Il nostro speciale continua con la seconda intervista. Abbiamo incontrato il giornalista de "La Stampa" Francesco la Licata. Esperto di mafia e autore di "Storia di Giovanni Falcone".
Lei ha parlato di Provenzano e della sua mancata cattura come di uno scandalo, è uno scandalo anche il silenzio dei media sulla mafia?
Il silenzio è quello mafioso, spesso si tace per paura o per connivenza: c’è chi ha taciuto colpevolmente, favorendo la latitanza di Bernando Provenzano, in questi lunghi 40 anni.
Il giornalista che si occupa di mafia diventa quasi un segugio, c’è una sorta di contaminazione tra la vita privata e quella professionale, una diversità dalla figura del giornalista tradizionale ?
I giornalisti, grazie a Dio, non sono così importanti, hanno il ruolo difficile di informare, quando arrivano sulle notizie non provocano grandi scompensi all’organizzazione malavitosa. C’è una profonda differenza con i magistrati, con i poliziotti, e con chi si occupa giorno dopo giorno di fare le indagini sulla mafia. Vero è che ci sono stati in Sicilia giornalisti uccisi dalla mafia, casi che andrebbero sicuramente approfonditi.
L’arresto di Provenzano ha riportato in prima pagina la mafia, come giudica il livello di attenzione dei media al fenomeno in generale?
Certamente non buono. Continuiamo a portare all’attenzione casi eclatanti, la mafia diventa notizia quando c’è un omicidio che fa rumore o quando c’è un arresto di un pezzo grosso, come in questo caso. Di mafia si parla a corrente alternata e questo è un errore perché non è un fenomeno emergenziale ma, al contrario, avrebbe bisogno di una trattazione giorno per giorno. Giovanni Falcone rilevava: “Parlare di emergenza mafiosa è una contraddizione in termini per un fenomeno che dura da 200 anni.”
In questi mesi si sono registrati atti di intimidazioni a sedi di partito, a cooperative come Libera Terra, a persone impegnate nella lotta contro la mafia, come Sonia Alfano: perchè nei media le notizie non sono passate?
Perché non fanno rumore: nel giornalismo il male fa notizia. Ecco, posso dire che quando si parla di mafia fa notizia quando il fatto è paradossalmente “più male”, più atroce, più cruento. Se bruciano la macchina di un sindacalista si scrivono solo tre righe, assumendo un atteggiamento disattento che favorisce la mafia. Cosa nostra ha adottato una strategia di basso profilo per evitare di fare rumore, per evitare che si parli di mafia. In questa strategia silenziosa le intimidazioni porta a porta sono parte integrante, il modello da seguire e se non fanno notizia alla mafia conviene.
In una riunione di redazione di un giornale torinese come La Stampa che peso può avere una notizia di mafia, quanto si sente il problema? C’è una sorta di pericolosa ‘regionalizzazione’ del fenomeno?
La comunicazione, ma soprattutto la cultura, è miope. Per anni l’equazione mafia uguale meridione d’Italia è stata imperante. La realtà racconta di metastasi arrivate fino al nord. A Torino ha imperato il clan dei catanesi e nel nord alcuni magistrati sono stati uccisi dai clan siciliani. Gli italiani soffrono di amnesia.
Scusi, forse anche i media?
Sì, ma i media, e in particolare i giornali, seguono il mercato. Il prodotto mafia è più vendibile al sud, parlare del fenomeno mafioso in altre realtà è più difficile, a volte può risultare incomprensibile.
Provenzano come un pastore: un’immagine un po’ bucolica che stride con la sua stessa figura e con la rete di coperture di cui ha goduto il superlatitante. Cosa ne pensa?
Non sono io a dirlo, ma il procuratore antimafia. Pietro Grasso parla di politici e burocrati, il cosiddetto ventre molle, quella società grigia che, con la sua equidistanza, nei fatti, rende un favore alla mafia. Inoltre, come dimostrano le ultimi indagini, tra le coperture di cui ha goduto Provenzano ci sono le protezioni di apparati investigativi, fatto ancora più grave che prova la "tentacolarità" del potere criminale.
Riferimenti
Il sito de La Stampa