LO DICONO IL CINEMA E LA TV. Ma anche i telefonini e le webcam: è un dato di fatto che le telecamere abbiano invaso le nostre vite. Il concetto di
privacy si fa sempre più confuso e le immagini catturate ogni giorno per mezzo di apparecchi di vario tipo continuano a moltiplicarsi.
Uno studioso del
Mit Media Lab ha deciso di utilizzare
le telecamere per spiare un bimbo, dalla nascita fino al suo terzo anno di età.
L'incubo di Orwell lo abbiamo ritrovato non solo nel
Grande Fratello e nei reality affini, ma anche al cinema: pensiamo a “
Matrix” e al recente “
V per Vendetta”. E che dire di “
The Truman Show”, che valse il Golden Globe come miglior attore a Jim Carrey e la cui storia sono davvero in pochi a non conoscere?
Lo scopo del progetto “Speech home” è quello di raccogliere dati per studiare le
dinamiche della
nascita del linguaggio. Il ricercatore è
Deb Roy, e suo figlio Roy è la “vittima” dell’esperimento. Ma chiaramente non sarà da solo: tutta la famiglia verrà ripresa dalle telecamere per 14 ore al giorno, durante i tre anni dell’esperimento. Oltre che di una squadra di colleghi, lo studioso si servirà di sofisticati macchinari in grado di attribuire ai diversi membri della famiglia le frasi registrate.
I risultati della ricerca serviranno alla creazione
di intelligenze artificiali ma dovrebbero fornire anche la base per
la cura di alcuni disturbi del linguaggio. Questi sono continuamente oggetto di studio: una rassegna interessante la si trova su una sezione specifica del sito italiano
Infantiae.Org.
C’è da chiedersi come la prenderà il piccolo Roy una volta cresciuto. Certo non avrà la reazione disperata del protagonista di "The Truman Show", che scopre in età adulta e per giunta grazie alle sue sole forze, di essere stato spiato dalle telecamere ogni minuto della sua vita.
Anche al figlio di uno studioso del linguaggio farà effetto sapere che
alcuni video di questo esperimento saranno stati
visibili al grande pubblico: un “assaggio” per ora lo si può trovare attraverso un link al quale si accede da
un articolo del Corriere della Sera.
Riferimenti
Il sito del MIT