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L’autismo si può curare? La risposta al pc

L’autismo si può curare? La risposta al pc

di CAMILLA SILEI (13 12 2005)

Comunicazione facilitata e terapie tecnologiche: il pc come cura

DOPO CIRCA DIECI ANNI, i risultati derivati da terapie tecnologiche sembrano essere molto positivi; in particolare emerge da recenti sondaggi che il progetto cosiddetto di “comunicazione facilitata” sta conoscendo uno sviluppo che ne evidenzia l’importanza e soprattutto l’efficacia.

Il progetto, nato in Usa intorno al 1994, prevede che il computer diventi un mediatore tecnologico grazie al quale i ragazzi autistici possano raggiungere maggiore sicurezza ad autonomia comunicativa, fino a dare loro gli strumenti per intraprendere tale comunicazione anche con “l’altro”.


 

 
Il computer  infatti sembra essere accolto dai ragazzi come un facilitatore con il quale è più semplice confrontarsi: innanzitutto in quanto procede secondo schemi logici e pertanto non induce in confusione o in agitazione una mente già “aggrovigliata”, come viene definita dagli esperti in materia. Inoltre, risulta facilitante l’uso della tastiera in quanto “lenta” e dipendente esclusivamente dai tempi di scrittura e indicazione del soggetto. Questo permette al ragazzo non solo l’organizzazione del movimento, che spesso provoca disagi nell’interazione uomo-uomo, ma anche la pianificazione mentale del cosa comunicare.

 
 
La comunicazione visiva, raggiungibile attraverso lo schermo, sembra essere un altro punto a favore della macchina (a cui i ragazzi si avvicinano comunque gradatamente): infatti molti di loro affermano di riuscire a memorizzare con maggiore facilità le informazioni scritte sullo schermo, come ad esempio le domande, riuscendo oltretutto a controllare la propria risposta emessa tramite la tastiera.
 
 
Come spesso accade, risposte di questo genere vengono accolte con scetticismo e incredulità; ma in questo caso sono gli stessi soggetti a parlare e a dichiararsi soddisfatti dei risultati ottenuti. Nel caso specifico della comunicazione facilitata una utile testimonianza è senz’altro rappresentata da un libro, scritto nel 1995 da un giovane autistico, B. Sellin, che si sottopose a tale metodo.
 
 
Questi dieci anni possono dare molta fiducia per un campo sempre più in espansione, che riguarda tutti, appassionati di tecnologie, medici, studiosi e soggetti abili o diversamente abili all’interno di un contesto, quello dell’interazione uomo-macchina, sempre più socialmente rilevante.