LA VICENDA era di quelle grosse, di quelle che hanno fatto scalpore qualche mese fa. Mark Russinovich, programmatore della
Microsoft, si era accorto che il suo superprotetto computer era infettato da un ospite non gradito. Nella fattispecie l’ospite era un
rootkit, stretto parente dei più noti spyware, le “spie digitali” per eccellenza. Roba da niente, si dirà, prima o poi capita a tutti.
Il punto è che il rootkit in questione non proveniva da casino on line o da succulenti pagine pornografiche. Più semplicemente – più incredibilmente – il piccolo intruso si era installato sul suo computer insieme al software di protezione di un cd della Sony Bmg.
Con grande imbarazzo, considerando il mare di polemiche che si è subito scatenato, la casa discografica aveva cercato di giustificarsi, spiegando che questo tipo di software rientra all’interno del cosiddetto
Digital Rights Management, o Drm, che almeno in teoria dovrebbe tutelare i
diritti d’autore da un loro uso improprio, limitando la libertà di utilizzo di un bene.
Il grosso problema sta nel fatto che il sistema di protezione utilizzato dalla Sony è causa di profonde debolezze in Windows, sulle quali possono facilmente attecchire virus informatici anche molto pericolosi. Senza contare che la completa invisibilità di cui gode il rootkit – anche ai programmi antivirus e antispyware – gli consente di “spiare” e trasmettere automaticamente informazioni sul consumatore (informazioni che in questo caso andavano alla casa discografica).
A meno di tre mesi dal fatto è arrivata la sentenza della corte del distretto meridionale di New York. Per sua delibera la Sony è stata costretta a ripagare i danni procurati ai propri clienti dal software, a cui naturalmente va aggiunto il ritiro dal mercato dei 4 milioni di cd “infettati”. Gli acquirenti avranno ciascuno una nuova copia – pulita – sette dollari e cinquanta centesimi come risarcimento e la possibilità di scaricare gratuitamente un album intero.
In termini puramente economici il tutto è costato alla Sony meno di dieci milioni di dollari. Tutt’altra storia invece per l’immagine dell’etichetta. La cosa più buffa – ma non per questo meno inquietante – non sta però nel fatto di aver considerato, a priori, i propri clienti dei potenziali fuorilegge. È soprattutto la gestione aziendale della vicenda che ha destato preoccupazione, se non altro perché la Sony ha violato tutte le regole di una corretta comunicazione, giocando sull’ignoranza informatica dei clienti. Esemplare ed esemplificativa, esempio calzante della mentalità discografica, la dichiarazione di Thomas Hesse, presidente del settore Global Digital Business di Sony BMG. Il quale, al momento della scoperta della falla, aveva dichiarato: “La maggior parte delle persone non sa nemmeno cosa sia un rootkit, non vedo perchè dovrebbero preoccuparsi”.
Riferimenti
Sony Bmg
Articolo del Sole24Ore
Mediatrek su Sony Bmg