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La Cina è vicina. Alla censura

La Cina è vicina. Alla censura

di ELEONORA FIORAMONTI (13 01 2006)

Il governo di Pechino, dopo le restrizioni a blog e stampa, chiude il sito di Wikipedia, l’enciclopedia libera del web

BLOG OSCURATI perché contrari alla politica del Paese, motori di ricerca “selettivi”, giornalisti licenziati perché considerati troppo “audaci” ed ora anche la decisione più clamorosa: Wikipedia viene oscurata dal cyberspazio cinese.
 
 

Questo 2006 per la Cina non si è aperto all’insegna di un’inversione di tendenza rispetto al passato, anzi. Dopo il licenziamento dei vertici di Beijing News”, avvenuto negli ultimi giorni del 2005 a cui è seguito il coraggioso sciopero di 100 giornalisti della redazione, in sole due settimane dall’inizio del nuovo anno il governo di Pechino ha rafforzato la sua posizione di “Grande Muraglia di Fuoco”, oscurando prima dei blog (in collaborazione con i grandi nomi della comunicazione Yahoo! e Microsoft) e da ultimo chiudendo i battenti alla più importante enciclopedia on-line del mondo: Wikipedia.
 
 
Nata cinque anni fa, tradotta in cento lingue e diffusa su tutto il pianeta, Wikipedia rappresenta nel modo più eclatante la filosofia del web, e in particolare della nuova generazione del web 2.0: essere liberi di accedere all’informazione, ma soprattutto essere liberi di modificarla, arricchirla e collaborare per migliorarla.
 
 
Il motivo principale del blackout di Wikipedia, il più clamoroso della censura cinese, è la presenza all’interno dell’enciclopedia di parole scomode, ma forse sarebbe meglio dire di definizioni scomode.
I termini sotto accusa riguardano, infatti, soprattutto argomenti legati alla storia, alla religione e alla politica non soltanto cinese, ma dell’intero pianeta.
 
Wikipedia non ha ideologie politiche ma solo l’ideologia della piena libertà e questo non è gradito in Cina dove anche la parola libertà è sotto accusa.
 
 
Altri termini banditi (anche se oramai il sito è stato del tutto oscurato) sono: Tienanmen 1989, Tibet, democrazia, repressione, sciopero, manifestazione, corruzione, Falun Gong (movimento religioso cinese che non viene riconosciuto nemmeno ciccandolo sul sito ufficiale del governo di Pechino!) e così via fino ad arrivare alle 1041 parole sospette scovate da un dissidente cinese, Xiao Qiang, all’interno del programma che il governo utilizza per censurare l’informazione on-line.
 
 
Per il controllo di Internet, infatti, la Cina impiega ogni giorno un plotone di oltre 30.000 tecnici, che assistiti da moderni software filtrano le parole, le cancellano, le censurano… bloccano il flusso informativo.
Di tutte le parole scomode solo il 15% riguarda violenza, pedofilia, pornografia e altri elementi di regressione della società, il resto riguarda invece ideologie politiche, credo religioso e problemi sociali.
 
 
Il desiderio di libertà per i giovani cinesi si allontana sempre di più ora che, dopo la stampa, anche il luogo per definizione più vicino ad esso, Internet, non potrà più fornirgli neanche quella idea di democrazia, se pur virtuale di cui è portatore.
 

Riferimenti

Corriere della Sera: Sciopero dei giornalisti in Cina

Il sito ufficiale del governo cinese

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