Giornalismo partecipativo (in inglese citizen journalism) è il termine con cui si indica la trasformazione del giornalismo sotto la spinta della domanda e delle possibilità di partecipazione messe a disposizione del cittadino dalla natura interattiva dei nuovi media, in special modo da Internet.
L’informazione è sempre stata fatta principalmente da professionisti, poiché nel mondo dei mezzi di comunicazione di massa farla arrivare al destinatario è molto costoso e richiede delle organizzazioni complesse. Con Internet, invece, mettere a disposizione un’informazione non costa praticamente nulla: il risultato pratico è una produzione informativa proveniente dal basso.
Con la condizione di essere "editori di se stessi" e con il delinearsi della figura del cittadino-reporter nasce l’opportunità di un nuovo patto tra gli specialisti della comunicazione e i loro utenti. Un patto finalizzato all'equilibro attraverso l'apertura della forma-giornale a integrazioni con la scrittura collettiva del pubblico.
Le forme del giornalismo partecipativo, infatti, si possono distinguere anche per il grado di coinvolgimento dell'audience, proprio per questo
Steve Outing (senior editor del Poynter Institute for Media Studies) ha delineato ben 11 fasi di approssimazione dei giornali verso l'integrazione to

tale col citizen journalism. Si va dal livello più superficiale, la possibilità per gli utenti di inserire commenti agli articoli, alla sollecitazione dei racconti degli utenti su determinati argomenti, fino ai siti interamente costruiti grazie ai contributi degli utenti, che possono essere a loro volta sottoposti a controllo editoriale o completamente liberi.
Nuovi spazi d’avventura e di libertà si aprono soprattutto grazie alle possibilità offerte dalla
nanopublishing, ovvero quelle formule di microeditoria collettiva che utilizzano network di blog verticali (con news molto settoriali e di nicchia;
Gizmodo è il più celebre) per captare tendenze.
Open Source Media (OSM) è un esempio di questa nuova microeditoria, una rete collettiva pensata per portare sotto un unico ombrello commentatori, giornalisti, scrittori, specialisti e, soprattutto, blogger di punta.
Si ispira al movimento del “free speech” (la libertà di espressione) e il suo network conta già oltre 70 blog focalizzati soprattutto sulla politica internazionale e i fatti del giorno, ma con la possibilità di inglobare qualsiasi tipo di copertura informativa.
Come spiega Roger L. Simon (cofondatore di OSM): “Il nostro obiettivo fondamentale è la totale apertura attraverso uno scambio libero e rispettoso di idee espresse dai citizen journalists (i giornalisti cittadini), unito a una dedizione per l’onestà, la trasparenza e la verità dei fatti”, "E quando parliamo di citizen journalism intendiamo un giornalismo non creato dalle élite ma che arriva dal basso, da chiunque voglia condividere le proprie informazioni e osservazioni. Se un tempo i giornalisti ci riportavano ‘il parere degli esperti’, oggi sono gli esperti stessi a parlarci attraverso i loro blog. La prossima fase nella democratizzazione delle idee e delle informazioni è già iniziata”.

Le iniziative di giornalismo partecipativo sono numerose e coinvolgono tutti i settori dell’informazione dalla tv, con la neonata
Current tv televisione via cavo creata da Al Gore (ex vice presidente degli Stati Uniti), che basa la sua programmazione su video prodotti dai telespettatori, ai giornali on line, come è
Ohmynews interamente scritto dai cittadini.
Per quanto riguarda uno dei primi esempi di giornale online europeo (per ora in francese) costruito utilizzando i contributi che arrivano dai cittadini è
Agoravox.
Carlo Revelli, promotore dell’iniziativa insieme al suo socio Joël de Rosnay, afferma che chiunque può essere redattore su Agoravox, spiegando che basta registrarsi (gratis) e cominciare a inviare le proprie corrispondenze; le quali possono essere veri e propri articoli, inchieste, notizie di attualità, approfondimenti ma anche immagini, video, riflessioni su particolari tematiche e problematiche, spunti e link ricavati dal proprio blog.
L’open source jounalism (altro termine per definire il giornalismo dal basso) sta diventando «una componente inevitabile e desiderabile del giornalismo tout court del futuro», spiega Steve Outing e sottolinea come «la comunicazione del futuro assumerà sempre di più l'aspetto di una conversazione tra pari, mentre oggi somiglia alla predica di uno (il broadcaster) di fronte a un pubblico inerte (i telespettatori)».
Si ha un duplice atteggiamento nei confronti del fenomeno da parte dei professionisti: da un lato ci sono quelli che ne diffidano o che lo temono, soprattutto perché è sempre più frequente che reporter improvvisati riescano a controllare le notizie con molta più cura dei professionisti (famoso il caso di Dan Rather, anchorman della Cbs, costretto a dimettersi per non aver verificato delle informazioni prima di divulgarle in televisione); dall’altro lato, invece, ci sono quelli che vi vedono l’opportunità per ampliare ed arricchire la copertura di una notizia.
Ma come ha scritto Ugo Vallauri (autore di Problemi dell’informazione): «il giornalista non esce “distrutto” da questo modello di lavoro, soltanto rinnovato. Il suo ruolo rimane centrale nel saper mettere insieme i diversi aspetti, fare le adeguate verifiche, scrivere in modo chiaro, accattivante i propri articoli, ponderare i punti di vista. Ciò che cambia radicalmente è il riconoscere le rinnovate dimensioni dell’arena in cui il processo si compie, e adattarvisi. (…) Il cambio di “paradigma” richiesto è piuttosto l’apertura alla possibilità di un’interazione vera, influente tra chi scrive e chi abitualmente legge».
Il citizen journalism è già tra noi. Ora bisogna soltanto vedere come crescerà.