È interessante a fini conoscitivi approfondire la situazione della Germania che visto l’impianto federale della radio di servizio pubblico ha adottato una struttura decentrata e relativamente autonoma rispetto alle istituzioni politiche e di fatto fornisce presupposti positivi per lo sviluppo di politiche di comunicazione multiculturali vicine alle situazioni concretamente esperibili sul territorio.
Lo stallo in cui versano la riflessione e il dibattito teorico sull’elaborazione di programmi per immigrati dipende essenzialmente dall’assenza di linee guida precise per governare e rendere conto del costante aumento della diversità culturale all’interno della società tedesca. Si ha tuttavia l’impressione che l’esperienza maturata negli ultimi trent’anni possa consentire una buona base di partenza per la ridefinizione dei programmi e degli obiettivi esistenti. Abbiamo parlato del servizio radiofonico tedesco, per creare un termine di paragone è, però, necessario allargare il discorso ad alcune delle nazioni più avanzate e più importanti d’Europa.
La Gran Bretagna, ad esempio, dal punto di vista istituzionale è il paese che si è dotato delle strutture e degli strumenti più adatti a perseguire in profondità una politica di comunicazione multiculturale il più possibile aderente ai bisogni espressi dalle proprie minoranze etniche e fedele ai valori del pluralismo culturale affermatisi nel proprio contesto politico e sociale. Nel contesto britannico queste politiche sono di più facile applicazione dato che il carattere della frammentarietà è molto contenuto a causa di una diversificazione razziale non molto elevata. Inoltre l’esperienza della Gran Bretagna lascia trasparire che grande importanza è ricoperta dal carattere trasversale della programmazione multiculturale che evita la creazione di programmi ghettizzanti. Nonostante i network regionali della BBC attuino una programmazione mirata i dati disponibili mostrano che le minoranze etniche ascoltano principalmente radio private; la BBC regionale attrae circa il 20% della minoranza asiatica, soprattutto grazie a BBC Asian Network risulta invece scarso il successo tra le altre minoranze. L’obiettivo di rappresentare la società britannica viene perseguito anche attraverso una consapevole politica delle pari opportunità che muove dal presupposto che qualsiasi approccio alla programmazione multiculturale risulterebbe inevitabilmente paternalistico se non fosse adeguatamente sostenuto da una politica del lavoro capace di dare spazio e voce ai membri delle minoranze all’interno dei media. La massima espressione di questa politica è la nascita di programmi che attuano politiche di promozione del minority recruiment prefiggendosi obiettivi specifici: la BBC in particolare ha identificato le quote relative al proprio personale che variano dall’8% per la produzione, la pianificazione e il world service, all’11% per il personale e gli affari legali, al 13% per le finanze. La stessa emittente ha promosso diversi corsi di formazione per gli operatori dei media riservando quote per le minoranze o addirittura predisponendo programmi specifici in realtà non molto lontane da quelle iniziative di discriminazione positiva che la legislazione britannica vieta espressamente. La programmazione specificatamente dedicata alle minoranze è ancora significativamente ridotta e spesso confinata a fasce orarie marginali; inoltre la politica delle pari opportunità risulta efficace all’entry level ma riduca significativamente il proprio impatto quanto più ci si avvicina ai vertici aziendali e ancora, gli incentivi alla produzione sono insufficienti e i criteri di distribuzione oggetto di critica da parte di alcuni dei principali esponenti della produzione indipendente.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
Qualche utile suggerimento è rintracciabile anche nell’esperienza francese dove è stato costituito un sistema pubblico di redistribuzione di programmi (l’EPRA) che funziona da moltiplicatore dell’impatto positivo di programmi di qualità prodotti a livello locale e innesca circoli virtuosi di costante elevazione degli standard qualitativi della programmazione radiofonica locale.
Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.
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Un altro discorso, investirebbe lo stesso concetto di “servizio pubblico” poiché in ogni stato assume connotazioni particolari e quindi con tale termine non possiamo esprimere lo stesso identico concetto in tutta l’Europa.
La Germania, ne è un esempio, proprio per la sua struttura mediatica decentralizzata ha la caratteristica e la possibilità di proporre più programmi multiculturali, spesso anche a puro carattere di sperimentazione e tenendo sempre vivo il ruolo che il servizio pubblico dovrebbe ricoprire, a prescindere dagli altri mille interessi che potrebbero intervenire: favorire la conoscenza e l’interscambio culturale.
Il servizio pubblico radiofonico italiano è sicuramente più rigido di quello tedesco e meno aperto alle nuove sperimentazioni, si basa su canoni e palinsesti già conosciuti e sono poche le innovazioni.
L’Italia resta semiferma davanti ai cambiamenti multiculturali mondiali e nazionali proponendo un unico programma che se pur di buon livello resta relegato in una fascia oraria di nicchia e con una durata brevissima. La
RAI dovrebbe, per il ruolo che ricopre, portare avanti un discorso di integrazione e di conoscenza con lo scopo di trainare l’emittenza privata ma nella realtà ci si trova di fronte ad un altro scenario; nel quale l’iniziativa privata è andata ormai oltre al “servizio pubblico”, avendo ormai trovato la chiave d’accesso e di relazione con molte comunità, avendo progettato e messo in onda programmi diversificati che coprono un ampio spazio del fenomeno e avendo assolto al ruolo strettamente riservato al servizio pubblico, fare programmi di comune utilità.
Chi fa davvero servizio pubblico, nel significato letterale del termine,in Italia, si trova, però, spesso davanti a grandi carenze ed ogni giorno deve lottare per promuovere trasmissioni che rispondono ai bisogni della collettività. L’obiettivo sarebbe “interessare” la Rai su questi argomenti, creando un palinsesto capace di assolvere al proprio ruolo di comunicatore sociale e di creare i presupposti per una futura integrazione, non relegando i programmi multietnici ad una programmazione di nicchia, in orari poveri di ascolto, in un’ottica di assolvimento forzato di programmazione ma comprendere il ruolo importante ed essenziale dell’interetnicità soprattutto in relazione all’enorme target che oggi vi è interessato.
In tutte le esperienze sia italiane che non, bisogna essere coscienti che non si tratta soltanto di elevare la qualità, lo spessore ed il carattere interculturale dei programmi specialistici che già esistono ma di aprire le porte alle minoranze all’interno della programmazione generalista, di sviluppare programmi che “sdrammatizzino” la diversità senza banalizzarla.
Ragionare in termini di multiculturalità significa pensare in ambito massmediale non a programmazioni segmentate, a programmi etnici ma ad una contaminazione più ampia ciò per evitare una segmentazione serrata che impedisce lo scambio, la contaminazione, il mix di stili e culture e porta all’affermazione di stereotipi e pregiudizi che allontanano i popoli e l’integrazione.
Detto ciò ci sembra chiaro che la radiofonia della capitale rappresenta un tassello di questo enorme puzzle che è la multiculturalità ma tali radio stanno dando voce a chi non ne ha mai avuta.
Le radio romane rispondono perfettamente ai canoni, comunque, fin qui esposti proponendo una programmazione frammentata che cerchi di abbracciare e di coinvolgere le molte etnie presenti, tentando di coprire i vuoti e le lacune informative e di servizio, cercando di intrattenere e divertire , cercando di far conoscere e approfondire e soprattutto cercando di migliorarsi ogni giorno di più. È evidente però che ciò non è sufficiente per poter affermare di trovarsi di fronte ad un panorama radiofonico multiculturale completo ma è pur sempre uno spiraglio, una forte apertura verso un fenomeno del quale si sente parlare sempre di più ma per il quale sembra che manchino le giuste risorse.