Registrati | Login

Cosa sono gli ebook

Cosa sono gli ebook

di VALERIO ELETTI (07 11 2008)

In occasione del suo intervento sugli e-book al Convegno che si tiene il 20 novembre all’Università Federico II di Napoli , Valerio Eletti propone qui la sintesi introduttiva del libro “Che cosa sono gli e-book”, scritto in collaborazione con Alessandro Cecconi e pubblicato dall’Editore Carocci nell’aprile del 2008.

Per prima cosa poniamoci una serie di domande: per e-book intendiamo il semplice file scaricabile da Internet o quello strano attrezzo spesso pubblicizzato ma quasi mai utilizzato che si presenta come un piccolo computer o un grande palmare? E, in quanto ai contenuti e alla loro forma: si tratta di una semplice digitalizzazione di testi tradizionali, come romanzi o saggi, oppure si può chiamare e-book solo un prodotto che contenga anche audio, video e animazioni, oltre alle immagini statiche (foto e illustrazioni, grafici e mappe) che già compaiono nei libri a stampa? E poi, nel caso di semplici contenuti testuali, attribuiamo agli e-book una qualche implicita forma di ipertestualità (ovvero tanti piccoli testi autonomi collegati fra loro da connessioni: vedremo poi meglio che cosa significa) e di interazione, oppure li immaginiamo come normali libri da “sfogliare” sullo schermo invece che su carta? Ma davvero dobbiamo chiamare e-book solo un testo da leggere su schermo, o inglobiamo sotto la stessa definizione anche contenuti lunghi e articolati da scaricare dalla Rete per essere in seguito passati alla stampante e letti su carta? (Tra parentesi: che significa in concreto “testi lunghi e articolati”?) E infine: è vero che esiste un nuovo dispositivo di visualizzazione (chiamato anch’esso e-book) senza retro-illuminazione, che assomiglia a un libro di carta?

Queste sono solo le prime domande, quelle più pressanti e rivelatrici di un panorama estremamente confuso e di situazioni ancora in via di definizione.

Ma non basta. Vedremo poi che, andando avanti con le descrizioni, le definizioni e le analisi, ci accorgeremo che parlare di e-book solleva anche una serie enorme di altre imprevedibili questioni che vanno al cuore della cultura occidentale e dell ’industria culturale che ha caratterizzato l’ultimo secolo e più: come quelle spinosissime del copyright, degli standard di distribuzione, dei ruoli di distributori e di editori, dell’editoria fai-da-te e addirittura dello spettro ricorrente della “morte del libro” e della questione che solleva in genere le reazioni più umorali: l’e-book “sostituirà” prima o poi il libro dei nostri giorni, con il suo odore, la sua tattilità, il suo carico di suggestioni anche fisiche?

In questa sintesi vogliamo dare i punti di riferimento essenziali per potersi orientare in tale dedalo di questioni: questioni certo aggrovigliate, ma anche comunque decisamente appassionanti per chiunque si chieda quali forme potr à (dovrà?) assumere l’espressione dei nostri pensieri e la loro memorizzazione nel futuro prossimo e in quello più profondo, nella consapevolezza che tali forme sono destinate comunque a incidere sulla struttura dei contenuti e quindi inevitabilmente in qualche modo anche sui contenuti stessi.

Gli e-book: che cosa sono?

Cerchiamo allora di dare una prima risposta chiarificatrice alle domande che ci siamo fatti, per poi entrare via via sempre più nei dettagli, seguendo gli “strati di approfondimento” che caratterizzano l’architettura di questo piccolo manuale.

Hardware e software

Questione centrale da chiarire subito: quando parliamo di e-book parliamo di software, di file, di bit, di testi digitalizzati oppure parliamo di hardware, di oggetti fisici, fatti di metallo, plastica e silicio, con uno schermo su cui si formano le immagini dei testi? La domanda solo all ’apparenza è legata all’entrata in scena dei libri elettronici: tanto è vero che la risposta si può intuire semplicemente riformulando la medesima domanda su un altro piano, ossia: quando parliamo di “libro” intendiamo il contenuto (i testi scritti, per esempio, da Philip Dick o da Ilya Prigogine o da Dante Alighieri...) oppure quel singolo specifico oggetto formato da un centinaio o più di pagine di carta, copertina e legatura, che possiamo toccare e maneggiare prendendolo dagli scaffali delle librerie e delle biblioteche, sul tavolo di lavoro o sul nostro comodino? La risposta la sappiamo anche se non ci siamo mai posti prima – giustamente – questa curiosa domanda: si chiama libro sia l’oggetto fisico sia il suo contenuto. Da questa constatazione – vedremo fra breve – si dipana un’interessante questione che riguarda il libro come bene pubblico e bene privato.

Ma andiamo per ordine e torniamo alla questione del significato della parola e-book: essendo una parola composta dal prefisso e-, che sta per electronic, elettronico, e dal sostantivo book, che significa libro, è evidente che la nuova espressione si porta dietro la medesima ambiguità della parola libro, a cui nella quotidianità non facciamo caso per il semplice motivo che nel libro cartaceo coincidono il “luogo della memorizzazione” dei contenuti (o “supporto contenitore”) e il “supporto di visualizzazione”. Al contrario, nella versione elettronica del libro, l’e-book appunto, il “luogo della memorizzazione” dei contenuti è un luogo indefinibile dal punto di vista fisico, un luogo in qualche modo diffuso e immateriale, che si trova sperso tra i circuiti di qualche computer (non necessariamente il nostro), in un mondo parallelo, a noi inaccessibile senza strumenti di traduzione, in cui tutto è fatto di uno e di zeri (non di atomi e di molecole); e il “supporto di visualizzazione” è quell’oggetto fisico che chiamiamo computer o pc o palmare (o appunto e-book), dotato di uno schermo su cui compaiono (si attualizzano) al nostro comando le immagini (virtuali) del testo.

E allora? Allora per il momento (e per molti anni a venire) non possiamo che accettare il fatto di chiamare con lo stesso termine e-book due (anzi tre) cose diverse: sia il contenuto sia l ’oggetto fisico (sia il tutt’uno costituito dall’oggetto fisico più il suo contenuto), così come facciamo con il termine libro, con l’obbligo di specificare a che cosa ci riferiamo (disambiguation, si usa dire nei testi americani) ogni qualvolta che il contesto potrebbe creare ambiguità. Ma comunque con la consapevolezza che nel caso dell’e-book c’è una distinzione ben percepibile fra i due significati del termine, al contrario di quanto avviene da secoli per il libro tradizionale. E a lungo andare si vedrà che questo non è un particolare trascurabile.

Il libro come bene pubblico e bene privato 

Ma torniamo all ’altra questione – accennata poco sopra – che deriva dalla compresenza nel libro di due distinte componenti: quella immateriale (i contenuti) e quella fisica (l’oggetto libro). Tale compresenza (piuttosto anomala nel mondo merceologico industriale) ha fatto scrivere saggi molto interessanti in particolare per gli addetti ai lavori (in primis gli editori e poi i distributori), dato che la componente immateriale, legata al concetto di proprietà intellettuale, conduce a una catena del valore diversa da quella della componente fisica, legata indissolubilmente al mondo della produzione industriale.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di inquadrare il nostro problema definendo in generale (e in maniera necessariamente sintetica e in qualche modo generica) le due tipologie di beni. Chiamiamo beni privati quelli che non possono più essere acquisiti e consumati da altri dopo essere stati acquisiti e consumati da un individuo. Qualunque merce consumabile, dalle scarpe ai pomodori in scatola, dalle bistecche ai quaderni per la scuola, viene infatti tolta dal mercato quando qualcuno l’acquista: il mercato viene privato di quell’oggetto specifico. L’oggetto libro rientra in questa categoria. Chiamiamo beni pubblici quelli che possono essere consumati da un numero indeterminato di individui: il consumo di un individuo non riduce la quantità del bene disponibile per gli altri; se andiamo a vedere un film o andiamo a sentire un concerto non priviamo gli altri della possibilità di assistere allo stesso concerto o alla stessa proiezione. In generale sono beni pubblici tipicamente i contenuti di un disco o di un film. E naturalmente anche quelli di un libro.

Dunque i prodotti editoriali cartacei hanno doppia natura di beni pubblici e di beni privati. E gli e-book? In questo caso le due componenti sono vistosamente e dichiaratamente divise. Anzi, abbiamo visto che, quando parliamo di e-book on line, la componente bene privato addirittura scompare: se ci mettiamo dal punto di vista della domanda, vediamo infatti che il lettore non deve acquistare il supporto fisico di visualizzazione e di lettura, dato che questo è costituito dal suo computer o dal suo palmare o dal suo e-book (inteso nel senso di hardware); il lettore in questo caso deve acquisire soltanto il diritto di scaricare il testo per poterne usufruire, senza dover compensare alcun costo industriale all’editore. Dal punto di vista dell’offerta, ciò significa che gli editori dovranno fare i conti in un futuro non lontano con due logiche ben distinte di creazione del valore (e di filiera produttiva), individuando quando e come potranno ottenere margini di guadagno a seconda dell’operazione governata: la scelta del testo fra i tanti disponibili, la promozione di quel testo indipendentemente dalla produzione industriale di oggetti che lo contengono e così via.

Avremo modo di tornare sulla questione nel momento in cui ci chiederemo quale potr à essere il ruolo dell’editore con lo svilupparsi del fenomeno e-book, sia nella sua declinazione completamente immateriale sia in quella mista, hardware più software.

Gli e-book: testi lineari, ipertesti o ipermedia?

Eccoci ora alla seconda delle questioni poste all ’inizio di questa sintesi introduttiva: quando parliamo di e-book intendiamo ipertesti multimediali interattivi oppure testi tradizionali, con un inizio e una fine, fatti di scrittura e di immagini statiche, esattamente come i libri su carta?

Qui ora ci limitiamo a definire solo qual è l’impostazione corretta della questione, per evitare ambiguità e confusioni; vedremo poi il ventaglio di forme e fattispecie di prodotti editoriali che possono essere raccolti sotto il nome di e-book. Ventaglio che – lo percepiamo già chiaramente – si allarga in varie direzioni via via che introduciamo nuovi punti di vista: da quelli della definizione merceologica, dell’offerta e della domanda, fino a quello, appunto, dell’organizzazione dei contenuti dell’e-book che trattiamo qui: forma testuale lineare, forma ipertestuale o forma ipermediale. Partiamo subito con il chiarire il significato che diamo – all’interno del nostro specifico contesto – a queste espressioni specialistiche. La forma testuale lineare dei contenuti: evitando di entrare nella complessa vicenda delle interpretazioni semiologiche del termine testo, che ci porterebbe drammaticamente fuori strada, ci concentriamo qui sull’aspetto lineare della forma del testo tradizionale: quell’aspetto per cui in ogni racconto e in ogni saggio esistono di regola un inizio ben determinato e una fine da raggiungere dopo una sequenza prefissata di pagine e un susseguirsi ordinato di ragionamenti o di vicende narrate. Tale aspetto viene qui sottolineato in contrapposizione agli aspetti caratterizzanti dell’ipertesto: una raccolta non sequenziale (una sorta di magazzino) di testi più piccoli dell’insieme dell’opera (detti anche lessìe), autoconsistenti, collegati tra di loro da link (connessioni): raccolta organizzata in modo da permettere al lettore di scegliere il punto di partenza della sua lettura/esplorazione, il percorso che gli interessa sul momento e la sua conclusione. Aggiungiamo una notazione importante: è vero che si parla di ipertesto solo da poco (Landow, 1997), in pratica da quando sono nati e si sono diffusi i grandi database depositati nei computer e connessi in rete, ma in realtà, se esaminiamo una a una le caratteristiche sintetizzate qui sopra, ci accorgiamo che le ritroviamo da secoli tutte insieme in un genere specifico di libri su carta: i dizionari, le enciclopedie e i cosiddetti reference. Si tratta di libri che non hanno un inizio e una fine (hanno di solito un ordine alfabetico solo per permettere di trovare ciò che si cerca in assenza – ovviamente – di un motore di ricerca) e che sono costituiti da lessìe autoconsistenti, collegate tra loro da rimandi interni, per cui il lettore può cominciare dove vuole e proseguire a seconda delle curiosità e degli interessi che i singoli testi gli inducono, per concludere poi la sua navigazione/lettura nel punto che crede, senza dover arrivare all’ultima pagina del volume.

Si parla infine di forme ipermediali dei contenuti quando a questa organizzazione ipertestuale si aggiungono (o si sostituiscono in tutto o in parte) al testo scritto altre componenti non testuali in senso stretto, ovvero apporti multimediali: sia immagini statiche e in movimento (foto, disegni, illustrazioni, grafici statici o animati, video, animazioni, ricostruzioni 3D più meno esplorabili e così di seguito) sia componenti sonore (brani testuali recitati in audio, effetti sonori d’ambiente e musiche).

Le aree di applicazione: libri tradizionali vs e-book

Una volta definito cos ì ciò di cui stiamo parlando, possiamo delineare per ovvia deduzione logica le due aree editoriali valorizzate rispettivamente dal supporto cartaceo e da quello digitale.

Il supporto migliore per i testi sequenziali come i saggi e i romanzi (per loro natura non multimediali e non ipertestuali) è ovviamente quello cartaceo: portare sullo schermo un testo scritto con una sequenza obbligata di lettura non ha senso, dato che un tale trasferimento non assolve ad alcuna esigenza specifica del lettore, che verrebbe penalizzato inutilmente rispetto all’uso del supporto tradizionale del volume su carta. Al contrario, la migliore fruizione dei reference, dei dizionari e delle enciclopedie avviene in digitale (e lo dimostra il grande successo che hanno avuto alla fine degli anni Novanta i reference su cd-Rom venduti in edicola a milioni di copie; cfr. Eletti, 2003) dato che, come abbiamo visto, si tratta di testi per loro natura non sequenziali, che possono trarre grande vantaggio sia dall’inserimento di video, musiche e altri apporti multimediali, sia dalla possibilità di utilizzare motori di ricerca semplici o meglio semantici.

Ma concludiamo questo argomento insinuando un dubbio e una nuova domanda fra le affermazioni che abbiamo appena espresso: tutto ci ò infatti è certamente vero oggi, ma che cosa succederà se e quando si affermeranno nel mondo i nuovi dispositivi che utilizzano l’e-paper, molto simili dal punto di vista fisico e tattile ai libri su carta, già diffusi in Giappone e in Corea?

Fra poco spiegheremo in sintesi che cosa è l’e-paper (la carta elettronica. Qui ci basti gettare il seme di un dubbio per cui, se davvero fra pochi anni (o anche decenni, non importa) leggeremo normalmente libri digitali su dispositivi elettronici basati sull’e-paper, chi ci dice che continueremo a fruire dei saggi e dei romanzi esclusivamente su carta? Chi può dire se le prossime generazioni di lettori non avranno un unico dispositivo hardware per leggere, sfogliare, consultare, annotare e memorizzare tutti i testi di loro interesse, dai giornali ai libri di testo scolastici e alle dispense universitarie, dalle enciclopedie e dizionari di riferimento fino ai romanzi da portarsi in vacanza o ai saggi da leggere prima di dormire? Tra l’altro solo un’ipotesi del genere solleva davvero la questione della sostituzione della “tecnologia libro” da parte della “tecnologia e-book”.

L’evoluzione della tecnica

Eccoci dunque a chiarire i concetti base per quanto riguarda gli aspetti tecnici dell ’e-book nella sua declinazione di oggetto fisico, vale a dire di parte hardware del libro elettronico, dai vecchi dispositivi come i personal computer più o meno portatili agli strumenti più attuali come e-paper ed e-ink (affronteremo dopo l’altro corno del problema: i concetti chiave che riguardano i contenuti, la parte che possiamo considerare software, e in particolare il problema degli standard e della protezione della proprietà dei contenuti).  

Hardware: un punto debole dell’e-book  

Dichiariamo subito che l ’hardware oggi è la criticità più vistosa (anche se non la sola, come vedremo nel prossimo paragrafo) dell’e-book. Lo dimostrano in concreto i tanti annunci di successo e i lanci faraonici di dispositivi di tutti i tipi e di tutte le dimensioni miseramente falliti nel corso dell’ultimo decennio. Ma lo si può dimostrare anche semplicemente a fil di logica con una comune constatazione di buon senso: perché mai il lettore dovrebbe utilizzare una tecnologia più scomoda di quella che già utilizza da sempre senza problemi? O, in altre parole, perché il lettore dovrebbe prendersi la briga di scegliere un dispositivo più pesante e ingombrante del libro cartaceo, che necessita di alimentazione elettrica, di un avvio lungo e noioso, del rispetto di standard non sempre condivisi, senza la possibilità di prendere un appunto sulle pagine in lettura e con il fastidio di stancarsi gli occhi davanti a quello schermo che equivale a una fitta matrice di migliaia di microscopiche lampadine sparate negli occhi? Lo può fare solo se il nuovo dispositivo gli permette di accedere a opportunità nuove e particolarmente vantaggiose, tali da compensare ampiamente tutti i disagi: e cioè solo se gli permette di accedere agevolmente a contenuti multimediali di tipo enciclopedico, di navigare in rete, magari condividendo contenuti con altri lettori/autori, di usare motori di ricerca efficienti ed efficaci, con l’obiettivo di leggere quasi esclusivamente quelle tipologie di brani brevi, veloci e sintetici che caratterizzano Internet (non i lunghi e articolati testi che caratterizzano la forma libro). E infatti i lettori di tutto il mondo non hanno problemi a usare il computer – con tutti i suoi difetti – per accedere a servizi innovativi che non si trovano nel mondo fisico ma solo nel Web. Hanno invece giustamente molte resistenze se si propone loro di leggere testi lunghi e articolati (quelli che – abbiamo detto – percepiamo come “libri”) su di uno schermo che disturba la vista e che presenta solo svantaggi rispetto al testo su carta.

Siamo cos ì giunti per un altro percorso e da un punto di vista diverso alle stesse conclusioni del paragrafo precedente: l’e-book per ora è vantaggioso rispetto al libro su carta solo per i reference, siano essi enciclopedie o dizionari su cd-Rom oppure siti, portali o luoghi di scambi di informazioni sul Web.

Che cosa sono l’e-paper e l’e-ink?

Ma abbiamo anche affermato che l ’e-paper potrebbe sparigliare le carte e far pesare il piatto della bilancia dei vantaggi dalla parte dei nuovi dispositivi elettronici, e abbiamo inserito un rimando esplicito a queste righe per la spiegazione di che cosa sia questa e-paper o carta elettronica. La definiamo quindi subito in maniera sintetica, senza entrare qui nei numerosi e variegati dettagli storici e tecnici e nelle analogie e le differenze fra e-ink ed e-paper, di cui qui diamo solo il principio di funzionamento comune, senza fare distinzione in questa sintesi fra le due soluzioni tecniche, peraltro piuttosto simili nei principi di base.

Sia l ’e-paper sia il suo quasi omologo e-ink hanno origine infatti dal recente sviluppo commerciale della stessa tecnica messa a punto in via sperimentale già alla fine degli anni sessanta al Palo Alto Research Center: una tecnica basata sull’elettroforesi, che permette di far migrare – grazie a specifici campi elettromagnetici gestiti dal sistema operativo –particelle cariche disperse in un fluido. In sostanza – a questo primissimo livello di spiegazione – basti dire che un e-book fisico su e-paper (o che utilizzi l’e-ink) è costituito da una superficie simile alla carta (non retro-illuminata) su cui si stagliano in maniera permanente i caratteri del testo in un nitido nero su bianco, senza bisogno che si utilizzi elettricità, se non per “voltare pagina”, ossia per accedere alla pagina di testo successiva o precedente a quella in lettura, o per operare ricerche nel testo.

Il principio di funzionamento non è complicato: questo tipo di carta artificiale custodisce, sotto la sua superficie superiore traslucida, milioni di sferette mezze nere e mezze bianche, che si dispongono a formare i caratteri e le figure della pagina, ruotando ciascuna su se stessa a mostrare la faccia bianca o quella nera, in base agli impulsi elettromagnetici che vengono dal sistema operativo, come se fossero puntini di inchiostro tipografico (raster), invisibili come quelli al nostro occhio (in effetti il processo è molto più vario e complesso, ma in questo primo approccio vogliamo dare solo un’idea di massima di ciò di cui stiamo parlando). Ciò significa che al lettore appare una normale pagina (flessibile, leggibile sotto la luce come quella di un qualunque libro, che non necessita di energia elettrica per mantenersi “accesa”) collegata però a software che permettono di usare motori di ricerca e di attivare molti dei vantaggi dei normali computer, senza portarsi dietro i gravi difetti e i disagi dei pc o dei palmari o dei dispositivi e-book di prima generazione.

Una killer application?

Da quanto abbiamo detto, appare chiaro che un dispositivo e-book basato sull ’e-paper può diventare la killer application per quanto riguarda la fruizione di testi lunghi e articolati in formato digitale; tanto più se teniamo conto del fatto che alcuni dei prodotti in commercio negli usa e in Asia permettono anche di prendere appunti sulla stessa carta elettronica e di memorizzare quantità notevoli di testi: le prime e più soddisfacenti applicazioni sono infatti in campo universitario (raccolte di testi e di dispense da studiare, insieme con i dizionari o i repertori di riferimento) e nella fiction (in particolare per quanto riguarda i manga giapponesi). A proposito di quest’ultima applicazione, diamo conto qui tra parentesi di un fenomeno in piena crescita che potrebbe deviare il processo di affermazione dell’e-book, almeno in questo settore: da qualche anno infatti in Giappone (e più di recente in altri paesi dell’Estremo Oriente) si è diffusa l’abitudine di abbonarsi a provider che mandano settimanalmente sul cellulare di terza generazione le nuove puntate dei manga più amati dal pubblico. Ciò significa, che – contrariamente a quanto hanno sempre affermato gli esperti del settore – il lettore comune accetta di buon grado una fruizione su schermi relativamente piccoli, per lo meno per le graphic novel, i racconti in cui la storia viene presentata da un mix di immagini e testi tipico dei fumetti.

Editori e diritto d’autore

Siamo cos ì arrivati ad affrontare quello che abbiamo chiamato “l’altro corno del problema” rispetto all’hardware e ai dispositivi di supporto e lettura: ad affrontare cioè i concetti chiave relativi ai contenuti, la parte che possiamo considerare software, e in particolare il problema degli standard, quello della protezione della proprietà dei contenuti e quello del ruolo che avranno gli editori (e i distributori) nella pubblicazione di e-book. Cominciamo da quest’ultimo: uno dei temi focali, dal punto di vista dell’offerta, in questa prima panoramica sugli e-book.

Come cambia la filiera editoriale?

Molti esperti del settore, sia nell ’ala degli “integrati” sia in quella degli “apocalittici”, per motivi opposti, affermano che una diffusione di massa degli e-book porterebbe a un radicale cambiamento in tutti i ruoli e in tutte le funzioni della filiera del libro. Porterebbe in particolare alla scomparsa dei distributori (quelli che fanno partire quotidianamente dai magazzini camion pieni di libri per fornire le librerie sparse sul territorio); porterebbe alla semiscomparsa degli editori; e porterebbe perfino alla trasformazione del ruolo degli autori, che in un futuro non lontano dovrebbero condividere il loro status con altri co-autori in un regime di collaborazione diffusa, promossa dagli strumenti cooperativi del Web 2.0.

Cerchiamo allora di inquadrare lucidamente la questione dello stravolgimento della filiera (causato in sostanza dalla separazione netta e sostanziale fra dispositivo di lettura e contenuti digitali del libro elettronico), ricordando per ò che comunque già a partire dalla metà degli anni Ottanta l’introduzione sempre più massiccia delle tecniche digitali (personal computer e desktop publishing) ha ampiamente cambiato molte delle figure e delle azioni che caratterizzano la filiera produttiva e la catena del valore del libro anche nelle case editrici più tradizionali: dalla scrittura digitale degli autori, organicamente diversa dalla vecchia stesura a mano o sulla macchina da scrivere, alla fotocomposizione, dall’impaginazione alla redazione con software dedicati, fino alla stampa che ha potuto moltiplicare le sue potenzialità grazie alle macchine digitali (Eletti, 2003).

Distributori  

La loro funzione è sicuramente quella più minacciata dalla diffusione degli e-book: lo si capisce anche intuitivamente osservando ciò che sta accadendo ai distributori di prodotti musicali. Ma va sottolineato il fatto che, se si può prevedere che alla lunga possa ridursi drasticamente il trasporto fisico di libri lungo le strade fino alle librerie, la figura del distributore potrà (può) vestire però altri panni, simili per esempio a quelli di Amazon o delle grandi librerie on line, in grado sia di vendere il file digitale di testo direttamente su Internet sia di fare da tramite per i libri cartacei fra il magazzino dell’editore e la casa del cliente utilizzando spedizionieri terzi (trasportatori in outsourcing).

Autori 

Abbiamo accennato, in apertura di paragrafo, al fatto che il modo di esprimersi e di comunicare con il lettore è già molto cambiato con l’utilizzo del pc da parte dello scrittore: basti pensare a ciò che comporta nella spontaneità, nella strutturazione e nello stile di scrittura (in positivo e in negativo, attenzione!) l’abbandono del vecchio obbligo di scrivere su più copie con la carta carbone, obbligo che rendeva impossibile apportare correzioni al volo, che rendeva difficile ristrutturare parti del testo e che obbligava l’autore a prevedere nei minimi dettagli ciò che avrebbe scritto...

Ma molti altri e più massicci cambiamenti si stanno affacciando sulla scena sociale in conseguenza del fatto che qualunque autore ha sempre più in concreto la possibilità di diventare editore di se stesso. Così si moltiplicano gli aspiranti autori: non solo i pochissimi talentati che per qualche ragione hanno difficoltà a trovare il canale giusto per pubblicare, ma anche e soprattutto la grande massa informe dei velleitari che danno e daranno sempre più sfogo alle loro frustrazioni grazie alla possibilità di pubblicare in rete senza filtri e senza altro impegno che non sia quello del proprio tempo, intasando così con opere mediocri o peggio molti dei siti e dei luoghi dedicati alla lettura.

E mentre si percepisce il pericolo che sempre più persone si mettano a scrivere e sempre meno continuino a leggere, si assiste in parallelo al diffondersi e al moltiplicarsi di fenomeni di costruzione collaborativa dei testi: l’esempio più vistoso è quello dei blog, che nella stragrande maggioranza dei casi rappresentano appunto la pubblicazione viscerale di pensieri personali e di reazioni istintive alle affermazioni altrui, senza il necessario supporto della riflessione e della costruzione ponderata della forma e del contenuto. In sostanza, una trasposizione superficiale e consumistica delle sperimentazioni di scrittura collettiva dei dadaisti, articolate poi per tutto il Novecento in forme sofisticate e stimolanti da gruppi di autori anonimi raccolti sotto un unico nome multiplo come il provocatorio Luther Blissett o, viceversa, da eteronimi creati da un singolo autore come il poeta portoghese Fernando Pessoa.

Perché un tono così polemico? Perché il rischio che si corre con il dilagare della scrittura non selezionata dei libri o dei blog (così come nella parallela esaltazione mediatica dei velleitari senza talento dei reality televisivi e dei saranno famosi), il rischio è quello di trovarsi in un mondo in cui ognuno cerca di gridare più del vicino per farsi sentire non si sa da chi, con il risultato di produrre rumore sempre più forte e diffuso senza proposte utili per gli altri: una sorta di Torre di Babele del xxi secolo.

Ma questa polemica ha anche una sua ragione interna: ci aiuter à a capire il ruolo dell’editore nello scenario che contempla i libri elettronici.

Editori 

La figura più critica nel passaggio dal libro tradizionale al libro elettronico è sicuramente quella dell’editore. Per capire il motivo di quest’affermazione ripercorriamo velocemente le caratteristiche di questo imprenditore piuttosto anomalo nel panorama produttivo di oggi come dei secoli passati (per le sue origini e il suo profilo si veda il riquadro di approfondimento).

Dunque, ricordando che l ’editore tratta una tipologia di prodotti che sono contemporaneamente bene pubblico e bene privato, e che svolge un ruolo di mediatore fra autore e lettore, proseguiamo nella descrizione del suo singolare profilo di imprenditore notando che i suoi conflitti interni non finiscono qui: l’editore infatti deve anche saper trovare il giusto equilibrio fra gli interessi economici (per mantenere sana la sua azienda) e l’affermazione delle sue idee (l’imprenditore che sceglie di essere editore lo fa infatti perché ha una sua visione del mondo che vuole affermare con le proprie iniziative sia industriali sia culturali, in un tipico processo memetico); e poi deve gestire una filiera complessa che parte dall’individuazione degli autori e/o dei testi da pubblicare, per arrivare alla promozione e alla distribuzione commerciale, passando per due tipi di produzione molto diversi tra loro, quella redazionale e quella industriale.

Da queste definizioni generali, possiamo ora far scaturire l ’analisi delle azioni che spettano all’editore in un contesto nuovo come quello degli e-book: quale sarà il suo ruolo? Ancora quello di industriale? O quello di semplice investitore? Quello di diffusore di conoscenza? Quello di garante della qualità dei contenuti?

Le funzioni tradizionali che vengono certamente minate dal nuovo prodotto e dal suo mercato sono quelle di produttore industriale e di distributore commerciale, nell ’accezione legata alla fisicità degli oggetti libro.

Rimangono invece vivi e talvolta addirittura rafforzati i ruoli di talent scout, di allestitore di prodotti editorialmente e redazionalmente professionali, di promotore e commercializzatore dei testi prescelti: in una parola, di garante del lettore per quanto riguarda la linea editoriale e la qualità delle scelte effettuate; e garante dell’autore in quanto attivo nelle azioni di selezione e di promozione delle opere pubblicate. Ruoli non certo secondari in un mondo in cui il problema del fruitore finale non è quello di poter accedere a informazioni o saperi, ma quello di selezionare le cose di proprio interesse in un’offerta confusa e turbinosa di proposte: quello cioè di affidarsi a un organizzatore di contenuti fidato – a un garante appunto – per potersi orientare fra prodotti di qualità diverse che vengono strillati tutti insieme per farsi acquisire.

Standard e protezione dei contenuti degli e-book 

Che cosa significa “standard” e perché se ne parla come di una cosa fondamentale per gli e-book, mentre per i libri tradizionali non si è mai posta la questione in alcun modo? La risposta è lapalissiana, dopo tutto ciò che abbiamo detto: visto che negli e-book il contenuto è definitivamente distinto dal dispositivo di supporto e di lettura, nasce insieme con questa nuova tecnologia la possibilità di leggere qualunque testo digitale su qualunque dispositivo. Da qui discende immediatamente il bisogno di stabilire regole universali di codifica che indichino in maniera univoca la sequenza esatta delle informazioni necessarie a qualunque sistema operativo di interpretare le stringhe di 1 e 0 che costituiscono il testo digitalizzato.

E il problema degli standard è a sua volta strettamente collegato con quello della protezione dei contenuti: le modalità di codifica, infatti, se sono le chiavi per far dialogare contenuti e dispositivi di lettura tra loro, sono anche di conseguenza le chiavi per permettere all’editore e/o all’autore di farsi riconoscere dal lettore un compenso per l’accesso al testo che, se fosse in chiaro e non criptato, diventerebbe di dominio pubblico e quindi completamente gratuito, senza la possibilità per i detentori dei diritti di ottenere alcun compenso economico per il lavoro fatto.

I sistemi studiati per impedire all ’utente di compiere azioni lesive del diritto di proprietà dei contenuti si chiamano drm, ovvero sistemi di Digital Rights Management.

Noi ora ci fermiamo qui, alla semplice definizione: le questioni della protezione dei diritti (non solo per gli e-book ma in generale per tutti i prodotti digitali) sono infatti estremamente delicate e sintetizzarle troppo significherebbe tradirne automaticamente l ’intrinseca complessità.

Ma prima di passare alla parte conclusiva di questa sintesi, vogliamo dare qualche spunto di riflessione generale che dia l ’idea di quanto sia scivoloso (ed estremamente pericoloso per la libertà di espressione, se mal gestito dalle autorità nazionali e internazionali) il terreno in cui ci si muove quando ci si addentra nelle questioni relative ai diritti legati alle opere digitali. Il passaggio dall’analogico (stampa, pellicola, nastro magnetico o vinile che sia) al digitale (stesse sequenze di 1 e di 0 indifferentemente per testi, musiche, immagini e addirittura anche per gli stessi algoritmi di gestione dei dati) comporta infatti una serie di conseguenze profonde nel concetto stesso di autore: prima fra tutte quella che concerne la non distiguibilità fra originale e copia; e poi la facilità estrema di intervenire su opere altrui (da tutelare?), creando nuove opere (anch’esse da tutelare?) composte da spezzoni di altri lavori: sia parti di testi, musiche o immagini altrui, sia software di manipolazione come gli authoring tools. Da tutto ciò discende la necessità sempre più urgente di un ripensamento generale non solo delle regole ma anche dei princìpi che stanno alla base delle regole del vecchio copyright, legato a prodotti fisici ben definibili: principi e regole che portano i legislatori a porsi domande ontologiche, che stanno a monte di qualsiasi legge, ovvero la necessità di distinguere fra protezione dell’autore (proprietà intellettuale), protezione dell’opera (in tutte le sue forme, in tutto o in parte, con scopi educativi e commerciali ecc.) e protezione dell’investitore (l’editore, con il suo copyright).

Forme e fattispecie dell’e-book 

Concludiamo questo saggio dando una panoramica veloce sulle diverse tipologie di prodotti editoriali che possono emergere dalla digitalizzazione dei contenuti attraverso le varie declinazioni del concetto di e-book. Possiamo articolare questo ventaglio di tipologie di prodotti partendo da quella più legata alla formula del libro a stampa per arrivare a quelle più distanti dal prodotto tradizionale: e dunque partiamo dalla presentazione del print-on-demand per arrivare agli e-book ipermediali, passando per i testi scaricabili da Internet, per quelli accessibili in modalità wireless e per i testi e ipertesti leggibili su dispositivi basati su e-paper.

Fruizione su carta: il print-on-demand. Tradotto in italiano significa “stampa su richiesta”. Si tratta di una tecnologia e di un modello di business sviluppati in particolare dalle copisterie collegate alle grandi università, soprattutto in Nord Europa e in America: il testo (di norma libri tradizionali digitalizzati) è disponibile in forma criptata on line al libraio/tipografo che possiede una macchina di stampa digitale e di rilegatura che permette di stampare e allestire nel giro di pochi minuti il libro richiesto: è possibile stampare anche solo parti del libro, pagando i diritti connessi alla quantità di testo scaricato e stampato. Questa tecnologia permette di eliminare le spese di magazzino e di trasporto, di evitare le fotocopie illegali e di accedere anche a testi fuori catalogo. Esiste poi un modello di business che vede spostato on line anche lo stampatore, che risponde alle richieste del singolo lettore stampando il libro presso di sé, per spedirlo poi all’utente via corriere nel giro di una giornata.

Fruizione diretta on line. In questo caso Internet è sia il magazzino sia il canale distributivo dei testi; fenomeni emergenti (non previsti a priori) di questo modello di business sono sia la nascita di comunità molto coese (parcellizzate e specialistiche) di lettori, sia la competizione fra strutture pubbliche e strutture private per la costituzione di biblioteche digitali ad accesso gratuito o semigratuito.

Fruizione wireless su dispositivi mobili. Si tratta della frontiera più effervescente e attuale. L’affermazione di questa declinazione degli e-book (la declinazione più piena e completa, hardware e software, che può mettere davvero un’ipoteca sulla sostituzione – almeno parziale – del libro da parte dell’e-book) dipende in sostanza dal successo dei dispositivi di lettura sviluppati su tecnologia e-paper o e-ink. Fenomeno anomalo e collaterale, ma comunque molto interessante, è quello già citato dei manga fruiti in Estremo Oriente sui telefoni cellulari di ultima generazione.

E-book ipertestuali e ipermediali. Finora abbiamo citato declinazioni dell’e-book che si riferiscono a contenuti molto tradizionali: testi sequenziali di narrativa e saggistica, corredati al massimo di qualche apporto multimediale secondario, limitato alla riproduzione di immagini (foto, grafici, illustrazioni), come nei volumi su carta. Facciamo ora l’ultimo salto e citiamo le frontiere mediali dell’e-book che non riguardano i dispositivi di lettura ma solo e squisitamente i contenuti. Abbiamo già detto che il lettore trae effettivo vantaggio dall’utilizzo (pur se ancora spesso disagevole) di sistemi editoriali digitali soltanto nel caso in cui la fruizione riguardi testi non sequenziali (ipertestuali), ricchi di apporti multimediali e fortemente interattivi, dotati di motori di ricerca efficaci e se possibile semantici. Questo è il caso – abbiamo visto – dei testi ipertestuali e ipermediali. I primi sono interessati in questo momento da una sfida davvero epocale, dal risultato ancora imprevedibile: quella che vede impegnati molti scrittori in tutto il mondo nel tentativo di scoprire se davvero è possibile narrare (e/o spiegare) utilizzando una scrittura per frammenti navigabili a piacere dell’utente, senza una sequenza progettata dall’autore. Paradossalmente invece i secondi, gli ipertesti multimediali o ipermedia, hanno un orizzonte di applicazione molto più solido e definito, dato che vanno a coprire – con evidenti vantaggi per l’utente – quello spazio di enciclopedie, reference e dizionari che ha già visto vincente il supporto cd-Rom rispetto al prodotto su carta.

Riflessioni conclusive

Da questa carrellata sintetica si pu ò percepire uno scenario di grandissimo interesse, che potrebbe vedere presto e profondamente modificate molte delle nostre certezze culturali più consolidate: il libro su carta infatti ha permeato e modellato nell’intimo la nostra cultura e il nostro modo di organizzare il pensiero; e quindi l’introduzione di nuovi elementi strutturali in questo strumento principe della conservazione della memoria collettiva e dell’elaborazione delle idee porterà come prevedibile e inevitabile conseguenza un’accelerazione verso processi memetici potenziati dalla reticolarità della conoscenza. Una conseguenza irreversibile, dato che per gli e-book – così come è stato per tutte le innovazioni tecnologiche che ci hanno profondamente cambiato, dalla televisione al telefono, dalle reti elettriche a quelle informatiche – non potrà non avvenire il fenomeno di lock-in caratteristico di tutte le innovazioni che danno una svolta alla storia dell’umanità nel suo complesso (le tecnologie formano un tessuto sempre più fitto, una sorta di rete altamente connessa, un sistema dinamico e instabile che, in quanto tale, può far emergere un imprevisto ordine interno di livello superiore, quasi organico: si veda a questo proposito Waldrop, 1992).

Possiamo invece parlare solo di probabilit à (seppure elevata) quando prendiamo in esame la possibilità che l’utilizzo di contenuti digitali di facile accesso e reperimento, nel giro di poche generazioni, possa dare luogo a un sistema complesso dinamico adattativo che potrebbe portare a sviluppi imprevedibili – addirittura a un salto di livello – dell’intelligenza collettiva e connettiva della nostra intera specie.

Gli e-book – nelle loro varie declinazioni, insieme con le dinamiche proprie del Web 2.0 e dello sviluppo semantico dei motori di ricerca – possono diventare in effetti strumenti critici per la fluidificazione della circolazione delle conoscenze, mettendo in strettissima connessione tutti gli elementi delle nuove reti organiche emergenti: milioni di “cellule” costituite sia dai cervelli delle persone connesse in rete (mente, memoria, percezione, reazione, adattamento, apprendimento, riproduzione di memi) sia dalle loro protesi cognitive (software operativi, esecutivi e simulativi, database dinamici, sistemi esperti, agenti intelligenti singoli e multipli).

Il che potrebbe (potrebbe!) dar luogo all ’emersione di un sistema complesso evolutivo pensante – di una sorta di coscienza – di gerarchia superiore a tutti i sistemi a noi noti.


Riferimenti
La tecnologia libro

Perché parliamo di “sviluppi tecnologici” anche quando trattiamo del tradizionale libro a stampa? Per il semplice motivo che il libro – anche se il suo utilizzo, fin dalla prima infanzia e da tante generazioni prima di noi è talmente parte della nostra formazione, del nostro svago e della nostra informazione da sembrarci quasi una cosa “naturale” – come noi oggi lo conosciamo in realtà non è altro che il risultato di una serie stratificata di invenzioni, di sperimentazioni e di messe a punto e diffusioni di strumenti tecnologici, modelli applicativi e apparati cognitivi che si sono rinnovati di continuo nel corso di millenni e in particolare negli ultimi secoli. Rinnovamenti che sono avvenuti a volte con salti netti e improvvisi, anche traumatici, così come oggi appare traumatico il passaggio dal libro tradizionale all’e-book: pensiamo solo ai rotoli di papiro (volumen) dell’antichità classica che hanno lasciato il posto prima a grossolane raccolte di fogli scritti a mano, e poi via via a libri sempre più sofisticati, rilegati, con frontespizio e copertina, e con l’affermazione – appena cinque secoli fa – della stampa a caratteri mobili e quindi con la sequenza inarrestabile di innovazioni strutturali come la numerazione delle pagine e l’introduzione dell’indice, e di apparati di supporto come le finestre, le note, il glossario, e quel primitivo ma efficace motore di ricerca costituito dall’indice dei nomi. In altri casi si è trattato di rivoluzioni tecnologiche striscianti, quasi impercettibili, che però hanno lasciano il segno in maniera molto più profonda di quanto non possa apparire, pur senza provocare traumi. Basti pensare ai rivolgimenti che si sono avuti negli ultimi decenni senza che nessuno ne abbia parlato, grazie al processo di ri-mediazione che generalmente subiscono i vecchi media all’arrivo dei nuovi: pensiamo cioè a come mimano la multimedialit, l’ipertestualità e l’interattività ormai tutti i testi scolastici, che non presentano quasi più lunghi capitoli descrittivi, ma organizzano i contenuti in blocchi circoscritti, spesso su doppie pagine, in cui il testo portante è brevissimo e ci sono una decina di lessìe divise fra box, riquadri e curiosità, didascalie lunghe e glosse che richiamano i concetti principali; il tutto ampiamente supportato da immagini numerose e variamente disposte nelle due pagine a fronte.

L’editore: prototipo dell’imprenditore moderno

Diversi studiosi, in primis Marshall McLuhan nel suo fondamentale Galassia Gutenberg del 1962 (McLuhan, 1976), individuano nella figura dell’editore addirittura il primo imprenditore del mondo moderno: colui che, poco dopo il Mille, con la nascita delle prime università e diversi secoli prima dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, seppe utilizzare (diremmo oggi) il suo know how e il suo capitale per fare business, avendo individuato uno specifico mercato potenziale nella domanda crescente di copie dei principali testi utilizzati dagli studenti, a cui rispondere con propri prodotti creati ad hoc.

Quali erano le capacità, abilità e conoscenze indispensabili per l’avvio e la gestione dell’impresa editoriale? L’imprenditore-editore già nove secoli fa doveva conoscere le fonti presso cui recuperare i testi originali (già esistenti oppure da compilare), doveva avere la capacità di scegliere la mano d’opera qualificata (prima gli amanuensi e poi i tipografi) a cui affidare il compito di realizzare diverse riproduzioni conformi all’originale, doveva avere a disposizione o doveva sapersi procurare il capitale da anticipare per poter pagare questi lavoratori, doveva conoscere i canali distributivi e il target da colpire, e infine doveva sapere come pianificare i tempi, le quantità e le tipologie dei prodotti da pubblicare, tenendo conto delle azioni dei concorrenti, per recuperare il capitale investito e ottenere il proprio margine di guadagno, evitando tutti i tranelli disseminati nella filiera che lo avrebbero potuto far fallire. Il tutto velocizzato ed esaltato poi nel bene e nel male con l’arrivo dell’invenzione di Gutenberg e della stampa industriale.