Tra innovazione a capitale sociale: i valori dell'Università che cambia
Tra innovazione a capitale sociale: i valori dell'Università che cambia
Recensione al volume Contro il declino dell'università. Appunti e idee per una comunità che cambia
Contro il declino dell’università: il titolo di questo libro è contemporaneamente una presa di posizione, un programma e un’esortazione all’autocoscienza rivolta ad una comunità che non solo cambia, ma è chiamata ad un compito decisivo. Nello scenario nazionale, segnato da frequenti trasformazioni del mondo del lavoro, delle imprese, dei centri di potere, l’università sembra essere l’unica delle istituzioni formative tradizionali ad aver mantenuto il vigore della sua mission, anzi ad averlo accresciuto.
Un risultato che appare sorprendente se considerato alla luce delle condizioni di partenza: una carenza endemica di investimenti ed un’incertezza normativa frutto dell’incapacità della classe politica di realizzare interventi sistematici. Ciononostante l’università è oggi in grado di offrire “un’effervescenza di “numeri” e di esperienze senza precedenti: fenomeni e fermenti spesso sottovalutati dall’opinione pubblica e dagli stessi addetti ai lavori, ma che fanno dell’università uno dei più straordinari cantieri aperti dell’innovazione presenti nel paese”(p.2).
Nei nostri atenei si generano le risorse fondamentali per la costruzione della “società dell’informazione e della conoscenza” che, come sottolineano gli stessi autori, rimarrebbe una vuota epigrafe senza un adeguato supporto, progettuale ed economico, all’attività di ricerca. Ma il valore aggiunto che scaturisce dalla vita accademica non nasce dalla sola progressione del sapere, né si limita alla trasmissione – sempre più importante – delle competenze che consentano di saper fare. Esso consiste nella esaltazione della conoscenza “anzitutto come stile cognitivo, forma mentis, pensiero complesso, capacità di adattarsi a scenari sociali che cambiano a tutti i livelli e a velocità accelerata”(p.60). L’obiettivo dell’università, nonostante la crescente convergenza con il sistema produttivo, non è la creazione di professionisti pronti per essere collocati nel mondo del lavoro ma la maturazione di uomini e donne che sappiano confrontarsi criticamente con il mercato, di cittadini in grado di partecipare attivamente alla vita della collettività. Di fronte a un simile compito è inevitabile prender coscienza del più ampio ruolo di questa istituzione, ancora in cerca di un’identità ben definita, ma che mai come ora si è rivelata “il fondamento stesso della prosperità e del benessere collettivi, il volano della competitività del sistema-paese negli scenari locali e globali, la garanzia stessa di una piena emancipazione e mobilità dei soggetti”(p.6). La sua centralità è il risultato dell’intreccio di più processi: da una parte una società in cui il sapere è considerato la principale fonte di (qualsiasi tipo di) ricchezza, dall’altra la radicale trasformazione di un mondo fino a poco tempo fa verticistico, autoreferenziale ed elitario. Ci riferiamo al mondo universitario italiano che prima gradualmente, poi – a seguito delle riforme di fine anni ’90 – con più veemenza si è aperto al dialogo con la società e le imprese. L’introduzione del nuovo sistema formativo, il cosiddetto “3+2” (in vigore dall’anno accademico 2001-2002), insieme ad una forte ripresa delle immatricolazioni, ha favorito una democratizzazione della corpo studentesco. Fasce sociali finora restie a confrontarsi con l’esperienza della formazione terziaria sono state coinvolte e possono finalmente godere di maggiori chance per migliorare il loro status. La stessa cornice normativa ha rappresentato una vigorosa spinta verso l’autonomia. Gli atenei sono stati messi nelle condizioni di dover/poter camminare con le proprie gambe, quindi di competere nella ricerca dei finanziamenti e nella soddisfazione dell’utenza. Ciò ha portato ad una sempre maggiore attenzione; ai temi della comunicazione e dell’orientamento. La prima, che è stata a lungo l’anello debole del sistema, oggi si presenta come un irrinunciabile strumento per la costruzione di un’identità più solida e autorevole, svincolata da tanti estenuati luoghi comuni che si rincorrono nel dibattito pubblico. Al contempo essa rende meno traumatico il cambiamento, rivitalizzando la tradizione, “stimolandolo lo spirito di partecipazione alla vita degli atenei […] facendo leva sul coinvolgimento attivo delle persone che fanno e vivono l’istituzione” (p.100) – un ruolo, quest’ultimo, condiviso con l’orientamento. Il valore, spesso nascosto e non riconosciuto, dell’alta formazione nasce da questa rete di relazioni e consiste in uno straordinario capitale umano, fatto di eccellenza qualitativa e quantitativa, scaturito dall’incontro fra esperienza e conoscenza in un irripetibile tempo dello spirito. Non appare più utopico, allora, parlare dell’Università come protagonista del miglioramento del mondo e delle persone, come luogo in cui, al riparo dalle tante incertezze di questa fase storica, sia possibile tracciare le prospettive del nostro futuro.