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Rivoluzione del supporto: verso news… senza paper?

Rivoluzione del supporto: verso news… senza paper?

di LAURA PICCOLO (09 12 2005)

La carta che si straccia sotto una pioggia di bit

Il futuro della carta sembra già delineato: dovranno passare meno di cinquant’anni perché del “news-paper” restino solo le “news”, in formato bit, abbandonata totalmente la carta, il “paper”. A prevedere la scomparsa definitiva dei quotidiani di carta come li conosciamo oggi è Nicholas Negroponte,  professore del Massachussetts Institute of Technology di Boston e fondatore del Media Lab. Una previsione che si fonda su questioni di ordine pratico.

Secondo il guru della tecnologia, infatti,  nel giro di quattro-sei anni, la carta ottenuta dagli alberi sarà troppo costosa da produrre e persino da riciclare, e a quel punto non resterà che il display. Ma non quello di pesanti computer da tavola, bensì schermi piatti, a basso costo e riutilizzabili. Sembra essere solo questione di tempo.

 
Persino un magnate dell’industria dei media tradizionali che fino a quattro anni fa considerava Internet “un modello perdente”, Rupert Murdoch, tycoon australiano proprietario di giornali e tv su mezzo pianeta, sembra aver adottato un’inversione di tendenza. Tanto che ha acquistato per 580 milioni di dollari cash una società internettiana con base in California, Intermix Media, che gestisce una trentina di siti tra cui MySpace.com. Una mossa che apre ancora di più la strada ad una nuova dimensione fatta di bit, una rinascita della net-economy dopo l’esplosione della bolla di cinque anni fa. Rinascita più consapevole e matura, perché successiva ad una sconfitta, ma anche perché le connessioni  continuano a crescere in tutto il mondo, i flussi pubblicitari si sono evoluti e la consultazione del web è parte integrante della vita di milioni di persone, a cominciare dalla consultazione dei siti di informazione.
 
Più che comprensibile dunque, la mossa di Murdoch, partorita dalla consapevolezza che oggi negli Usa metà dei ragazzi tra i 15 e i 25 anni passano più tempo davanti a Internet che di fronte alla tv, e i giornali cartacei per loro praticamente non esistono. “Credo che in molti tra editori e reporter abbiano perso il contatto con i loro lettori” ha detto Rupert Murdoch all’American Society of Newspaper Editors. “Non c’è da meravigliarsi se le persone, ed in particolare i giovani, stiano abbandonando i loro giornali.”
 
Sono soprattutto le nuove generazioni di digital natives a cercare le notizie da portali e media del web, tra cui i blog, piuttosto che consultare i vecchi giornali. Se infatti per una porzione delle generazioni presenti il giornale di carta con la sua fisicità così emozionante e sensoriale - l’abitudine dell’acquisto, del trasporto, l’odore della carta, la sensazione tattile e il fruscio dello sfoglio,  la vista ordinata in pagine contenute - resta insostituibile, con il passare degli anni questi saranno con tutta probabilità elementi appartenenti alla preistoria dei media. Non fosse altro che per il fatto di non essere mai stati conosciuti.
 
Anche nelle principali testate giornalistiche la migrazione dalla carta al web, senza peraltro abbandonare del tutto la prima a favore dei bit, sta diventando una pratica frequente, che promette interessanti sviluppi ed evoluzioni, grazie alla costante e progressiva osmosi tra i due media. E’ il caso ad esempio del New York Times che, accanto ad un critico calo di vendite della versione cartacea, ha fatto registrare consistenti utili nella versione on line. New York Times Digital (che comprende anche il sito Boston.com, oltre al NYTimes.com) nella prima metà del 2004 ha riportato utili per 17,3 milioni di dollari su di un fatturato di 53,1. I visitatori unici sono 18 milioni ogni mese. “Il sito resta fortemente ispirato al giornalismo testuale, su questo non c'è dubbio, malgrado l'inserimento di materiali audio e video, ma non è detto che questo sia un difetto, se specialmente alle parole, e alle parole scritte, la nostra specie ha l'abitudine di consegnare non solo le informazioni, ma anche i ragionamenti e le pubbliche conversazioni”, spiega Franco Carlini su ilManifesto.