VENEZIA 61: I migliori
VENEZIA 61: I migliori

Dopo il Festival del Cinema: riflessioni a mente fredda.
CERTO non posso esimermi, al termine del reportage festivaliero, dall'indicare definitivamente le vere e proprie opere d'arte: in barba ai purismi ed alle tante visioni inutili, ho scelto due film che ci riconciliano con la Settima Arte suggerendo che sì, anche questa Mostra del Cinema è stato un momento da ricordare. Due opere tanto potenti che, potrei scommetterci, tra qualche anno troveranno un posto d'onore sugli scaffali underground delle migliori videoteche e saranno recuperate in sede di culto. Entrambe dall'Oriente: la luce dell'Est, ancora.
Shijie - The World di Jia Zhangke (Cina)
Pechino. Una serie di personaggi, tra cui la giovane Tao, gravitano intorno al Parco Mondo: qui i maggiori monumenti terrestri sono riprodotti in miniatura.
Il cinema di Zhangke è soprattutto una gabbia lenta e crudele, che rinchiude ogni personaggio nelle maglie di un moto centripeto fino ad approdare alla totale immobilità cosmica. I suoi characters, mesti figliastri della Cina scolpiti in secondo piano, desiderano viaggiare ma non possono muoversi: o meglio compiono inconsapevoli giravolte in seno al Parco Mondo, loro matrigna e consolazione, posto nel film come autentica calamita; introducendo questo polo di fissità, da cui gli umani si allontanano solo per farvi ritorno e che nel dipanarsi tramico non accusa alcun decentramento (se si allontana, continua comunque ad osservare), Shijie compone puntigliosamente un'idea di irrevocabile condanna recintando i propri fantocci all'interno di una palla di vetro. Con la necessaria dilatazione per ingrigire toni e situazioni (è un mondo assopito su sé stesso), la regia ruota intorno alla propria idea cardine trasfigurandola in autentica ossessione, dove il movimento è costante ma lentamente circolare (il placido rombo dell'ascensore) ed ogni virata si risolve in senso funerario. I personaggi sono topi in trappola decentralizzati: in primo piano soltanto la città, nuda ed impressionante, che -dopo aver sfinito l'anima- con un incidente sul lavoro si lancia addirittura nello stupro del corpo. Il costante spartito minimalista (un allucinogeno ritmato, ripetuto e strascicato) racconta di uno stile glaciale ma pronto a scoppiare nel sentimento (l'abbraccio di Tao con l'ex collega) e sposare la scappatoia della fantasia: il messaggio cellularizzato è specchio dell'anima, stupenda e/o terribile, scagliata contro lo spettatore in incredibile formato di cartoon. Zhangke lancia un lamento estremo e difficile, più provocatorio e disperato di quanto sembri, invitandoci a calarsi pazientemente in esso; l'alienazione iniziale si tuffa nel cuore nero dell'ingranaggio, diventa entusiasmante osmosi pittorica con l'autore, sfocia nella shockante epifania del finale - impossibile è rimanere indifferenti. Il tutto impastato con sorprendenti soluzioni figurative (il testamento di Piccola iscritto su muro), rigorose geometrie per suddividere gli spazi, infallibile progressione drammatica al millimetro. L'intero cast realizza una straordinaria alchimia di speranza e mestizia, tra il sorriso ambiguo di Chen Tai-Sheng e l'orientalismo di Zhao Tao tirato come un elastico; dietro la m.d.p. il cinese dissemina piccole invenzioni disarmanti -come l'approccio sessuale nella stanza cadente colpita da luce infetta: ma fare l'amore in Shijie non è permesso- che lanciano un talento fuori dalle righe, essenziale ed intimamente commovente.
Tra i film più spiazzanti e sottovalutati di Venezia 61: un'opera primaria e dolorosa, piena zeppa di Joyce, per raccontare che Pechino oggi è afflitta da paralisi. Davanti a queste umane figure che sopravvivono, bestie prigioniere con un'unica possibile liberazione ("questo è appena l'inizio"...), la sceneggiatura trova il bandolo della consolazione in un istante di altissima Poesia:
ANNA: Ho trovato un nuovo lavoro. E' un brutto lavoro....
TAO: Non ti preoccupare. A Natale ci saranno i fuochi d'artificio nel Parco.
***
Binjip - 3-Irons di Kim Ki-Duk (Corea del Sud)
Un personaggio silenzioso si introduce nelle dimore altrui. Svolge mansioni domestiche, vive frammenti di esistenze, non ruba nulla. E poi via alla ricerca di una nuova casa di abitare: finché la sua particolare occupazione è scossa dall'incontro con una solitaria ragazza.
Il "Ferro 3" del titolo è la mazza da golf meno utilizzata dal giocatore, che impolverata nell'apposito contenitore testimonia la lontananza da casa; ma è anche il simbolo di un primo incontro teneramente folle, trasformato in ripetizione ossessiva come strana dichiarazione d'amore. Un miracolo di spazi e di sguardi, che cala l'asso nella potenza dell'antitesi: il luogo fisico della Casa, fulcro esistenziale di una borghesia panciuta e violenta, è finalmente dominato dall'uomo che al turbine delle vacue parole prodotte da una crisi di coppia oppone il rumore del silenzio, semplicemente. La comprensione tra amanti viene affidata ad un rapporto di complicità restituito attraverso particolari e docili minuzie, in un crescendo filmico presto emozionante; il timido sfiorarsi dei piedi è il simbolo di una cinepresa ostinatamente platonica, l'accoppiamento fisico è regalato all'intuizione (niente sesso, soltanto un briciolo di onanismo) come se fosse anch'esso invisibile. In questo conatus verso il sentimento, da parte di uno spettro forse sfinito dalla solitudine, il regista solo apparentemente rinuncia alle suggestioni predilette; la sua cosmologia della violenza è sotterranea ma egualmente presente, rarefatta ma chiaramente ineludibile. Esplode un cinema tremendo, che esaltando appieno la scelta silenziosa del protagonista ammazza ogni possibile commento: la pallina da golf sulla testa della donna per scalfire la materia cerebrale, il teorema di violenza domestica suggerito e quindi doppiamente doloroso. Di progressiva perfezione l'evoluzione del protagonista: egli, spezzando l'idillio con la Casa nel delinearsi di quello con la Donna, non ha più ragione di proseguire nelle sue occupazioni e si abbandona all'arresto. Sarà la fine del viaggio verso l'invisibilità, il suo pieno compiersi tra le pareti di una cella carceraria; si dissolve il sogno di comporre la violenza (la sepoltura del cadavere) mentre subirla non fa più male (il prigioniero malmenato), l'uomo invisibile è ormai totalmente estraniato mentre lo spettatore non è mai stato così in empatia. Ciò che non si vede (l'occhio...) è più che mai presente: con dolce ironia ed impeccabile eleganza la pellicola approda all'ultima sequenza, un ritorno alla Casa primaria che tradisce netta circolarità. Kim Ki-duk, dopo la prova d'incommensurabile spessore fornita in Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, sotto l'ombrello del film minore firma ad oggi il suo capolavoro: infine appoggia delicatamente sul piatto la contrapposizione ultima e devastante. Il pugno e la carezza, come sempre, in profonda antitesi: Lui non è più neanche un personaggio ma pura pantomima, silenzio ma dialogo dei sensi, un bacio fantasma che appiana i lividi del vivere.
Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà.