L'UMIDITA' è alle stelle. Sulla pelle, sensazione di bagnato. La terra piano piano si stratifica sui vestiti. Sul suolo bottiglie, lattine, bandiere che non possono essere più sventolate perché i polsi fanno troppo male. Il collo duole, la schiena e i polpacci gridano la loro rabbia. Rischiano di cedere da un momento all’altro. Sto seduto a terra, respiro polvere e tensione. Alzo lo sguardo e vedo un oceano di maglie azzurre, volti stanchi, nascosti da trucco verde bianco rosso. Centinaia di migliaia di cuori che battono. È la mia gente. Siamo qui tutti per lo stesso motivo.
I mondiali. Il sogno di diventare Campioni.
Alzare la coppa più bella.
Circo Massimo. Poco distante c’è il Colosseo e i resti del più grande impero europeo. È il 9 luglio 2006. La domenica della passione. Paradiso o inferno. Non sono ammesse alternative o sfumature. O Campioni o niente. Nessuno si ricorda dei secondi. Nessuno parla dell’
Europeo in Olanda come “quello in cui siamo diventati vice campioni d’Europa”. Allora si soffre. Adesso in silenzio.
Sono le 22. Dopo la semifinale con la Germania, niente spaventa la gente del Circo Massimo. Un popolo che vive l’attesa confidando nella grandezza della sua passione. Mi guardo ancora una volta intorno per capire che non si può perdere. Siamo
tanti, troppi per perdere tutti quanti. Abbiamo un
credito con la Fortuna dopo quel pallone olandese. Quello che passò sotto l’anca di Nesta e il gomito di Toldo. Quel golden goal che ci spezzò gambe, respiro e sogni di gloria. Io non posso perdere. Forse altri italiani che stanno vedendo la finale da soli, sul televisore di casa. Io no. Sono nel centro mediatico e passionale d’Italia. Andrà tutto bene. Vinceremo la nostra finale. Lo dico alle telecamere digitali. Già domani sarò dentro agli hard disk di computer di perfetti estranei. Domani. Oggi siamo tutti amici.
Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Per qualche secondo spengo la pancia e accendo il cervello: che incredibile fenomeno, il calcio. Guarda qua che unità, che armonia empatica. Se la politica riuscisse dove arriva un pallone!
Sono le 22.05. Andiamo ai supplementari. Andiamo, non vanno. Un occhio ai tre maxischermi che mandano le immagini dei nostri ragazzi nelle mani dei massaggiatori. Noi, a qualche grado di latitudine in meno, ci limitiamo a semplici ma utili esercizi di stretching da impiegato a fine giornata. Altri 30 minuti per decidere chi stasera farà festa e chi tornerà a casa sentendosi ridicolo, con la bandiera in mano e il trucco in faccia che cola insieme alle lacrime. Verde bianco rosso versus blu bianco rosso. I tricolori si somigliano, ma solo uno sventolerà al vento, stasera. Gli altri saranno riposti negli armadi per il prossimo torneo interplanetario. O per una tragedia nazionale, una perdita ingiusta sul campo militare o in un mezzo di trasporto affollato.
Come un unico organismo fatto di parti autonome e sinergiche, il Circo Massimo si rialza in piedi. Posso sentire i sospiri. I muscoli del collo che tornano a tendersi. Le vertebre che scrocchiano. È ora di ricominciare. Chi c’era per Italia Germania è più allenato. Gli altri hanno gli occhi lucidi per la tensione e la fatica. Ore in piedi, o in punta dei piedi per chi è meno alto, comportano dolori disseminati in tutto il corpo. Ma sono sensazioni condivise, da spartire con il proprio popolo. Mal comune mezzo gaudio. Hasta la victoria, mi dice una spagnola nell’orecchio. Forse ha visto il mio sguardo perso nel vuoto e ha pensato fossi triste. Tienen que ganar. Lo so. Vuole partecipare alla nostra festa, lei. Figurarsi noi.
Si riparte. Zidane ha fatto una brutta cosa e finisce la sua carriera così, passando vicino alla nostra coppa e uscendo per sempre dal campo. Il Circo Massimo per destarsi dal torpore canta la sua canzone. “
Seven nation army”, o meglio Po-po-po-po-poo-pooooo-poo. Tutti insieme, come fosse una preghiera. L’arbitro fischia. È finita. La coppa più bella andrà a chi tirerà meglio il pallone da undici metri. Penso che non voglio accendere il televisore e trovarmi un servizio con immagini al rallentatore e come colonna sonora “La leva calcistica del ‘68”di De Gregori. Basta.
Ancora non è finita. Il tappeto del Circo Massimo, fatto di carne sudata, capelli bagnati, maglie azzurre e tricolori, si lascia nuovamente cadere a terra per riprendere fiato e dare tregua alle schiene. Ci si guarda intorno alla ricerca di una parola. Tutte le parole, tranne quella. Rigori. No dai chi l’ha detto? La mia gente ha paura. E la memoria va al 1994, quando in terra americana perdemmo la coppa. Ai mondiali di Francia nel 1998, proprio contro di loro. Ora però non possiamo perdere. Lo dico a tutti.
C’è una vendetta sportiva in ballo. C’è un popolo che soffre con me, ed è troppo bello, grande, unito. Sento che stasera non possiamo perdere. Giro la testa a 360 gradi e mi rendo conto che sono tutti abbracciati. La pletora del Circo Massimo è ora sistemata in file di gente, stretta. Ordinata. Stringiamci a coorte dice il nostro inno, cantato e ricantato come fosse una danza della vittoria. La coorte come formazione militare, lo schieramento guerriero. Ci stringiamo a coorte e le braccia si serrano sulle spalle del vicino. Abbiamo tutti bisogno di sentire che non siamo soli. Contatto fisico. Persone che normalmente si incrociano e si ignorano. Buongiorno e buonasera. Chetempochefa detto a mezza bocca nell’ascensore. Niente di più. Ora invece sono tutti un sostegno dell’altra. La solidarietà organica che ci hanno propinato nei libri esiste. Mi torna alla mente un altro concetto. L’ingroup. Nella sociologia dei gruppi la definizione della propria identità è data da un sistema di differenze con gli altri (outgroup), ma stavolta è diverso. Siamo italiani, sventoliamo i tricolori e ci sentiamo fieri. Il fango della tedesca Bild è stato portato via dalla spugna di Grosso e Del Piero. E ora vogliamo arrivare sul tetto del mondo. Paradossalmente in questo momento il pericolo più grande è trovarsi da soli. Rendere Roma un catino incandescente di canti, balli e sorrisi, oppure tornare a casa, soli, a smaltire la delusione.
Io c’ero, potrò dire. E guai a chi mi dirà che è solo una partita di calcio. Miliardi di occhi, i politici che decidono i nostri destini, il delirio mediatico e popolare. Tutto questo è solo sport? È un sentire comune che “ti fa sentire importante anche se non conti niente”, per dirla con Venditti.
Sono quasi le 23. I ragazzi a Berlino si raccolgono al centro del campo per tirare i rigori. Fare goal. Prendersi la coppa. Stringiamoci a coorte. Lo fanno anche Andrea (Pirlo) e Fabioilcapitano (Cannavaro). Siamo serrati. Ci prendiamo le braccia fino a sentire i nervi che guizzano sottopelle. Tanto forte da farti male. Cominciamo noi. Rete. Le dita affondano nelle carni del vicino, che non si lamenta. Anzi, soffre e gode. Qualche sorriso isterico intorno a me. La polvere del Circo Massimo si alza a mezz’aria. Come quando si preparavano i corridori con i carri, secoli fa. Ora tirano loro. Rete. Ma non fa niente. Noi non possiamo perdere. E il Circo sventola le sue bandiere alla luna piena. Come si può essere sconfitti con un cielo così, nella Capitale, mentre il mondo ci guarda? La quiete prima della tempesta. Ho la sensazione di trovarmi nell’occhio del ciclone.
Trezeguet mette la palla sul dischetto. Lo conosci, lo conosci, ripete a mezza bocca Caressa, cronista di Sky, come se stesse da solo. Hai un debito con noi, vecchia guercia, dico io alla Fortuna. Il Teamgeist, il pallone dorato della finale tedesca, viaggia veloce e preciso verso la parte bassa della traversa. Poi
rimbalza alla destra del nostro bellissimo
portiere (difende l’Italia, non una porta) vestito d’oro come la Coppa. Qualche centimetro è sufficiente. Non è goal, non è goal. Mi libero per un momento dalla morsa della Corte per raccogliere bottigliette d’acqua ancora piene e le distribuisco. Dico alla mia gente che dobbiamo prepararci. Il momento in cui il Circo Massimo esploderà è vicino. La Fortuna sta per capire il suo debito. Sono serviti 6 anni. Allora nei Paesi Bassi ci voltò le spalle quando già stavamo cantando.
Fabio (Grosso) è l’ultimo dei nostri ragazzi. Se infila la palla nel rettangolo siamo i campioni del mondo. Parte dal cerchio del centrocampo, Fabio. È un ragazzo, come molti di noi. Certo che quei 40 metri che lo dividono dall’area sono lunghi e faticosi. Ma con lui c’è l’Italia, il Circo Massimo. Lo spingiamo con il dolore alle gambe, il bruciore degli occhi. Giro lo sguardo verso la mia gente. Sorrisi. Sembrano tutti dei papà in attesa del risveglio del figlioletto che dorme. Dai Italia, svegliati. Fai esplodere il Circo come succedeva ai tempi degli antichi romani. Fai che la notte della Capitale si colori
come nel 1982, quando molti di noi non erano ancora nati. Fabio continua a camminare, come i pistoleri nei film di Leone. Solo che non c’è il dolore il vento che fischia. Ci sono solo i fischi di uno stadio avverso. Ma l’Italia è con te, Fabietto. Lo sai, e a tratti sembri sorridere. Pensi a quando rivedrai queste immagini con tuo nipote sulle gambe e lui ti chiederà avevi paura nonno. Tu risponderai che non potevi. Non volevi. Avevi la fame lippiana. Ne avresti tirati 10 di rigori.
Labbra socchiuse pronte ad aprirsi in un urlo di liberazione e trionfo verso il cielo. Fabio arriva sul dischetto, e la regia non ci risparmia un drammatico primissimo piano. Il Circo lo guarda e capisce. Non sbaglierà, perché ha l’espressione del bambino che tira forte contro la saracinesca della via sottocasa. È divertito Fabio. E ci farà divertire. L’ha già fatto con la Germania, quando il Circo faceva le prove generali per tornare un teatro di trionfi, festa agli eroi. Fabio prende la rincorsa. Intanto la storia scrive che domani saremo tutti qua, e ancora di più,
a salutare i Ragazzi e guardare brillare la nostra coppa. Perché il Circo Massimo era l’arena dove si acclamavano i guerrieri trionfanti.
Fabio carica il tiro. Ogni centimetro che la palla percorre è una goccia di sudore. 500 centimetri. Sudore negli occhi. Brucia. 1000 cm. Ci siamo… la palla si insacca precisa, forte. Barthez stavolta non può che rimanere accasciato sul palo di destra a vedere gli azzurri correre. Nessuno darà baci alla sua testa pelata. Il Circo Massimo esplode piano, se così si può dire. Centinaia di migliaia di fiati sospesi. Poi l’urlo liberatorio. Bisogna fare, agire. Serve il climax, il punto massimo di passione che ci porterà alla nemesi, la purificazione. Siamo Campioni del mondo. Il pianeta ci guarda. Bandiere al cielo. Magliette che volano. Non possiamo tenere addosso nulla che ci costringa. Dobbiamo essere liberi. Le luci rosse dei fumogeni come le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo. Abbracci di corpi seminudi. Lacrime, sudore. La polvere si alza ad avvolgere la gente del circo. Non si respira. Anzi, si respira di nuovo. L’Italia ha vinto, il Circo Massimo ha trionfato. E ora, la festa. Stanotte l’Italia non dormirà. Unita, farà festa. L’Italia s’è desta.