In molti si interrogano sul futuro e su come i nuovi strumenti del comunicare senza fili, dai telefoni cellulari ai palmari, fino ai computer portatili e al wi-fi, che sono sempre più presenti nelle nostre vite, possano modificarla, come contribuiranno a ridisegnare le nostre strutture sociali e quali minacce possano portare al nostro concetto di privacy e molto altro ancora. Tra questi c’è Howard Rheingold, uno dei più preparati tra gli studiosi che oggi provano ad analizzare l’impatto sociale delle nuove tecnologie, fondatore di HotWired, autore di libri importanti come “La realtà virtuale” del 1993. Rheingold ha scritto un libro.
“Smart Mobs”, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore, nel quale prova a mettere insieme i pezzi del complesso puzzle delle comunicazioni odierne, partendo dall’assunto che ogni volta che un essere umano utilizza una tecnologia per cambiare il mondo, questa tecnologia cambia l’uomo stesso, per arrivare ad una interessante conclusione: le nuove tecnologie wireless permettono a persone che non si conoscono e che sono spesso molto lontane fisicamente, di agire insieme, in maniera coordinata, organizzandosi in “smart mobs”, gang intelligenti, gruppi veloci, mobili e immediati, che possono intervenire e contribuire a modellare le forme della cultura moderna. «Ci sono esempi di smart mobs ovunque attorno a noi, dai giovani giapponesi che passano l’intera giornata assieme, pur restando lontani centinaia di chilometri, interagendo con i loro telefoni iMode, o i manifestanti di Seattle e Manila, che hanno utilizzato i loro cellulari per coordinare le loro azioni, o ancora i techno-hipster delle grandi città, che si aggregano nelle aree wi-fi e costruiscono una scena sociale virtuale. Le “smart mobs” possono anche rovesciare un regime politico, trasformare il mondo dell’economia, e modificare le comunità dei corpi e delle menti».
Secondo lei le tecnologie digitali hanno davvero queste potenzialità?
«Le tecnologie digitali offrono opportunità inattese. Favoriscono cioè la circolazione delle informazioni, consentono obbiettivamente la costruzione di eventi, di strutture sociali, di prospettive economiche. E non c’è dubbio che in alcuni paesi l’uso del telefono cellulare, soprattutto in Africa, Asia e America Latina può aiutare la crescita economica, la piccola imprenditorialità, una maggiore fluidità del mercato del lavoro. E tutto questo porta, come la storia insegna, anche a grandi cambiamenti politici, soprattutto nelle situazioni dove la circolazione delle informazioni è stata fino ad oggi limitata. Ma le tecnologie in se non costruiscono e non distruggono nulla, è l’uso che gli esseri umani ne fanno a determinarne il potere, ma possono amplificare il talento umano per la cooperazione».
Lei sembra riferirsi più al mondo dei telefoni cellulari che ai computer...
«In questo libro dico che a mio avviso la prossima grande trasformazione non avrà come protagonista il computer, ma tecnologie decisamente meno complicate e molto più pervasive, come il telefono cellulare. Il telefono cellulare è, da pochi anni, diventato l' “Internet dei poveri” è uno strumento che è alla portata di masse sempre più grandi, ha innumerevoli funzioni e si avvia a diventare un terminale intelligente. E soprattutto libera la gente dalla necessità di essere davanti a un telefono fisso o un computer per comunicare, spostando l’azione ovunque gli esseri umani possono arrivare».
Come ha cominciato a interessarsi alle “smart mobs”?
«Ero a Tokio, all’inizio del 2000, camminavo nelle strade di Tokio e non ho potuto fare a meno di notare che la gente usava i propri telefoni cellulari in maniera diversa, li guardava invece di tenerli accanto alle orecchie e ascoltare, digitavano messaggi invece di parlare, usavano un nuovo media in una maniera nuova. Un paio di mesi dopo, mentre ero a Helsinki, mi è capitato di vedere dei ragazzi che usavano i loro cellulari tenendo completamente fuori gli adulti dalla loro comunicazione. Qualcosa stava accadendo, da un capo e nell’altro del mondo. Ho iniziato a studiare l’argomento e ho capito quello che era accaduto: Internet era arrivata nelle tasche della gente e questo stava cambiando la loro vita».
Anche la cultura?
«Si, senza dubbio. E in questo cambiamento mi preme di sottolineare due tendenze, in contraddizione tra loro. La prima è quella che vede i media globali e la crescente interdipendenza economica tra i paesi favorire l'affermazione di una monocultura che tende a far assomigliare un paese all’altro, fotocopie di un originale definito dai «promotori» della globalizzazione. La seconda passa attraverso l’uso “smart”, intelligente, di alcuni media, soprattutto internet e l'ultima generazione dei telefonini cellulari, da parte dei giovani che riescono a dare vita a pratiche sociali e culturali che mirano a sfaldare quella monocultura. In altri termini, la tela tessuta di notte dai media globali viene disfatta di giorno dall'uso sociale delle tecnologie della comunicazione».