Il 10 marzo 2003, le principali testate italiane hanno iniziato timidamente a parlare della guerra irachena. Ma anche se allora si trattava solo dei primi venti di guerra, presto le notizie del conflitto sono diventate le uniche notizie rilevanti, e la stampa ha finito col dedicarsi quasi esclusivamente all’Iraq. Le notizie di guerra preventiva e i veloci passaggi dedicati alle armi irachene, con il passare dei giorni, diventavano cronache diffuse, resoconti dettagliati degli avvenimenti. La guerra invisibile, verso la metà di marzo, diventa la colonna vertebrale dei quotidiani: dal 20 marzo al 10 aprile, le prime pagine parlano esclusivamente di guerra, e in media viene dedicato al conflitto l’87.4% della prima pagina.
Le pagine interne, a loro volta, dedicano all’argomento un 36.7%.

Se si ferma lo sguardo sulle prime pagine, è subito evidente che la cattura dell’attenzione del lettore è affidata alle fotografie e ai commenti redazionali. La vetrina del giornale ospita un gran numero di commenti: il 57% degli articoli ospitati rappresentano riflessioni e opinioni, e solo il 39% è costituito da cronache.
I commenti alla guerra hanno due funzioni fondamentali: da un lato cercano di approfondire i temi riguardanti il conflitto, e dall’altro approfittano della collocazione in prima pagina per dichiarare apertamente la linea politica del giornale: in altre parole, offrono al lettore un’introduzione critica alle notizie, orientandone l’interpretazione e la comprensione.

Il commento guida il lettore , gli indica come partecipare correttamente alla performance in atto, che è una performance di guerra e costituisce ormai il contenuto principale delle pagine interne.
Nelle pagine interne, il primato passa naturalmente alla cronaca. Il lettore, dopo essersi fatta un’idea di come interpretare gli avvenimenti, si trova faccia a faccia con l’evento: le cronache gli raccontano giorno dopo giorno le contingenze irachene, e la ricostruzione degli avvenimenti è tale da non sfuggirgli. A differenza della tv, la stampa permette una lettura lenta del conflitto, offre una visione complementare dei fatti.
Però chi scrive della guerra in Iraq? Come si analizzano gli avvenimenti? Dove si scrivono le notizie? Il 60% degli articoli viene scritto in redazione, al desk, e il 79% dei pezzi sono di provenienza italiana: è più attivo il corrispondente da Roma che quello da New York. Le notizie di guerra non arrivano quasi mai direttamente dal fronte: il conflitto iracheno che arriva al pubblico è una costruzione mediatica.
Il conflitto iracheno più che militare è un conflitto mediale. La guerra narrata dai giornali è la guerra che i giornali costruiscono. Le due culture che si confrontano in questa guerra devono fare i conti con le contingenze italiane: la stampa contribuisce così alla produzione e riproduzione di un’unica identità collettiva, legata a una visione sociale predeterminata e solida benché inadeguata alla comprensione del conflitto. Le cronache tendono a confermare un’idea molto diffusa, secondo la quale il mondo sarebbe di fatto diviso in due blocchi, da un lato i democratici e dall’altro i terroristi. Di conseguenza, danno peso e forza alla necessità di una guerra preventiva, danno realtà al presunto intensificarsi della tensione, cercano di documentare la felicità del popolo iracheno dopo l’arrivo delle truppe americane.
Nel contesto della narrazione di guerra l’inviato non è propriamente un traduttore: non si limita a raccontare nei termini specifici di una cultura i conflitti che accadono in un’altra, ma diventa una parte fondamentale della logica mediatica. L’inviato serve a fortificare la costruzione giornalistica della guerra, fatta in Italia, con l’autorità e la certificazione di chi è stato sul posto e ha visto di persona.
Costruire la guerra al desk, scriverla in Italia, usare gli inviati come artificio narrativo: non è un problema di giornalisti più o meno embedded. Il giornale si costruisce in redazione, la pagina diventa monotematica, offrendo diverse cornici interpretative all’interno delle quali il ruolo dell’inviato si riduce a icona dell’obiettività, a certificato di garanzia dell’etica giornalistica. Quello che conta, per il giornale, è dare una certa immagine di sé, all’interno della quale i lettori possano riconoscersi e trovare una qualche conferma alle proprie convinzioni. Le routines di guerra non servono solo a riprodurre un’identità sociale, servono a nutrire l’identità del giornale, che mette in scena se stesso in occasione dell’emergenza.