Registrati | Login

Google sfida Bush: “Attentato alla privacy”

Google sfida Bush: “Attentato alla privacy”

di VINCENZO SASSU (22 01 2006)

Washington chiede i dati delle ricerche, la società dice “no”. E perde l’8%

MENO 8,5%. E’ il tonfo accusato in questi giorni dai titoli di Google. Il maggiore da quando è collocato sul mercato. I risparmiatori seguono con grande apprensione lo scontro titanico fra il Dipartimento di Giustizia americano e il più grande motore di ricerca al mondo sul delicato tema del diritto alla privacy.

Motivo del contrasto è la categorica opposizione di Google alla richiesta governativa di ottenere dati relativi al traffico mensile di ricerche effettuate sui motori per identificare i siti che offrono materiale pornografico e incriminare i gestori in base al Child Online Protection Act del 1998.
 

 
Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a 4 motori di ricerca l’elenco di tutte le parole cercate dagli utenti nel corso di una settimana per tracciare un identikit della pedofilia on line.
“Nonostante abbiano già ottenuto il materiale richiesto da concorrenti come Aol, Msn e Yahoo, resta una palese violazione del diritto alla privacy. E noi non l’accettiamo”. Dice Nicole Wong, avvocato di Google, “inoltre – prosegue – è una richiesta vaga e fatta per molestare la gente”.
 
 
Il campione su cui verranno effettuate le ricerche è circa un milione. “Googlebot” è il programma di cui si serve Google per catalogare periodicamente la Rete, attraverso un numero compreso fra i 10mila e i 75mila computer custoditi in una località segreta e supersorvegliata.
La quotidiana invasione di spyware dimostra quanto sia davvero relativo l’anonimato in Internet. Quanto forte sia la presenza di programmi sofisticatissimi che monitorano le ricerche sul web e ti infestano la casella e-mail con offerte di prodotti e sconti di ogni genere.
 
 
Il fatto più grave è il monitoraggio indiscriminato che si vorrebbe effettuare, alla ricerca di qualche soggetto penalmente perseguibile fra tanti che invece utilizzano la Rete per i propri interessi, mantenendo un’integrità morale. E vorrebbero, almeno “fattualmente”, utilizzarla liberamente, nel principio di quella privacy che sono in diritto di far valere.
“Questa è una richiesta bizzarra”, ha detto alla Bbc Danny Sullivan il fondatore di una società che sorveglia proprio le ricerche in Internet “perché è troppo generica e probabilmente nasconde il desiderio di mettere sotto stretto controllo tutta l’attività dei motori di ricerca, e qualcuno deve alzarsi e opporsi a questa invadenza”.
 
 
In America, il momento è particolare: si dibatte con ossessione il rinnovo del Patriot Act e del programma di spionaggio della Nsa. E’ impensabile che, dietro la sacrosanta lotta alla pedofilia on line, ci sia in realtà la pretesa di una sorveglianza che limita quello che è l’elemento fondante della Democrazia: la libertà. Sia essa di espressione, di scelta, di consumo.
 
 

Riferimenti