Le conseguenze economiche del Digitale Terrestre (DTT)
Le conseguenze economiche del Digitale Terrestre (DTT)
Chiedendo preliminarmente scusa a Sir John Maynard Keynes per l’abuso del titolo di uno dei suoi maggiori e drammatici contributi alla scienza economica, l’introduzione della televisione Digitale Terrestre rappresenta una tale novità da imporre l’uscita dalle querelles politiche di brevissimo periodo per provare ad immaginare uno scenario di medio periodo.
Difatti, prescindendo da quella sorta di terno al lotto rappresentato dall’indovinare la data in cui avverrà lo switch-off, e cioè il passaggio completo di tutto il broadcasting analogico al digitale, non c’è dubbio che questa tecnologia, per marxiana forza di cose, trascinerà notevoli cambiamenti.
Il primo e forse il più importante è costituito da quella sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci che il digitale trasferisce alle frequenze televisive disponibili. La capacità di compressione del segnale permessa dal digitale permetterà, ferma rimanendo l’ampiezza di banda di frequenza disponibile, di passare da una situazione di scarsezza di frequenze, ad un’abbondanza delle stesse.
Il secondo cambiamento, che è già in atto, è costituito dalla concorrenza tra canali satellitari e canali digitali terrestri. Lo scontro sarà duro, perché il digitale libera il numero dei canali mentre il tempo libero del consumatore finale è destinato a non aumentare. Né è possibile ipotizzare che il già alto consumo procapite di televisione italiano possa ulteriormente crescere. Anzi, per tutta una serie di ragioni socio-demografiche è destinato a scendere. Di conseguenza, il tempo libero destinato dal consumatore finale alla fruizione televisiva diventerà un aspro terreno di scontro tra contenuti proposti dalle varie televisioni, la cui capacità di offerta è moltiplicata dal digitale che, a loro volta, dovranno competere sempre più con l’home video, i videogiochi, Internet, l’editoria, ecc., oltre che con consumi di outdoor entertainment più tradizionali come il cinema, il teatro, la ristorazione, i viaggi, ecc.
Il terzo cambiamento riguarda la disponibilità di risorse: se la moltiplicazione è possibile per le frequenze, assai più complessa si presenta per la risorsa finanziaria pubblicitaria.
Si presenterà quindi una situazione di disparità tra canali da riempire e risorse pubblicitarie disponibili per ora di trasmissione. Questa sproporzione darà probabilmente luogo ad un quarto cambiamento che riguarderà il tipo di televisione che verrà offerta. Sarà una televisione divisa tra contenuti costosi di pochi canali e contenuti poveri di tutti gli altri? Oppure assisteremo ad una proletarizzazione del mezzo televisivo? In ogni caso, si può prevedere un impoverimento medio dei budget che comporterà un ridimensionamento della spesa prevista per i cast ed una struttura salariale del settore lontana dai livelli attuali. Si creeranno quindi nuovi posti di lavoro, a fronte delle tante ore in più di trasmissione da coprire, ma a livelli retributivi inferiori. Una strada, per altri versi, già percorsa dal settore dei periodici e dei quotidiani. La televisione ha un chance in più rispetto a questi ultimi, ha la possibilità di internazionalizzarsi, di offrire i propri contenuti anche sul mercato globale. Le premesse, stando ai prodotti televisivi attuali, non sono buone, ma la necessità può far miracoli.
Questo scenario va completato con alcune osservazioni di merito. La prima riguarda la soglia di acquisto del decoder che dovrebbe o potrebbe scoraggiare la diffusione del DTT. Si può osservare, sulla base della diffusione della telefonia mobile, che il costo del device è irrilevante rispetto all’utilità che si assegna al suo possesso. Se i canali digitali terrestri offriranno una qualità televisiva comparabile a quella dei canali satellitari, la loro gratuità accelererà notevolmente la diffusione dei decoder, con o senza contributo statale.
Questa osservazione ne solleva ahimè! una di politica industriale. Se avverrà nel DTT ciò che è avvenuto nella telefonia mobile, ci troveremo nella deprecabile situazione di un Paese che rappresenta il più largo mercato di consumo senza avere nel settore alcuna capacità di ricerca e sviluppo, tecnologica e produttiva. Una prospettiva davvero deprimente.
La stessa che negli anni 70 definì alcuni sistemi imprenditoriali sudamericani come borguesia compradora, senza capacità di innovazione e di investimento.
Riusciranno i nostri eroi, riuscirà la politica, il capitale, il management, l’opinione pubblica più consapevole di questo Paese ad invertire questa rotta? Per adesso non ci sono segni di resipiscenza, per il futuro………….. la risposta alla prossima puntata.
Gianni Celata con il contributo attivo e partecipato degli studenti del Corso di Economia dell’Informazione e della Comunicazione.