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Citizen journalism, un anno dopo. Un fallimento?

Citizen journalism, un anno dopo. Un fallimento?

di LAURA PICCOLO (27 01 2006)

Non sono bastati entusiasmo e caparbietà. Ma l’esperimento di Dan Gillmor è una lezione da cui imparare

La lettera alla “sua” Bayoshpere, il sito della comunità della baia di San Francisco, culla del citizen journalism originario, non lascia indifferenti. In tre parole: esperimento non riuscito. “Ho imparato alcune cose nell’ultimo anno, sui media, sui cittadini, su di me – confessa Gillmor- Anche se i citizen media, in senso lato, stavano imperversando, l’esperimento con Bayosphere non è andato secondo le mie aspettative. Molti meno cittadini hanno partecipato, erano meno interessati a collaborare tra loro, la risposta alle nostre iniziative è stata deludente.

Se dovessi ricominciare adesso, mi comporterei diversamente”.

 
Dan Gillmor nel progetto di citizen journalism ci aveva creduto profondamente. Al punto da lasciare, un anno fa, il San Josè Mercury News, il quotidiano della Silicon Valley dove lavorava come editorialista tecnologico, per inseguire la sua passione e la sua idea: che chiunque abbia qualcosa da dire possa disporre della potenza e dell’economicità crescenti dei mezzi a disposizione, per parlare ad un pubblico potenzialmente globale.
 
“L’idea di base è che le persone hanno gli strumenti per creare i loro contenuti, lo faranno, e questo sarà il risultato di un’emergente conversazione globale”, sosteneva all’epoca, dopo aver pubblicato We The Media e aver constatato direttamente la forza e le svariate applicazioni della comunicazione dal basso. Con Bayosphere lo ha voluto sperimentare concretamente, devolvendo tutte le sue energie a questo fenomeno emergente. Ha investito sul progetto come un vero imprenditore con i media tradizionali, insieme a Michael Goff, suo socio d’affari nell’avventura. L’obiettivo era di sostenere il citizen journalism per renderlo un business attuabile e retributivo, per investitori e collaboratori. Quindi, la pubblicazione il 13 maggio 2005.
 
Ma qualcosa non ha funzionato. L’entusiasmo, la notorietà e gli sforzi congiunti non sono stati sufficienti per alimentare quella fiaccola che illuminava il piano originale. “Bayosphere ha creato un bel po’ di traffico e alcuni incoraggianti tentativi da parte di diversi citizen journalist. Ma è evidente a chiunque presti un minimo d’attenzione che il sito non ha decollato. Sicuramente in buona parte a causa di miei errori e difetti”, scrive oggi il promotore.
 
Un pizzico d’amarezza è inevitabile, ma l’esperimento è un rischio per natura. Sarà banale ma, come dice un vecchio (e rassicurante) proverbio, “sbagliando s’impara”. Cos’ha imparato allora Gillmor da questa esperienza?
 
Ecco le lezioni apprese ed immediatamente girate al popolo di internauti che da qualche tempo si confronta con il controverso tema del citizen journalism.
 
  • “Il giornalismo civico implica responsabilità, oltre che libertà. Trasparenza, accuratezza, onestà e completezza sono principi basilari anche per il citizen journalism. Alcuni ritengono sia ingenuo. Ma forse è anche utile.”
 
  • “Limitare la partecipazione non è necessariamente una cattiva idea. Esigere almeno una mail funzionante per postare commenti, esigere nomi reali e recapiti per contattare i citizen journalist può ridurre enormemente la quantità, ma aumentare la qualità dei contributi. E’ evidente la correlazione tra la responsabilità di inserire il proprio nome e la qualità complessiva di quanto detto.”
 
  • “I citizen journalist hanno bisogno di assistenza e meritano una collaborazione attiva. E’ necessaria una cornice comunicativa in cui inserire il proprio lavoro. E questo non significa creare una struttura rigida e ingessante, ma fornire indicazioni su quanto il sito si propone e quali sono i compiti richiesti”.
 
  • “Gli strumenti contano, ma non possono sostituire una comunità e la necessità di avere un progetto.”
 
  • “I partecipanti - citizen journalist e commentatori- sono essenziali, sono loro che pubblicano, ma non sono “il pubblico”. La maggior parte della gente che entra in un sito, infatti, non vuole partecipare, cerca solo il classico spazio “pulito e ben illuminato” dove informarsi o intrattenersi, o entrambe le cose.”
 
  • “Infine, anche se è una lezione vecchia, è utile ripetere che un modello di business non può essere “Tu fai tutto il lavoro e noi prendiamo i soldi, grazie mille”. Ci devono essere degli incentivi per la partecipazione e dei veri incentivi richiedono risorse.”
 
Una lezione per sé, ma anche per noi. Secondo Mario Tedeschini Lalli, che commenta nel suo blog la vicenda, è la riscoperta che il giornalismo (nella sua concezione più pura), anche se “citizen” deve essere sempre giornalismo, inteso come mediazione: cioè una funzione svolta coscientemente in favore di una comunità di riferimento. “Non esiste "informazione diretta" in una società complessa, come non esiste la "democrazia diretta". Ci possono essere forme sempre più partecipate di informazione, come di democrazia, ma ci sarà sempre una funzione di delega e di fiducia da parte del pubblico e del cittadino.” Ma questo, è bene sottolinearlo, implica solo responsabilità ulteriori per chi quella funzione di mediazione è tenuto a svolgere. Non è una vittoria del “giornalismo d’élite”.
 
Le tecnologie sono davvero nelle mani di tutti e, al di là di entusiasmi sgonfiati e fallimenti (per ora) inverati, possono minacciare seriamente chi dietro il “titolo” di mediatore si nasconde. Come è infatti emerso nel corso del convegno “L’informazione nell’era multimediale: scenari e nuove tendenze”, tenutosi il 26 gennaio durante la giornata di studi organizzata dall’Agenzia Ansa sul tema “Italiani e New Media”, anche i media tradizionali, se vogliono sopravvivere, dovranno cambiare. La direzione è tutta da sperimentare.
 
Come ha riassunto ottimisticamente Gillmor riguardo al suo esperimento col citizen journalism If you don't already have a thick skin, grow one”. Come dire “fatti le ossa e vai avanti.” E per questo non si è lasciato scoraggiare. Al contrario, ancora convinto dall’idea che media più democratici siano decisivi per il nostro futuro, come dimostrano ancora Mitch Kapor e il progetto del popolo di Omidyar Network, è già partito per una nuova avventura: un centro per la promozione e lo studio del citizen journalism in collaborazione con le università di Berkeley e Harvard.

Riferimenti