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Giornalisti equilibristi: il percorso a ostacoli della formazione

Giornalisti equilibristi: il percorso a ostacoli della formazione

di MARIA ANTONIA FAMA (30 12 2005)

La laurea diventa obbligatoria. Poi master o specialistica che coniughi pratica e teoria

Sempre più difficile, signori!
Una volta anche quelli che “il ragazzo è intelligente ma non si applica” potevano diventare giornalisti. Oggi, invece, per fare il mestiere ci vuole l’università.

Con Decreto del Consiglio dei ministri del 22 dicembre, la laurea diventa conditio sine qua non per l’esercizio dell’attività giornalistica in forma professionale. Festeggiano gli arconti dell’Ordine Nazionale, che “tanto avevano lavorato per migliorare la qualità della preparazione dei propri iscritti, attraverso un percorso formativo più alto”… Più di così?
 
Equilibrismo. La svolta viene dall’abbinamento tra praticantato e studi universitari. La riforma, infatti, prevede che dopo i tre anni della laurea obbligatoria, l’esame di stato sia subordinato al tirocinio e ad un biennio teorico-pratico: laurea specialistica, master o altra struttura autorizzata convenzionate con l'Ordine nazionale dei giornalisti. Attenzione alla parola “convenzionata”. E’ in essa che si racchiude il dramma di ogni apprendista giornalista disperato.
La parola “convenzione”, implica che tra l’università, la scuola o il master, e L’Ordine Nazionale, scatti un accordo, che prevede un accesso all’esame di stato solo dopo due anni di studio a precise condizioni: un mix esplosivo di frequenza intensiva, prove intermedie di valutazione, contatto con redazioni giornalistiche, stages, esperienza sul campo. Oltre ai tradizionali pesci in faccia. Il vantaggio delle scuole, dunque, è poter fare dentro una piccola struttura quello che con difficoltà si riesce a fare fuori. Le probabilità di essere inseriti in una testata come praticanti per un periodo superiore ai due mesi, sono davvero poche.
 
 La gabbia dei leoni. L’Ordine, tuttavia, si concede a pochi. E la nostra facoltà, non è tra questi. Almeno per il momento, e nonostante le premesse ci siano tutte: dei quattrocento baldanzosi e brillanti laureati sottoposti al test, soltanto quaranta sono sopravvissuti. Il termine, badate bene, non è un eufemismo. Si tratta di una vera e propria lotta per la sopravvivenza. 
In Italia, solo uno su mille ce la fa. Una statistica un po’ approssimativa, certo, ma frutto di un colpo d’occhio piuttosto impressionante: aule universitarie pullulanti di giovani penne convinte di potercela fare. Pochi resistono, qualcuno riesce. Due anni in una scuola di giornalismo, poi l’iscrizione nel registro dei praticanti, tre o quattro tentativi per superare l’esame e diventare professionista.
Una gavetta di anni, resa ancora più dura da una soglia di sbarramento proibitiva.
 
Salti mortali. In base alla riforma, anche l’esame di stato subirà una modifica profonda: verrà effettuato davanti a commissioni più ristrette, sempre guidate da magistrati, ma nelle quali accanto ai giornalisti verranno chiamati professori universitari, oltre a un esperto indicato dalla Federazione degli editori.
Le prove di ammissione a  scuole o master di giornalismo sono di solito strutturate sullo stesso modello, nelle forme e nei contenuti. Fare l’esame significa essere depositari dello scibile umano. Dal riarmo atomico  al canto del colibrì.
 
Senza mani. La legge deve passare ancora al vaglio del Consiglio di Stato, ma già esulta il presidente dell’Odg Lorenzo del Boca, soddisfatto di queste “disposizioni per il riordino delle professioni”. “Rendere il lavoro dei giornalisti più moderno, più efficiente e culturalmente più attrezzato per rispondere alle responsabilità che gli competono”, far capire alle nuove leve che non esistono scorciatoie. Disilluderli, in una parola.
 
Illusionismo. Sui grandi numeri e le ristrette possibilità di inserimento, gioca il proliferare di corsi di giornalismo che promettono ciò che non possono dare. Come quelli propagandati da “pubblicità ingannevole” e smascherati dall’Ordine umbro. L' Ordine stesso riconosce che ''simili vicende vengono alimentate  anche dai gravi ritardi del legislatore nella riforma di una  legge, quella che regolamenta l' attività del giornalismo, che  risale ad oltre quarant' anni fa''.
 
Il diritto di informare, attivo e passivo, è universale e costituzionalmente garantito. In Italia, tuttavia,  il giornalismo è ancora un’élite. 
 Si liberalizza tutto. Tranne la libertà.
 

Riferimenti

Le leggi sulla professione

Decreti e sentenze

"Professione reporter".Ma è una bufala