere di te. A quel punto, mi trasferirono in un’altra città, in un altro Stato, lontano dalla mia casa bassa, dalla mia città bassa, e da ogni preoccupazione relativa all’assassinio del pezzo grosso. In uno stupendo laboratorio asettico studiarono me, te e il chip. E scoprirono quello che c’era da scoprire.
Mi rispedirono a casa presto, questo sì, e non fui accusato o processato o punito per quel mio intervento clandestino. Solo, il tempo di riprodurlo in serie, quel mio personalissimo sogno diventò una costosa cura per la solitudine, prima, un bene di lusso, dopo, e un contrabbando infine.
E Temistocle e Lucillo, così, al costo, rispettivamente, di un occhio e di un rene, adesso hanno qualcosa nella testa che, fino a poco tempo fa, era solo roba mia.