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...e le risposte dei “giornalisti stand alone”. Blog a pagamento?

...e le risposte dei “giornalisti stand alone”. Blog a pagamento?

di LAURA PICCOLO (10 12 2005)

Il blogging che non fa passare il tempo, lo fa "guadagnare"

Le risposte delle testate tradizionali...


Sembra che ad attivarsi
ci siano ora anche quei singoli che della propria attitudine ad aggiornare quotidianamente il proprio blog vorrebbero fare una vera professione. Ovviamente, capace di dare profitto. Come? Non sembra a questo punto un’ipotesi tanto avveniristica. Considerando che oramai sono sempre di più i blog dipendenti che restano incollati ad una sedia pur di conoscere il prosieguo di certe storie e magari esprimere anche un’opinione in merito per partecipare a qualche gruppo di discussione, in alcuni casi. Anche la tendenza del newsmaking, inoltre, sembra avanzare verso l’integrazione tra l’informazione ufficiale e quella prodotta dai blog. L’integrazione è favorita da almeno due fattori che differenziano le due tipologie di informazione: il fattore “autoriale”, per cui un lettore può essere spinto a seguire costantemente e “a trecentosessanta gradi” le opinioni di una firma a lui cara di una particolare testata; la capacità di aggiornamento in tempo reale, propria del blog, specialmente in casi di particolare emergenza o di eventi in rapida evoluzione. Entrambi i fattori possono avere una ricaduta positiva sulla fidelizzazione dell’utente.

 

Un blog
gestito in autonomia può diventare un luogo di libera espressione per giornalisti che si sentono costretti o dagli spazi tipografici o dall’impostazione ideologica o da altri vincoli della testata giornalistiche, se appartengono ai circuiti dell’informazione tradizionale; ma possono anche essere creati e aggiornati da chi a questo circuito è totalmente estraneo. In ogni caso, che sia o meno un giornalista, il blogger deve saper creare un rapporto di fiducia con i propri lettori, sapendo che esso è insieme debole perché soggetto a continue verifiche, e forte perché è alimentato da un approccio estremamente personalizzato. E quest’ampia fenomenologia che si registra, complessa e tutt’ora in rapida evoluzione, avrà probabilmente una ricaduta, prima o poi, sulla stessa definizione della categoria professionale del giornalista, con un potenziamento della figura del giornalista freelance.
 

Il beneficio
della libera espressione impone subito alcuni problemi: da una parte quello del discernimento delle fonti e una valutazione della loro attendibilità, che si sposa al fenomeno dell’information overload – anche se proprio la libertà di espressione alimenta un utile controllo sociale esercitato dai blogger sui grandi gruppi mediatici e sulle grandi agenzie di informazione- ; dall’altra parte, ed è un problema di ordine pratico, fare di quest’attività una professione impone la necessità di un ritorno economico. Se imporre l’abbonamento per le testate tradizionali evidenzia già le sue difficoltà, è tanto più facile intuire le eventuali complicazioni per un blog, con le migliaia di blog esistenti attualmente in rete. Occorre perciò distinguersi, superare quella percezione di fungibilità tra i vari prodotti. C’è chi ha avuto l’idea di farsi pagare per dare la possibilità di leggere i propri contenuti sul blog. E ci è riuscito.
Non si tratta solo di giornalisti. E neanche solo del “giornalismo collettivo”, come OhMyNews, dove è in uso l’abitudine di lasciare la cosiddetta tip-jar, la mancia per l’articolista di turno.
 

Ci sono anche i singoli
che si inventano strategie per fare soldi con le notizie senza far parte di gruppi riconosciuti. Esiste ad esempio un videoportale olandese che produce in proprio video-news, le mette gratis sul proprio sito e gratis le fornisce ad altri siti. Come? Inserisce spot che possono arrivare anche ai 20 secondi e per i quali gli inserzionisti pagano 13 centesimi di dollaro a visitatore. Il record è stato segnato dai 30 video relativi all'uccisione del regista Theo van Gogh: 870.000 visitatori e 2,4 milioni di videoclip scaricati.
 

E poi i
blog. Alcuni blogger stanno permettendo a Google di inserire link e annunci accanto ai loro lavori, e così vengono pagati ogni volta che un loro lettore li clicca. Altri bloggers possono invece chiedere pagamenti a tutti per i loro contenuti. Il primo ad aver avuto l’idea di far pagare chi volesse leggere il proprio blog è stato Andrew Sullivan.  Il suo blog è  arrivato al quinto anno di attività e il suo gestore accoglie così i visitatori del sito: “ IT'S OUR FIFTH ANNIVERSARY!HELP US CELEBRATE BY BECOMING A SUPPORTING MEMBER OF ANDREWSULLIVAN.COM”. Oggi ha 4mila utenti sottoscrittori e vuole ancora essere pagato per mantenere ala la qualità e la frequenza dei suoi commenti. Riesce ad ottenere due milioni di visite al mese. Il sito gli costa 10mila dollari al mese per il server, il database, lo stagista e le spese di gestione. Sullivan è stato il primo blogger inviato appositamente dai suoi lettori a seguire le Convenzioni democratica e repubblicana. Per i sottoscrittori, e solo per loro, anteprima degli articoli che scrive per i giornali cartacei, più la possibilità di commentare i suoi post. Alcuni blogger anche italiani avevano pensato di introdurre la stessa selezione anche nel proprio sito, come Camillo di Christian Rocca. O comunque hanno pensato a metodi per rendere redditizi i blog d’informazione. Ad esempio affidando un incarico personalizzato al blogger da parte dei lettori, rendendolo così un “pensatore indipendente” che risponde direttamente ai lettori, superando direttori ed editori. Se il blog smettesse di essere un “diario personale pubblico” e diventa strumento di informazione e opinione, potrebbe chiedere un contributo ai suoi frequentatori. E se l’argomento in Italia sembra ancora un po’ strano, forse è solo una questione di tempi non maturi e di mentalità in formazione.
 

Negli Stati Uniti
, invece, oltre al “fenomeno Sullivan”, esistono progetti molto organizzati, pur se continuano a suscitare qualche perplessità.
Esiste un sito, PixelPass, che permette di rendere il proprio blog a pagamento. Aggiungendo infatti un codice fornito nel sito al proprio template, si crea un’immagine sul blog su cui i lettori, per accedere al blog, devono cliccare. E pagare. L’idea sembra intraprendente, anche se sono in molti ad esitare davanti ad una simile proposta. Spesso infatti scrivere un blog è più una passione che un lavoro. Ma, ovviamente, questi pagamenti riguarderebbero particolari tipi di blog particolarmente ricchi, interessanti, magari specializzati in settori di nicchia, che non solo potrebbero trovare informazioni ricercate, ma potrebbero anche innescare prolifiche conversazioni, come ha segnalato il direttore del new media program dell’Università della California alla Berkeley Graduate School of Journalism, Paul Grabowicz. Blog, insomma, che abbiano un valore in più rispetto al resto del materiale scovabile in rete.
 

Ma come funziona
PixelPass? E’ un servizio che dà la possibilità di far pagare un piccolo contributo - ogni sito stabilisce un prezzo, da 25 cent di dollaro a due dollari - per permettere l’accesso all’intero sito. E se il servizio risulta deludente, si può pagare solo per un mese e poi smettere.
Nel complesso è una sorta di prova per cercare di guadagnare dal proprio blog. Alcuni siti infatti possono sopravvivere sulle pubblicità, ma può essere molto difficile, soprattutto se non si riesce a generare alti livelli di traffico, pur avendo comunque un seguito compatto, sebbene ristretto.