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Metropoli e immaginario

Metropoli e immaginario

di LUCIO D'AMELIA (04 04 2005)

Se si risale ai primi archetipi della metropoli, prevale nell’immaginario collettivo, forgiato dal grande cinema espressionista di Fritz Lang, una spazialità densamente occupata dalle costruzioni dell’homo faber nella direzione verticale e nella dimensione del meccanico.

La metropoli è un eccesso che sovrasta ogni individuo e che, proprio per questo, richiede l’apparizione di nuove divinità, che si manifestano a somiglianza dell’essere umano ricomposto in sembianze originali dalle meraviglie della tecnica.

La metropoli è un territorio vasto controllato da forze superiori, la cui chiave di lettura è principalmente estetica, portatrice di un respiro di sorpresa e di stupefazione.

Nello sviluppo post-moderno, la metropoli di Blade Runner continua ad essere una proiezione verticale che domina su un mondo formicolante e bagnato di pioggia. Il robotico e l’automatico reclamano il proprio diritto alla vita, alla pari degli esseri che si aggirano casualmente e senza senso nelle viscere dell’agglomerato.

Il linguaggio appartiene a una strana sfera poliglotta, a una sorta di interlingua, come direbbero i linguisti, frutto di un crogiolo di razze e tradizione lontane da un qualsiasi multiculuralismo politicamente corretto.

Il nucleo centrale si riveste questa volta di un alone metafisico, di un interrogativo posto con forza dagli androidi programmati per concludere ineluttabilmente un’esistenza di operosi e ubbidienti schiavi.

Se si arriva infine all’ipermodernità di Collateral, la metropoli, che si è fatta megalopoli contradditoriamente piatta e verticale, incrocia i confini della natura esterna e talora può essere rioccupata dalle forze animali che la circondano (il coyote incrociato sulla highway) o che la frequentano (il killer spietato protagonista simmetrico del malcapitato tassista).

La notte continua a rappresentare il riferimento temporale di una limitata visibilità interna ed esterna, di una opacità che ancor prima che agli oggetti appartiene agli esseri umani o post-umani. E lo scambio delle parti tra i due protagonisti sembra suggerire un livellamento dei tipi umani intorno al minimo comun denominatore dell’istinto di sopravvivenza.

Questa sequenza di immagini è generata per associazione e per contasto dallo sguardo attento che Valeria Giordano rivolge al contesto evolutivo della metropoli, seguendo piste di ricerca che spaziano tra l’arte e la letteratura, l’architettura e la poesia, il cinema e la televisione, la ricerca sociale, la filosofia e le scienze della comunicazione.

La lettura di questo testo dimostra che si può e si deve pensare anche fuori degli stereotipi più amati e sicuramente più vicini a uno dei motivi profondi della metropoli moderna: l’inferno del moderno nel suo spaesamento metropolitano appunto.

L’approccio metodologico, che guida la ricerca dell’A., si caratterizza con un taglio lontano dalla logica accademica e risulta particolarmente fertile per la sua predisposizione all’ascolto e per la passione nella ricerca delle nuove forme di vita metropolitana.

“La metropoli, dunque, non è tanto uno spazio sociologico, quanto una ‘forma di vita’, non è tanto un territorio, quanto una dimensione. E questo significa che va studiata attraverso l’analisi delle sue espressioni, delle sue modalità comunicative, dei suoi linguaggi. Si tratta di affrontare il tema della comunicazione per tentare di riparare la sua componente lesa, quella che sottoposta a uno ‘stress’, a un sovrappiù di significati, tende a ritrarsi nell’afasia, nella incomunicabilità. [...] La metropoli, proprio in quanto ‘forma di vita’ – o ancor più in quanto ‘dispositivo culturale’ - sembra essere in grado di generare dal suo interno una risposta alla crisi comunicativa cui la sfida dell’eccesso l’aveva condannata. E lo fa attivando, generando, ‘forme di vita’ che esprimono le nuove necessità dei suoi abitanti, le diverse modalità di relazione, i particolari bisogni di narrare un mondo in trasformazione” (p. 135).

L’analisi del dispositivo culturale si dipana lungo ambiti disciplinari e attraverso personaggi paradigmatici diversi. Dei primi si è in parte già detto; dei secondi merita ricordare la serie ininterrotta che parte dal flâneur della prima modernità parigina per arrivare al cyborg hollywoodiano, attraverso le stazioni dell’oltreuomo, dell’avventuriero e del giocatore, dello spettatore, dello straniero, del consumatore, del nemico, del folle e del mostro.

L’incrocio dei temi e dei personaggi apre in definitiva uno scenario più ricco sulla tematica metropolitana, che può portare al superamento dei limiti e degli stereotipi della nostra comprensione.