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Più cuore che cervello nella comunicazione multimediale

Più cuore che cervello nella comunicazione multimediale

di MARIA CRISTINA GORI (09 07 2005)

Per la neurofisiologia le nostre emozioni decodificano i messaggi prima della ragione

 
Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.
Antoine De Saint-Exeupery, Il piccolo principe
 
 
 
 
 
RAZIONALITA’ ED EMOTIVITA’
 
La cultura occidentale è storicamente fondata su un dualismo cuore-cervello, emozioni-ragione, che ha dominato il pensiero scientifico, filosofico, economico per lunghi periodi storici.

L’illuminismo rappresenta la quintessenza di tale opinione. Fra il Seicento e il Settecento si cominciò a impiegare il metodo scientifico anche nelle cosiddette “scienze dell’uomo”: quelle che vogliono capire e disciplinare il suo comportamento.  Il mo­vimento culturale che ne seguì fu detto Illuminismo perché ispirato dai “lumi della ragione”. L’ Illumi­nismo sosteneva che la luce della ragione doveva illuminare le menti degli uomini e condurli sulla via del progresso e della felicità.
 
 
 
LO STUDIO DELLE EMOZIONI: I PIONIERI
 
La posizione scientifica  inizia a cambiare radicalmente soltanto recentemente, grazie a studi che hanno ridimensionato il ruolo cognitivo e sottolineato l’importanza delle emozioni nella decodificazione delle informazioni che provengono dall’ambiente. Ossia, l’interpretazione di una informazione non è solo cognitiva razionale, ma anche e soprattutto emotiva.  In realtà già Freud aveva ipotizzato  la presenza di istanze non consce nell’agire dell’uomo.  I modelli comportamentali a loro volta sottolineavano il ruolo determinante di variabili quali la gratificazione, la paura, la soddisfazione nell’acquisizione di comportamenti umani.  
La pubblicazione dell’”Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman rappresenta un punto di svolta epocale alla fine del XX secolo. Il concetto ha conquistato l'interesse del pubblico solo di recente, grazie ai  best-seller tradotti in tutte le lingue di Daniel Goleman (1) , benché la letteratura scientifica se ne occupi già da circa un decennio . Che le capacità cognitive non soddisfacessero completamente l’individuo già era noto da qualche anno: l’applicazione tradizionale del Quoziente intellettivo (QI), spesso su masse di soggetti per valutare l’intelligenza di una nazione o di un gruppo rilevante nazionale (2) , nel tempo sembrava non correlarsi a variabili quali “il successo nella vita adulta” o la “capacità di negoziare soluzioni”. Intelligente sino ad allora era stato sinonimo di logico, lo Spock di Enterprise.  Uno studio particolarmente importante, che rappresenta una pietra miliare  nell’intelligenza emotiva, risale agli anni ’40 (3) quando si valutarono, seguendoli fino alla mezza età, novantacinque studenti di Harvard e si scoprì che, per quanto riguardava il salario, la produttività, o lo status raggiunto nel proprio campo, gli ex studenti più brillanti non avevano avuto particolare successo rispetto ai coetanei diplomati con votazioni mediocri, né si erano assicurati una vita più ricca di soddisfazioni, o maggiore felicità nella sfera delle amicizie, della famiglia o delle relazioni affettive in genere. Uno studio analogo è stato poi effettuato anche su 450 ragazzi,  cresciuti a Sommerville (Massachusetts). Anche in questo caso il QI aveva poco a che fare con il successo che i giovani con QI più medio-basso riscossero sul lavoro e nel resto della loro vita. A fare la grande differenza erano piuttosto le abilità maturate durante l’infanzia, ad esempio la capacità di superare la frustrazione, controllare le emozioni e andare d’accordo con gli altri (4).  Altri studi successivi hanno confermato i dati dei primi lavori sottolineando quindi l’esistenza di una intelligenza diversa da quella cognitiva classica basata su processi logici del pensiero: si trattava di una nuova forma di intelligenza che venne denominata “intelligenza emotiva”. E' una miscela equilibrata di motivazione, empatia, logica e autocontrollo, che consente, imparando a comprendere i propri sentimenti e quelli degli altri, di sviluppare una grande capacità di adattamento e di convogliare opportunamente le proprie emozioni, in modo da sfruttare i lati positivi di ogni situazione.  Può essere definita come la "capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali" (1). Sono abilità complementari ma differenti dall'intelligenza, ossia da quelle capacità meramente cognitive rilevate dal Q.I., che rappresenta l'indice generale delle facoltà cognitive. Tra queste abilità complementari rientrano ad esempio la capacità di motivare se stessi e di continuare a perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; la capacità di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; la capacità di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; la capacità di essere empatici e di sperare. Era comunque una rivoluzione del pensiero scientifico: per la prima volta non si considerava il solo aspetto razionale quale componente dell’intelligenza.
 
 
 
BASI CEREBRALI DELLE COGNIZIONI E DELLE EMOZIONI NELLA DECODIFICAZIONE DEI  MESSAGGI
 
Mentre si svolgevano i lavori clinici, un neurologo, LeDoux arrivò a conclusioni simili a quelle cliniche sopra descritte (5), studiando l’anatomia del cervello, attraverso nuove tecniche di “visualizzazione” cerebrale. Scoprì che un gruppo di strutture nel cervello interconnesse dalla forma di una mandorla (dette quindi amigdala) aveva un ruolo fondamentale come “sentinella delle emozioni”, capace, in taluni casi, di “sequestrare” il resto del cervello cosiddetto razionale. Prima degli studi di LeDoux si credeva che gli organi di senso trasmettessero i loro segnali ad una struttura centrale responsabile dell’attenzione, detta talamo (Fig.1) e da qui partisse una seconda via diretta alla neocorteccia, dove sarebbe avvenuta la decodificazione degli stimoli. Si trattava di una decodificazione assolutamente cognitiva, ossia la discriminazione di elementi quali la forma, il significato, le componenti sintetiche ed analitiche del messaggio. Solo dopo questo relais, sarebbe partito un ulteriore impulso che, dalla corteccia sarebbe giunto in un sistema, detto limbico (che comprendeva anche l’amigdala) dove sarebbe avvenuta una “risposta” emotiva. Dunque, seguendo questo schema e applicandolo ai messaggi ed alle informazioni che riceviamo dall’ambiente, dapprima avverrebbe una decodificazione cognitiva (ossia una valutazione razionale di immagini, scene, parole, odori) a livello della corteccia e poi avverrebbe una risposta emotiva (ossia rabbia, ansia, gioia, depressione, euforia e quant’altro) a livello del sistema limbico (Fig.1).  Quindi nello schema classico l’interpretazione razionale degli eventi precederebbe la risposta emotiva (mi arrabbio dopo che ho interpretato una situazione in un certo modo).
 
 
 
Fig.1. Circuito stimolo-talamo , talamo-corteccia cerebrale, corteccia cerebrale-sistema limbico (amigdala)
 
 
LeDoux rivoluzionò questo modello teorico: la sua ricerca dimostrò che, nel momento in cui i nostri sensi sono attivati da un evento, un impulso nervoso dapprima arriva al talamo (quindi sino a questo punto non emergono differenze rispetto al modello classico), ma poi dal talamo originano due altri circuiti: uno, molto rapido che afferisce all’amigdala ed un altro più lento che arriva alla corteccia. Quindi rispetto al modello classico, LeDoux identifico un circuito rapido diretto all’amigdala, molto rapido, tanto più rapido di quello che afferiva alla corteccia (impiegava circa la metà del tempo). L’amigdala costituisce una memoria emotiva, capace di analizzare l’esperienza corrente, confrontando quanto sta accadendo nel presente con quanto già accaduto in passato. Il suo metodo di confronto è associativo: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come un’associazione. L’esito è l’attivazione di sostanze cerebrali che mediano le risposte emotive (la rabbia, la paura, l’ansia, la gioia, la depressione, l’euforia ed altre ancora). Quindi la prima risposta che consegue ad un messaggio, ad un evento sarebbe solo ed esclusivamente emotiva. Ma è stato detto che esiste un circuito più lento che arriva alla corteccia. Questo circuito corrisponde a quello noto tradizionalmente quale responsabile della decodificazione razionale, cognitiva. È il sistema che permette di identificare esattamente l’oggetto, l’immagine, la scena, le parole, gli odori. Da qui originerebbe la risposta cognitiva ma anche motoria (la fuga, il contatto, l’allontamento, la permanenza ed altro) (Fig.2).  La rivoluzione scientifica era questa: l’emozione non segue l’interpretazione cognitiva razionale di un evento, ma la precede! Quindi nello schema nuovo di LeDoux l’interpretazione emotiva degli eventi precederebbe la risposta razionale (mi arrabbio prima ancora di aver interpretato una situazione in un certo modo, perché c’è qualcosa che mi associa istintivamente la situazione ad una valenza negativa). Pensiamo a quante volte il nostro stato d’animo ci impedisce di discriminare ed interpretare razionalmente gli eventi!
È possibile  anche il caso che il circuito attivato dall’amigdala  fornisca una rappresentazione non veritiera. LeDoux cita il caso di un soggetto che si trova in un bosco e si imbatte improvvisamente in un oggetto che “sembra” un serpente. Si attiverebbero quindi le due vie: la prima, più veloce, coinvolgente l’amigdala, che non permette una decodifica precisa dell’oggetto, ma solo una associazione sommaria dell’oggetto identificato attualmente con quelli eventualmente presenti nella sua memoria storica. Ciò indurrebbe però la risposta emotiva della paura. La seconda via, più lenta, coinvolgente la corteccia, che permetterebbe una decodifica precisa dell’oggetto: se questo viene ad essere interpretato come serpente, si potenzia la risposta della paura e il soggetto fugge. Se l’oggetto viene ad essere interpretato come diverso da un serpente, il circuito cognitivo inibirebbe la risposta della paura nell’amigdala e bloccherebbe la fuga. Un esempio esplicativo è rappresentato dalla nostra reazione emotiva-cognitiva nella possibilità di un incidente con l’automobile: in un primo momento pensiamo ad esempio di aver investito qualcuno ; si attiva immediatamente una scarica di adrenalina che aumenta la nostra frequenza cardiaca, il respiro, la sudorazione. Dopo qualche millisecondo ci “rendiamo conto” che l’investimento non è successo  ed il sistema di allarme innescato (dall’amigdala) viene ad essere interrotto dal sistema cognitivo che ha avuto il tempo per decodificare ed interpretare correttamente la scena.
LeDoux cita: “ la corteccia è fondamentale per riconoscere in un volto quello di tua cugina. Ma è l’amigdala ad aggiungere che  ti è proprio antipatica”. 
L’amigdala  ha un ruolo determinante nel potenziare gli effetti della memoria:  sembra imprimere più  fortemente nella memoria la maggior parte delle informazioni apprese in un contesto fortemente emotivo. Ecco perché è più semplice ricordare ciò che è stato vissuto emotivamente (sia in positivo che in negativo), mentre gli eventi affettivamente neutri  sono invece più sbiaditi nel magazzino della memoria.   
Le connessioni tra amigdala e corteccia sono al centro di ciò che può essere definito come le battaglie o gli accordi di cooperazione tra mente e cuore- tra pensiero e sentimento (1). Non è possibile eliminare le emozioni nel decodificare i messaggi, come avrebbe voluto Erasmo; anzi, queste intervengono prima rispetto alla razionalità.
 
 
 
Fig.2. Circuito che si attiva in risposta ad uno stimolo: vie visive-talamo e due vie parallele ma seriate nel tempo, via talamo corticale e talamo-amigdala
 
 
Il sistema emozionale può agire indipendentemente dalla corteccia, ossia il ricordo emotivo può essere completamente svincolato da quello cognitivo-razionale. Ciò rappresenta un elemento particolarmente importante nella descrizione dei ricordi della prima epoca di vita quando i messaggi che afferiscono al neonato sono di tipo emotivo ed ancora non decodificati verbalmente. Poiché questi primissimi ricordi emozionali si fissano nella memoria in un momento in cui i bambini non hanno ancora parole per descrivere le loro esperienze, quando poi essi vengono richiamati,non è possibile associare alcun insieme di pensieri articolati in risposta all’unica modalità sperimentata in epoca neonata che è quella emotiva. Uno dei motivi per cui siamo così sconcertati dalle nostre esplosioni emozionali  è che esse hanno radici in un periodo molto precoce della nostra vita, quando le cose ci sbalordivano ma non avevamo ancora le parole per descriverle. I ricordi che scatenano tali esplosioni emotive possono dunque suscitare sentimenti caotici ma non possono evocare parole. Ecco perché molte emozioni “forti” non possono essere descritte verbalmente in modo esaustivo.
 
 
 
 
LA MULTIMEDIALITA’ E LE EMOZIONI
 
 
Dunque,  ciò che ha una forte valenza emotiva, sia in positivo che in negativo, viene trattenuto  meglio nella memoria, mentre gli eventi affettivamente neutri  sono invece più sbiaditi nel magazzino della memoria.
Alcune ricerche hanno dimostrato che nei primi millisecondi della percezione decidiamo se l’oggetto percepito ci piace o no. Ciò è particolarmente importante in un contesto multimediale, dove l’effetto  emotivo dell’immagine o del suono precede il contenuto testuale, o addirittura precede la decodifica cognitiva dell’immagine o del suono. La possibilità di utilizzare immagini, suoni o altri stimoli che possano “risuonare” nel nostro circuito emotivo facilita l’apprendimento testuale.
Nell’epoca attuale, caratterizzata dalla possibilità di attivare contemporaneamente più circuiti neuronali in risposta alla multimedialità (vista, udito e addirittura tatto nelle realtà virtuali), è cambiato il nostro modo di apprendere. Non è più la sola vista e la sola decodifica testuale a permettere l’apprendimento, ma è l’insieme di vista testuale, di immagini, di suoni, musica, rumore, o addirittura tatto nella realtà virtuale (RV). La decodificazione delle immagini visive attiva due circuiti neuronali quale quello sopra descritto (vista-talamo-amigdala e vista-talamo-corteccia), responsabili rispettivamente di una interpretazione emotiva rapida e di una interpretazione cognitiva lenta di ciò che viene visto. La zona corticale finale dove avviene la corretta decodificazione delle informazioni visive è una zona posteriore, detta occipitale (Fig.3).
 
Figura 3
lobi - figura3
 
La decodificazione uditiva attiva anch’essa due circuiti neuronali (udito-talamo-amigdala e udito-talamo-corteccia), responsabili rispettivamente di una interpretazione emotiva rapida e di una decodificazione cognitiva lenta dei suoni, della musica e dei rumori. La zona corticale finale dove avviene la corretta decodificazione delle informazioni uditive  è una zona detta temporale (Fig.3).
La decodificazione percettiva di uno stimolo tattile (aptica) attiva due circuiti neuronali quale quelli sopra descritti (sensibilità tattile-talamo-amigdala e sensibilità tattile-talamo-corteccia), responsabili rispettivamente di una interpretazione emotiva rapida e di una decodificazione cognitiva lenta dello stimolo. La zona corticale finale dove avviene la corretta decodificazione delle informazioni è una zona anteriore, detta frontale (Fig.3). La decodificazione testuale avviene molto più lentamente rispetto alle decodificazione di suoni, immagini, stimoli tattili attraverso un percorso molto più complesso.

Tutti questi stimoli, nella multimedialità, arrivano alla corteccia contemporaneamente, ognuno nella propria zona (la via visiva alla corteccia occipitale, la via uditiva alla corteccia temporale, la via tattile alla zona prefrontale) che consente la relativa decodificazione ed interpretazione logica-razionale. Ma tutti questi stimoli afferiscono prima all’amigdala e poi alla corteccia. Ed è proprio nell’amigdala  che gli stimoli  inducono la prima risposta emotiva, che può variare dall’attrazione, alla repulsione, dalla rabbia, alla gioia. Dunque i suoni, le immagini, gli stimoli tattili inducono prima una risposta emotiva e poi cognitiva razionale. Prima percepiamo emotivamente e poi cognitivamente. Da qui il potere delle immagini, dei suoni, degli stimoli tattili (nella RV) nel “condizionare” o quanto meno “predisporre” in un certo modo il ricevente delle informazioni. Quest’ultimo avrà una risposta finale ad un messaggio multimediale che non dipende solo dalle conoscenze già possedute (come si crede comunemente) ma anche dalle emozioni già possedute, che a loro volta hanno condizionato sin dall’inizio la decodificazione logico-razionale.L’uso di più stimoli (uditivi, visivi, tattili) potenzia ancor di più la risposta emotiva di quanto possa fare uno stimolo unico. Inoltre è sempre possibile la presenza di decodifiche conflittuali: una sensazione visiva che mi dà gioia può non corrispondere al contesto musicale utilizzato che mi dà dolore. L’effetto emotivo è comunque sinergico in opposizione, in potenziamento o in annullamento.

Concludendo, alcune acquisizioni scientifiche recenti pongono in primo piano il contesto emotivo del destinatario di un messaggio. Ma è ormai noto che  il destinatario non è solo un ricevente passivo di un messaggio. E non è la sola decodificazione razionale a determinare la sua risposta. Le sue emozioni precedenti, anche quelle più antiche, ancestrali, sprovviste di parole per descriverle, condizionano, influenzano, modulano la ricezione del messaggio.  Tornando a parafrasare il concetto illuminista espresso  all’inizio di questo articolo, non è la luce della ragione ad illuminare le menti degli uomini e condurli sulla via del progresso e della felicità, ma probabilmente è la forza dei sentimenti.
 
 

Riferimenti
D. Goleman: intelligenza emotiva. BUR, 1999

Yerkes RM (ed). Psychological Examining in the United States Army, in “Memoires of the National Academy of Sciences”, vol.15, 1921.

G. Vaillant, Adaptation to life, Boston, Litte, Brown, 1977

JK Felsaman e GE Vaillant: “Resilient children as adults: a 40-years study”, in   The Invulnerable Child, EI Aderson (eds), New York, Guilford Press, 1987

LeDoux: The emotional brain: the mysterious underpinnings of emotional life, Paperback, 1998.