IL CALCOLO DISTRIBUITO si rivela una risorsa umanitaria. Chiunque possieda un computer con accesso a internet, dal 21 novembre, può prestarsi a favore dei
40 milioni di sieropositivi di tutto il mondo.
Il World Community Grid, un’iniziativa filantropica di
IBM che riunisce volontari e rispettivi computer collegati da ogni angolo del globo, ospita il progetto
Fightaids@home. Lo
Scripps Research Institute, un’organizzazione non profit che si occupa di ricerca medica, avrà a disposizione una capacità di calcolo potenzialmente incommensurabile, che servirà a sviluppare un farmaco in grado di contrastare le mutazioni del virus HIV.
Non un costosissimo supercomputer, ma un
supercomputer virtuale sarà l’arma impugnata dalla ricerca. A chiunque voglia partecipare al progetto basta scaricare un’
applicazione messa a disposizione dal World Community Grid, che lavora sfruttando il “surplus di calcolo” di ogni computer client che fa parte della “griglia” (grid). Invasiva quanto uno screensaver, l’applicazione, quando il computer è connesso, scarica i dati da processare, mentre il computer è acceso e inutilizzato analizza i dati scaricati, per poi rispedirli all’unità centrale alla successiva connessione.
L’unione fa la forza: un concetto antico quanto il mondo. Si pensi alle leggi di Sarnoff, di Metcalfe e di Reed, si pensi al concetto stesso di Rete.
Nella prima “era del supercalcolo”, gli anni ‘60 e ‘70, la filosofia era “un computer per molti utenti”, con un’architettura di condivisione
time sharing. Banali ragioni economiche fanno sì che si stipulino accordi fra gruppi per usufruire “a turno” di un aggeggio monumentale e potente quanto costoso.
Gli anni ‘80 segnano il boom del personal computer. Individualismo puro, affiancato però dalla felice intuizione di poter collegare più macchine in rete locale e di sommare così la loro capacità di calcolo. “Tanti computer per un solo utente”, questa la filosofia degli anni ‘90.
E’ dal 1996 che si inizia a concepire un modo per aggregare attraverso internet la potenza di calcolo erogata dai computer che si trovano in istituti dislocati in tutto il mondo. Da qui al coinvolgimento degli ordinari utenti internet il passo è breve.
Comunicazione e
condivisione sono l’attuale essenza di internet (una sorta di ritorno alle origini, quando stare dentro la Rete significava far parte di una comunità collaborativa di “adepti”, legati da una forte senso di appartenenza): si pensi al peer to peer, alle comunità virtuali, ai progetti come Wikipedia. Il terreno fertile perché il grid computing possa attecchire. Del resto è un sistema win-win: magari troviamo la cura per l’Aids, non devo alzare un dito, e in più mi sento anche discretamente orgoglioso di cooperare per una buona causa e su una così vasta scala.
Il successo dei precedenti di grid computing fa ben sperare. Il noto progetto
SETI@home raccoglie più di cinque milioni di cacciatori di intelligenze extraterrestri. Non è solo la sfrenata passione per la meteorologia a coinvolgere gli utenti di
Climateprediction.net nel più grande esperimento di elaborazione di un modello di previsione dei cambiamenti climatici del mondo. Gli utenti di
Predictor@home prestano la potenza di calcolo dei loro computer per studiare il comportamento delle proteine per prevenire malattie come l’Alzheimer e il Parkinson.
Sono più di 650 milioni i personal computer in uso in tutto il mondo, ciascuno è un potenziale partecipante a questi progetti di
computer collettivo. I computer non hanno bisogno di “dormire”, perché non metterli al servizio dell’umanità?
Riferimenti